La ricetta del dottor Procuste

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Un’irrequieta signora della Milano-bene abbandona i salotti, abbraccia la medicina ayurvedica e aderisce a una setta che chiede l’elemosina per i ricchi. Un amministratore delegato, che si esprime solo nell’inglese del marketing, propone le sue innovative strategie aziendali all’unico cliente che non ne ha decisamente bisogno. È una galleria di “strana gente” quella che il saggista e narratore Roberto Barbolini racconta, divertito, nel suo libro Mio marito è un mi bemolle, pubblicato da Marietti 1820 nella collana digitale iRèfoli. La raccolta di racconti comprende la storia dell’amante di Agata Christie, la vicenda di un uomo dotato di una prodigiosa memoria (versione padana del borgesiano Ireneo Funes) e le traversie di un matto che si crede Napoleone (ma potrebbe esserlo realmente). Le pagine di questi racconti brevi indugiano inoltre sulla relazione tra il gatto domestico e il paradosso di Schrödinger e, soprattutto, rivelano perché non conosceremo mai il volto della ragazzina dai capelli rossi amata da Charlie Brown. In appendice, cinque brevi storie caustiche – dove il fuoco domina letteralmente la scena. Proponiamo qui il racconto dal titolo «La ricetta del dottor Procuste».

copertina

«Dia retta a me: l’immagine dell’azienda dev’essere sempre friendly, perciò l’uso dei social è davvero indispensabile se vogliamo far crescere la nostra membership al di là del suo core business, per quanto solido e diffuso nel mondo».

Il dottor Procuste parlava con quel tono sicuro, rodato in centinaia di meeting, tavole rotonde e consigli d’amministrazione, che è il marchio di fabbrica dell’AD di successo.

Il cliente, un vecchio signore dalla barba bianca e dall’aria un po’ svanita, lo ascoltava in silenzio, vagamente intimorito dalla sicumera del suo interlocutore.

«I tempi sono proprio cambiati”, rifletteva, “da quando AD significava Anno Domini. Ora invece vuol dire Amministratore Delegato: devo ricordare a Michele di aggiornare la lista degli acronimi».

Senza quell’angelo del suo segretario, momentaneamente volato all’estero, si sentiva spaesato.

«A quanto mi risulta», riprese il dottor Procuste, «nei paesi industrializzati i vostri follower sono in calo. Se non aveste delocalizzato le vostre attività produttive puntando sul Sudamerica, a questo punto sareste in seria difficoltà a reggere la concorrenza dei paesi orientali, India, Cina ed Emirati Arabi in testa».

Il dottor Procuste non si era conquistato il suo nickname per niente. Stirava o amputava i ragionamenti per adattarli ai suoi rigidi schemi, proprio come il brigante greco suo omonimo era solito amputare o stirare a martellate le vittime malcapitate perché s’adattassero al famigerato letto detto appunto «di Procuste»: un brand che resisteva roccioso nei secoli.

«Per rilanciare l’azienda occorre una startup di assoluta rilevanza mitologica», procusteggiava dunque l’AD, incurante dello sguardo sempre più sconcertato del suo anziano cliente.

«A dire il vero il nostro scopo è leggermente diverso da…quella che potremmo definire la concorrenza», obiettò il vegliardo. «Inoltre dobbiamo combattere contro avversari maligni…».

«D’accordo, ci muoviamo in un mercato difficile, ma non si può continuare in eterno a lavorare alla vecchia maniera», replicò l’AD.

Parata e stoccata, come nella scherma. Perfetto, si pavoneggiò fra sé e sé.

«Vuol dire alla carlona?», sbottò il cliente, neanche gli avesse letto nel pensiero.

Il dottor Procuste si fece cauto. Quell’interlocutore che gli ricordava sin troppo suo nonno – un incrocio fra un predicatore mormone e Mosé di ritorno dal Sinai – lo sconcertava.

«Naturalmente salvare le anime rimane il job title dell’azienda, ci mancherebbe altro», riprese con simulata cordialità. «Ma oggi davanti a noi si spalanca un market place enorme. Se non vogliamo ridurci alla pura resilienza dobbiamo puntare sulla diversity inclusion: porre in ruoli decisionali categorie generalmente discriminate, per fornire migliori capacità di orientamento al cliente e maggiori ritorni finanziari rispetto al nostro infernale competitor».

«Pensa che il figlio putativo d’un povero falegname ebreo potrebbe essere un testimonial abbastanza inspirational per il nuovo corso?».

Stavolta era impossibile non cogliere il tono sarcastico, perfino per un povero AD milionario abituato a prendere a mazzate la realtà per costringerla nel letto di Procuste di qualche algoritmo rassicurante. Per la prima volta in vita sua l’Amministratore Delegato sentì vacillare ogni certezza. Cosa gli stava succedendo? Era appena stato assunto per risanare un’azienda decotta fin che si vuole, ma pur sempre un colosso che stava sul mercato da un’eternità, e invece d’essere al settimo cielo tutto gli appariva all’improvviso vuoto e privo di senso. La sua ricetta – finora infallibile – non aveva convinto quel creativo dei tempi andati che lo fissava con sguardo incollerito.

Bussarono timidamente alla porta. Entrò Gabriele, le bianche ali ripiegate come in un inchino: «Mi spiace, dev’esserci stato uno scambio di persona… Proprio adesso è rientrato Michele con il nuovo inquilino».

«E io?», mormorò l’AD con voce soffocata.

«Vada pure all’inferno», disse il cliente dalla barba bianca.

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