Laicità e sacerdozio nel cristianesimo nascente

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Laicità e sacerdozio nel cristianesimo delle origini

Dopo secoli di clericalizzazione imperante all’interno della Chiesa e un secolo di secolarizzazione dominante nel pensiero filosofico e comune nel vasto mondo degli uomini, a Romano Penna, emerito di Nuovo Testamento presso la Pontifica Università Lateranense e uno dei maggiori paolinisti a livello internazionale è parso bene elaborare un dossier riguardante la “laicità” di Gesù di Nazaret e del movimento da lui avviato, e questo almeno fino al termine del II sec. d.C.

L’autore articola il suo lavoro in quattro capitoli: “Cristianesimo e religione” (con l’esame dei concetti di religione, laicità, secolarizzazione) (pp. 11-32), “Il sacerdozio in ambito greco-romano ed ebraico” (pp. 33-52), “La laicità del cristianesimo nascente” (pp. 53-156), “Il sacerdozio nel cristianesimo delle origini” (pp. 157-230). Seguono le conclusione: “Tirando le fila” (pp. 231-240). Chiude il volume l’indice dei nomi (pp. 241-247).

Religione e laicità nel mondo antico

Il discorso parte innanzitutto da un esame del lessico riguardante “laico-sacerdote” nel mondo greco-romano, giudaico e del Nuovo Testamento (fino al II sec. d.C.). Segue un bilancio sul rapporto che in questi mondi socio-culturali vigeva tra religione e laicità.

Nel mondo greco-romano la vita religiosa – espressa tramite sacrifici e preghiere e curata da una casta sacerdotale ben strutturata – era strettamente intrecciata alla vita sociale e politica, tanto da rappresentare una vera e propria religione civile. Nel mondo romano, in particolare la figura del Pontifex Maximus e quella del Flamen Dialis, responsabile del culto a Giove, avevano una grande importanza nella vita pubblica. Questa era innervata anche dal culto familiare dei Lari e del Penati. Potere imperiale e potere religioso responsabile del culto ufficiale e custode del mos maiorum erano strettamente correlati.

Se il mondo giudaico aveva secolarizzato e desacralizzato le divinità venerate dai popoli bollandole come idoli e coltivando un rigido monoteismo, l’apparato cultuale e rituale governato dalla casta sacerdotale e dai collaboratori leviti era funzionale al buon andamento della società. Con essa si cercava un rapporto pacifico, offrendo sacrifici nel tempio anche a nome di persone di religione non ebraica.

Anche se nel mondo greco-romano e giudaico vigeva una vera laicità intesa come separazione e distinzione fra l’ambito strettamente politico-sociale e quello religioso quale espressione del culto secondo la Torah, le due linee di pensiero e di azione erano correlate e strettamente intrecciate nella vita quotidiana. Le scelte importanti nella vita politica e nelle imprese belliche non erano fatte senza prima aver consultato gli dèi tramite l’oracolo.

Il laico Gesù

Nel suo apparire sulla scena, nel complesso del suo atteggiamento e della sua predicazione, Gesù di Nazaret si manifesta come totalmente “laico” (cf. pp. 55-60; si ricordi che l’indicazione delle pagine in questa nostra segnalazione non comprende quelle delle note, poste al termine del capitolo).

Gesù era “laico” sul piano socio-religioso, non appartenendo alla tribù di Levi, all’interno della quale il sacerdozio cultuale veniva trasmesso in modo ereditario.

La predicazione di Gesù e la sua frequentazione degli ambiti e delle persone più diverse, ma sempre accomunate dalla completa laicità di comportamenti e spesso in stato di impurità cultuale, erano totalmente avulse e lontane dalle pratiche cultuali esercitate nel tempio. In lui è evidente la sua “laicità” e la distanza dal mondo cultuale e sacrificale esistente nell’ambito della zona templare (hieron) e nel vero e proprio santuario (naos) di Gerusalemme.

Giovanni Battista era in verità figlio di un sacerdote, e quindi sacerdote lui stesso, ma ben presto si rivolse a una scelta profetica radicale.

Nella sua predicazione Gesù manifesta un universo mentale e un immaginario totalmente laico: la vita dei pescatori, dei contadini, delle massaie, del mercato, della dogana, i pranzi nelle case private anche chiaccherate, ecc. Il tutto vissuto per lo più in Galilea, ben lontano dal centro religioso-cultuale-rituale di Gerusalemme. Niente nel suo vestito e nel suo parlare rivela i toni e i contenuti tipici del comportamento del sacerdote templare.

La sua vita l’ha vissuta come dono completo di sé, un’“offerta” esistenziale e una pro-esistenza che, all’indomani della sua morte e risurrezione, i discepoli hanno interpretato ed espresso in parte con una terminologia sacrale-cultuale (offerta= thysia).

Da parte sua, Gesù non ha mai interpretato la propria vita e il suo rapporto con Dio in termini di offerta sacrificale, né a livello esistenziale né a quello che terminologico. Ha parlato e vissuto nell’amore, nel dono personale ed esistenziale di sé. Questo, unito a specifici momenti di preghiera, hanno costituito il suo modo di vivere la “religione”, il modo cioè di “rileggere” – più di “ri-legare” – e di vivere il rapporto con Dio Padre.

Non serve ricordare, inoltre, che anche tutti i discepoli chiamati da Gesù al suo seguito erano laici e tali sono rimasti.

Gesù sacerdote/sommo sacerdote

Nella letteratura paolina autentica o autoriale la rigorosa laicità di pensiero e di terminologia è osservata radicalmente. Mai compare, ad es., il termine “sacerdote/iereus”. Nella tradizione deutero- (Ef, Col, 2Ts) e trito-paolina (1-2Tm, Tt) si infiltra invece una terminologia sacrificale-sacerdotale, che però viene impiegata in modo non letterale e intende esprimere la partecipazione personale e comunitaria al dono totale nell’amore che Gesù compie a livello esistenziale e non rituale-cultuale.

Se Gesù, l’apostolo Paolo e altri scritti del NT possono usare dei termini sacrificali, essi lo fanno sempre a livello metaforico-traslato – tranne i casi in cui si riferiscano al mondo religioso e cultuale templare giudaico –, volendo indicare la vita vissuta generosamente nel dono di sé. 1Pt 2,5.9 potrà in tal modo parlare di «sacerdozio santo» e di «sacerdozio regale», come partecipazione comunitaria delle comunità cristiane al “sacerdozio” molto particolare vissuto da Gesù.

Solo l’autore della Lettera agli Ebrei (pp. 158-176) impiega a larghe mani il linguaggio sacerdotale vigente nel mondo giudaico, interpretando la figura di Gesù e il suo dono di sé con un lessico sacerdotale normalmente impiegati nel mondo cultuale del tempio gerosolimitano.

In questa lettera Gesù è presentato in modo pervasivo come “sacerdote/sommo sacerdote”/“iereus/archiereus”. Anche Ebrei impiega però questa terminologia non in modo letterale, ma simbolico-traslato. Con esso intende identificare in Gesù il sommo sacerdote che, grazie alla sua vita integerrima e alla sua morte segnata dall’effusione generosa della sua vita (= “sangue”) entra nel Santo dei Santi – alla presenza cioè di Dio Padre – come faceva il sommo sacerdote ebraico nel giorno dello Yom Kippur. Gesù non lo fa per presentare a Dio il sangue di un animale, ma il proprio sangue, cioè la propria vita donata/versata, il “suo corpo/sé stesso”. Il linguaggio e la terminologia di Eb fanno riferimento all’universo mentale, lessicale e contenutistico della religione ufficiale templare giudaica, ma la presentazione dell’“offerta” della propria vita da parte di Gesù è presentata da Eb chiaramente in termini esistenziali, come offerta di tutto se stesso, del proprio corpo, cioè della propria esistenza nella sua totalità.

La famosa affermazione fatta da Gesù su cosa “ridare” a Cesare e su cosa “ridare” invece a Dio (tutto se stessi…; cf. Mc 1214 e parr) mostra inoltre già da sola la distinzione chiara da lui sostenuta fra mondo religioso e mondo politico, senza alcuna ricerca di appoggi non dovuti o alcuna sacralizzazione di poteri che restano pur sempre umani e confinati al buon governo della vita della polis.

Laicità e “clero”

Solo nel II sec. iniziò a introdursi nel mondo dei discepoli di Gesù la terminologia riguardante il “clero” e iniziò a specializzarsi l’uso di questo lessico per indicare il dono del ministero pastorale a servizio del popolo credente nella Chiesa (pp. 158-230).

L’aggettivo greco laikos comparve per la prima volta in ambito cristiano nella Lettera di Clemente ai Corinzi, databile agli ultimi anni del I sec., ma «fino a tutto il II secolo “i laici come categoria ecclesiale sé stante non emergono”» (Penna alle pp. 120-121, citando un articolo di Siniscalco).

Il greco laikos in senso cristiano si trova in Clemente Alessandrino nel contesto di un discorso sul matrimonio. Diventerà poi di uso comune, come si vede in Origene (Omelia su Geremia XI,3): «Non è forse più meritevole di perdono il laico, se lo si rapporta al diacono, e anche il diacono in confronto con il presbitero?» (Omelie sui Ezechiele 5,4). Il termine “laico” sembra in sostanza «avere soltanto una semantica diversificante, in quanto designa un cristiano che non è né vescovo, né sacerdote, né diacono, non appartenente cioè al clero che stava strutturandosi come una classe a sé stante. La distinzione maturerà fino alla sentenza ormai inappellabile del Decreto di Graziano, una raccolta di fonti di diritto canonico redatta verso il 1140 dal monaco camaldolese maestro a Bologna» (p. 123).

Il latino laicus compare nella versione della Lettera di Clemente (forse del II sec.) e appare di uso normale in Tertulliano. Cipriano parla dei laici in tre modi: con la menzione del vocabolo stesso, con la dizione plebs e con l’uso del termine clerus.

Il termine “clero” è traslitterazione del greco kleros che significa “un bene avuto in sorte, parte assegnata”, già in Omero, Platone ed Erodoto. Nelle fonti cristiane compare con Clemente Alessandrino.

Il vocabolo latino clerus si trova invece in Tertulliano (De monogamia, 12,1-2). Agostino spiegherà: «I clerici sono così chiamati perché sono la parte del Signore o perché il Signore è la loro parte» (Ep. 52,5, ecc.).

Ministeri laicali

Esaminando le liste indicative di carismi e di ministeri riportate da Paolo e quelle relative a varie comunità che compaiono in più opere del NT (pp. 61-91), Penna ricorda però che nei primissimi tempi la terminologia era molto diversificata, ma sempre indicante doni e ministeri di tipo laicale e mai relativi a compiti cultuali-rituali: apostoli, ministri, governanti, evangelisti, profeti, maestri, esortazione, governi, guarigioni, fede carismatica, presbiteri, presidenti, operatori di misericordia, sorveglianti e diaconi ecc. Anche nelle lettere postpaoline si ritrovano “inviati”, profeti, evangelisti/evangelizzatori, pastori e maestri. In Eb sono citati i “dirigenti”.

Il lessico di episkopoi, presbyteroi e diakonoi presenti nelle Lettere Pastorali tritopaoline non risale a Gesù e non ha ancora il senso tecnico che assumerà nei secoli successivi (episcopato monarchico con l’idea della successione apostolica). Nelle Lettere Pastorali i candidati a questi ministeri devono possedere le qualità “laiche” che sono richieste normalmente ai funzionari dell’amministrazione civile greco-romana.

Anche il culto vissuto nelle prime comunità cristiane ha caratteristiche “laiche” e fa riferimento esplicito all’ambito familiare, domestico (pp. 92-109). Lo si vede nel libro degli Atti e nelle lettere paoline. La comunità si recava eventualmente a pregare nel tempio nelle ore canoniche, ma a casa dove si radunava la comunità a celebrare l’eucaristia (al massimo 30-40 persone) non sono menzionate funzioni cultuali-sacrali in senso stretto richieste a chi presiede.

Anche la morale paolina ha componenti “laiche” (pp. 110-117), nel senso che essa sottolinea il fondamento premorale dato dall’amore preveniente gratuitamente da Dio Padre in Gesù tramite lo Spirito, che dona la forza, e quindi richiede le opere della fede. Queste si esplicheranno nelle modalità attuative molto apprezzate nel mondo greco-romano come la ricerca del bello, del buono, del vero, dell’utile, del costruttivo ecc.

Paolo sarà il primo a introdurre il concetto di “coscienza” nelle sue lettere, e ad essa farà ampio riferimento in correlazione con le problematiche suscitate dal rapporto corretto da tenere da parte dei credenti col mondo cultuale-sacrificale dei loro concittadini, amici e compagni di lavoro.

Sacerdoti, celibato e vestito

Chauffeur all’inizio era colui che faceva muovere la macchine a vapore. È passato successivamente a indicare semplicemente il conducente di un automobile. Così anche la qualifica di “sacerdote/iereus” – intesa in senso esistenziale e non letterale, rituale e cultuale –, diventerà sempre più appannaggio di una piccola parte dei credenti che ha ricevuto in dono il ministero della coltivazione della vita cristiana nelle varie comunità.

Ireneo di Lione attesta la struttura ministeriale di episcopi, presbiteri e diaconi. Tertulliano parla di sacerdotalia munera distinti da quelli dei laici, ma ne parla in termini esistenziali. Per Ambrogio tutti i figli della Chiesa sono sacerdoti, e così anche per Agostino. Con la Tradizione apostolica fa capolino nel 215 d.C. la descrizione dell’ordinazione dei vescovi, presbìteri e diaconi. Il IV sinodo (locale) di Toledo del 633 menzionerà per il vescovo l’anulum e il baculum pastorale. La norma del celibato per i sacerdoti fu emanata dall’iberico concilio di Elvira (= Granada) nel 306 d.C.

Nessuna distinzione di vestito caratterizzava i sacerdoti rispetto ai laici. Il concilio Lateranense IV (1215) e il concilio di Vienne (1312) vietarono in seguito ai chierici alcune forme e colori di abiti lussuosi. Sisto V nel 1589 ordinò che i chierici portassero la tonsura e l’abito talare nero, detto in seguito anche pïano, dal nome di papa Pio IX (1846-1878) che lo rese obbligatorio in tutte le circostanze. Nell’aprile del 1966 la CEI permetterà ai presbiteri italiani di indossare il clergyman.

La Chiesa è un solo corpo, dotata di svariati carismi e ministeri. Essa però ha le proprie radici nella comune “laicità” di Gesù e dei primi discepoli, con una vita religiosa caratterizzata da un’esistenza “sacerdotale/offerta” di tipo esistenziale, e non sacrale-rituale. Questo non va mai dimenticato, contro sempre possibili risorgenti pulsioni di clericalismo e di mancata valorizzazione del sacerdozio battesimale dei laici.

Una miniera di dati

Il libro di Penna è una vera miniera di dati biblici, filosofici e culturali in genere. Raccoglie e analizza sinteticamente una messe imponente di passi biblici non sempre facile da interpretare – si pensi solo alla logikē latreia (“culto spirituale”) di Rm 12,2 – e di contestualizzazioni filosofico-culturali dei dati ricavati nel vasto mondo greco-romano. Si può osservare con favore il fatto che il mondo greco-romano del periodo ellenistico – stoico in particolare – ha offerto un terreno fertile per una prima felice inculturazione (non una ellenizzazione degenerativa!) del messaggio evangelico.

Una settantina di pagine di note (quasi un terzo del libro!) supportano puntualmente le affermazioni fatte dall’autore nel testo, steso come sempre con un linguaggio piano, asciutto e preciso. L’essere poste in fondo ai vari capitoli rende un po’ difficoltosa la loro consultazione, ma l’impressionante mole di citazioni riportate per esteso e con la precisa indicazione bibliografica delle fonti fa di questo libro una grande opportunità non solo di recuperare una giusta valorizzazione dei laici – uomini e donne – all’interno della Chiesa ma anche di apprezzare il dialogo fecondo che ha caratterizzato i primi secoli del movimento cristiano nei confronti del mondo greco-romano che assisteva alla sua progressiva e prodigiosa espansione «fino ai confini della terra».

Romano Penna, Un solo corpo. Laicità e sacerdozio nel cristianesimo delle origini, (Frecce 288), Carocci ed., Roma 2020, pp. 248, € 23,00, ISBN 978-88-430-9893-4

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Un commento

  1. Francesco Pieri 13 giugno 2020

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