Le notti insonni dello scrivano

di: Roberto Alessandrini

Dopo una sgradevole serata in società, lo scrivano Efim Fomič Perekladin si corica impermalito e offeso. È la notte di Natale, ma le parole insolenti di un  giovanotto gli hanno provocato una profonda inquietudine. «Voi occupate un posto decoroso… ma che istruzione avete ricevuto?», aveva chiesto il giovane. «E dove mai imparaste a scrivere correttamente? E i segni di interpunzione?».

Il povero Perekladin si era difeso come aveva potuto, rivendicando quarant’anni di onorato servizio. «Ma l’abitudine è cosa del tutto diversa dall’istruzione», aveva replicato il giovane impertinente. «Non basta che i segni d’interpunzione li mettiate correttamente… non basta! Bisogna metterli consapevolmente! Voi mettete una virgola, e dovete avere la consapevolezza del perché la mettete… sissignore! E questa vostra ortografia inconsapevole… meccanica non vale un centesimo. È una produzione automatica e niente di più».

Per Perekladin, che ora si sta faticosamente addormentando nel suo letto, l’inquietudine prende la forma di un incubo ortografico. Gli compaiono virgole fiammeggianti, che lasciano il posto a punti altrettanto fiammeggianti e si avvicinano alle virgole, trasformandosi in punti e virgola e in due punti. Infine, è la volta dei punti interrogativi, che si allungano in minacciosi esclamativi.

Come gli spiega la moglie, che si vanta di aver concluso i corsi in collegio e di conoscere a memoria tutta la grammatica, quel segno si colloca «nelle richieste, nelle esclamazioni e nelle espressioni di entusiasmo, di sdegno, di gioia, di collera e di altri sentimenti». Forse Perekladin non ha mai usato l’esclamativo perché non ha mai provato quelle emozioni? Forse non ha mai vissuto pienamente? Il dubbio si insinua tra i fantasmi di una notte agitata.

Il mattino dopo, lo scrivano esce in strada, chiama una vettura, si precipita nell’anticamera del superiore, intinge il pennino nell’inchiostro e firma: «Segretario di collegio Efim Perekladin!!!», con tre segni, perché egli «si sentiva invadere di entusiasmo, di sdegno, di gioia e ribolliva di collera».

Un incubo ben più grave accompagna il protagonista del breve racconto «La lettera U» di Iginio Ugo Tarchetti, esponente della Scapigliatura lombarda. Il sottotitolo – (Manoscritto d’un pazzo) – offre la cornice e la spiegazione della singolare idiosincrasia del personaggio: rabbrividisce alla vista della «U», che lo perseguita a scuola e negli amori, e da cui discendono tutte le sventure della sua vita. Il primo impatto avviene sui banchi, dove un istinto inspiegabile gli impedisce di apprendere quella vocale e di scriverla. Ben presto l’inimicizia si trasforma in una guerra che porta lo stravagante protagonista, prima di essere cacciato da scuola, a cancellare la «u» dai libri dei suoi compagni. Anche gli amori sono sfortunati, rivolti a Ulrica, Giulia e Annetta che, in realtà, si chiama Susanna e ha altri cinque nomi di battesimo: Postumia, Uria, Umberta, Giuditta e Lucia. Tormenti e rinunce, a causa della «U». Poi, il sofferto matrimonio con il primo amore, Ulrica. Ma una notte, invaso da un imprecisato furore, il folle fa un incubo: una «U» gigantesca lo abbraccia con le sue aste immense, lo stringe, lo opprime. Allora corre dal notaio, lo trascina al letto della moglie che sta ancora dormendo e, davanti al pubblico ufficiale, le chiede di rinunciare al nome, che contiene la lettera detestabile. La donna si rifiuta, lui la percuote con il bastone e così viene rinchiuso in un ospizio di pazzi, dove muore l’11 settembre 1865.

Il privilegio di imparentarsi con la follia riguarda anche le consonanti. Thomas Bernhard, nell’Imitatore di voci, racconta di un uomo internato nel manicomio di Augsburg perché da sempre e ossessivamente sosteneva che le ultime parole di Goethe erano state mehr nicht! (basta!) e non mehr Licht! (più luce!). Una sola lettera cambia radicalmente il senso di una frase pronunciata in fin di vita e converte la disperata richiesta di ancoraggio al mondo del visibile in una rassegnata e definitiva chiusura dei conti con la vita terrena. L’insistenza con la quale l’uomo sosteneva la propria tesi aveva dato talmente sui nervi che si era persino costituito un gruppo di cittadini deciso a ottenerne il ricovero in manicomio. Ben sei medici si erano rifiutati, ma un settimo ne aveva ordinato l’internamento immediato e, per questo, era stato premiato con la Targa Goethe della città di Francoforte.

Cesarino, il personaggio di un breve racconto di Luigi Malerba, ha invece paura del passato remoto e ogni volta che ne trova uno nei libri di testo lo sostituisce con un passato prossimo o un imperfetto. Allo stesso modo, al ginnasio corregge Leopardi e Manzoni e, al liceo, Dante e Petrarca. Il problema si risolve solo quando diventa ingegnere idraulico e non deve più fare i conti con il passato remoto, dimostrazione lampante che si può vivere benissimo anche senza.

Ilarità e burocrazia

Un vasto deposito di errori di scrittura è offerto tradizionalmente dalla burocrazia. Nel racconto «Regi impiegati», lo scrittore Emilio De Marchi, tra i primi a portare i colletti bianchi sulla scena letteraria, finge di trascrivere documenti ufficiali. Il tema è originale: il Regio ufficio postale di Castagnazzo si rivolge alla Direzione Provinciale delle Regie Poste con la richiesta di assumere due gatti per fare fronte al grave inconveniente di topi che guastano carte, lettere e indumenti. L’istanza si perde in un divertente gorgo amministrativo e rimbalza alla Direzione Centrale delle Regie Poste, da qui al Ministro, poi alla Tesoreria di Milano e, infine, nuovamente all’ufficio postale di Castagnazzo, perdendo progressivamente di significato perché i soldi per i gatti si confondono con quelli per il signor Gatti e con l’aumento maturato dal vice cassiere, il cavaliere Ratti.

Le parole sbagliate, i termini impropri e gli errori di pronuncia costituiscono un ricco deposito di potenziale ilarità. Poiché commettiamo errori parlando, leggendo e scrivendo – e tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare – può accadere che le parole giuste e quelle sbagliate si confondano e producano gaffe, incomprensioni e malintesi. Del resto, le regole grammaticali sono piene di eccezioni, molte sono vaghe e imprecise e le lingue, come accade all’italiano, scontano talvolta il divario tra il modello aulico e quello parlato.

«Se possedessimo una scienza degli errori grafici, degli sbagli di scrittura – che per comodità potremmo chiamare errografia – quasi certamente dovrebbe occuparsi delle analogie tra sgorbi, schizzi, sfregi, baffi e profili di animali», osserva Marco Belpoliti. Probabilmente quella disciplina permetterebbe di distinguere gli errori preziosi da quelli senza valore, gli sbagli dagli errori creativi e intelligenti. Riconoscendo così che l’errore non è l’hors d’oeuvre, ma il piatto principale della scienza oltre che una componente necessaria dell’apprendimento, perché chi fa pochi errori fa anche poche scoperte.

Come insegna Gianni Rodari nella Grammatica della fantasia, da un errore creativo può nascere una storia; se, battendo a macchina un articolo, capita di scrivere «Lamponia» invece di «Lapponia», ecco scoperto un nuovo paese profumato e boschereccio che conviene esplorare da «turisti della fantasia».

Fastidi e malintesi

Lapsus, distrazioni, traduzioni creative e trascrizioni errate possono creare fastidi identitari, come nel  racconto  di Mirjana Danilovic´, «Il caso numero 20»,  o dare vita a sottotenenti inesistenti e provocare la morte prematura di ufficiali in perfetta salute, come accade nella novella storica di Jurij Tynjanov, Il sottotenente Summenzionato.

Uno straordinario malinteso è Donna Bissodia, forse la più celebre personificazione di una vistosa incomprensione operata dalla cultura popolare rispetto al latino liturgico. Come ricordano Sacchetti, Belli, numerosi testi del Cinquecento e persino Gramsci nelle Lettere dal carcere, il panem nostrum quotidianum da nobis hodie del Padre nostro è, infatti, diventato persona in un processo di distorsione capace di trasformare formule incomprensibili e arcane, maestose, ma ripetitive, in un’espressiva storpiatura.

Se è vero che la lingua non è un catechismo e la grammatica è ricca di contraddizioni e incoerenze, è altrettanto vero che l’errore è la rottura di una consuetudine, di un «patto sociale». Evitare di demonizzare l’errore non significa evitare di intervenire per correggerlo, ma comprendere che di esso si può fare buon uso trasformandolo in una creativa opportunità. Senza nulla togliere alla figura dell’umile, necessario correttore di bozze, che assume talvolta il rilievo eroico di colui che sistema gli errori del mondo, come Il correttore di George Steiner, il rodariano professor Grammaticus e il mitico Herman Gombiner, protagonista di un racconto di Singer.

Dopo essere rimasta pressoché immutata per quattro secoli, e nonostante la solerte vigilanza di correttori automatici che sottolineano in rosso le parole sbagliate nella videoscrittura, l’ortografia della lingua italiana è stata messa a dura prova negli ultimi decenni da sms, posta elettronica, forum, chat, cioè da testi che conservano l’immediatezza del parlato, trascuratezza compresa, e della quale saltano accenti, apostrofi e maiuscole per arricchirsi di faccine animate (emoticon) e di punti esclamativi che teatralizzano la comunicazione scritta ed esprimono sensazioni ed emozioni che il cechoviano Perekladin non conosce.

La parola impronunciabile

Nulla di grave in confronto all’episodio, narrato nel libro dei Giudici (12,5-6), in cui i Galaaditi impongono agli Efraimiti che intendono valicare la frontiera e fuggire dopo la sconfitta subita contro le armate di Jefte una parola d’ordine per loro impronunciabile. «Quando i fuggiaschi dell’esercito efraimita chiedevano di passare, i Galaaditi domandavano loro, uno per uno, se erano Efraimiti, e quelli rispondevano di no. Ma i Galaaditi imponevano loro di dire “šibóllet”, ed essi rispondevano “sibbóllet”, perché non sapevano pronunciare correttamente la parola. Allora li afferravano e li sgozzavano sui guadi del Giordano. Degli Efraimiti, in quell’occasione, ne morirono quarantaduemila».

Il termine šibóllet ha una molteplicità di significati – da fiume ad affluente, da spiga di grano a ramoscello d’olivo – ma l’aspetto più rilevante è che gli Efraimiti non sanno pronunciare correttamente ši e la parola d’ordine si trasforma automaticamente in sibbóllet; il termine impronunciabile si traduce così in una fatale formula di riconoscimento. Come ha osservato Jacques Derrida, sulla frontiera invisibile tra ši e si gli Efraimiti si denunciano alla sentinella, rischiando la vita.

Poiché questo accade ancora oggi, anche se in forme diverse, possiamo sorridere degli incubi di Perekladin, delle ossessioni del matto di Tarchetti e dei gorghi burocratici dell’Ufficio postale di Castagnazzo. Possiamo fare buon uso dei nostri errori e correggerli con scrupolo, ma anche evitare di trasformare il linguaggio e le sue regole in frontiere invalicabili ed escludenti.

Il Punto esclamativo e altri incubi ortografici

Il testo riproduce la Nota introduttiva al volume di Anton Čechov – Igino Ugo TarchettiEmilio De Marchi, Il Punto esclamativo e altri incubi ortografici. Nota di lettura di Roberto Alessandrini, Collana «Lampi», EDB, Bologna 2017, pp.80, € 8,50. 9788810567616

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