“Lectionautica”… giovani universitari e lectio divina

di: Erio Castellucci

Castellucci, La tua ParolaUn nuovo hobby sta prendendo piede tra i giovani da alcuni anni e pare che ne coinvolga centinaia di migliaia: la lectionautica. Esiste anche un sito internet in lingua spagnola che da solo collega tra di loro circa 300.000 lectionauti. Di quale strana disciplina si tratta? Di una pratica, in realtà, non proprio nuova, anzi piuttosto vecchia, nata molto tempo prima dell’invenzione della rete: la Lectio divina. Due parole che già da sole, essendo latine, evocano un’epoca antica… ma che promettono bene anche per il futuro. Lectio, cioè lettura: un’azione che coinvolge le facoltà umane, dall’intelligenza alla volontà, dai sentimenti alla ragione. Divina, perché non si tratta di una lettura qualsiasi, ma della lettura della parola di Dio.

Le origini di questa pratica si possono ricondurre addirittura all’ambiente giudaico antico, quando i rabbini insegnavano ad assimilare la Torah, cioè la Legge o cuore delle Scritture sacre, attraverso la lettura, la meditazione e la preghiera. La pratica venne assunta poi dai cristiani già a partire dalle prime comunità, per essere strutturata dagli antichi Padri della Chiesa e poi entrare nella pratica dei monasteri, specificandosi nelle quattro fasi divenute classiche: lectio, meditatio, oratio, contemplatio.[1]

Oggi questa struttura viene arricchita e adattata ai tempi, perché la Lectio divina si è dilatata a partire dai monasteri e sta interessando tanti laici, ministri ordinati e religiosi. Benedetto XVI ha raccomandato di praticarla, anche adottando metodi nuovi, adeguati al nostro tempo e attentamente valutati.[2] Ne aveva parlato già il Concilio Vaticano II quarant’anni prima nella Costituzione Dei Verbum (1965) e ne parlerà poi il Sinodo sulla parola di Dio, sfociato nel documento Verbum Domini (2010): sono testi fondamentali, che richiameremo più volte in questo libretto.

Come fanno però i giovani universitari, già pieni di impegni e di libri da studiare, a trovare il tempo e il desiderio per infilare nelle loro giornate anche la Lectio divina? Non suonerà piuttosto old fashion una proposta del genere? Certo, non è per tutti. Occorrono alcuni ingredienti non sempre facili da trovare nella medesima persona: un minimo di fede cristiana, alcuni minuti al giorno e il coraggio di provarci, fidandosi di chi assicura che ci saranno dei vantaggi. Proprio «gli anni dell’università sono un’opportunità per attrezzarsi di strumenti utili per una conoscenza critica della fede, un approfondimento serio della vita spirituale e uno studio della Bibbia (…). Non puoi pensare di avere uno stile di preghiera infantile quando la tua cultura è cresciuta, così come le tue relazioni, i tuoi impegni, il tuo modo di pensare. Anche la tua vita spirituale deve maturare e qualificarsi, tanto quanto i tuoi progressi culturali».[3]

La vita universitaria è infatti ricca di stimoli, non solo intellettuali ma anche affettivi e spirituali. L’approccio critico alla realtà, in tutte le sue sfumature, pone domande che non possono girare attorno alla fede, ma devono interrogarla. Non è possibile che la fede rimanga bambina, quando la ragione diventa adulta. La fede non è un soprammobile donato una volta per sempre, che richiede al massimo qualche spolveratina; è un organismo vivo, si rafforza o si attenua con noi, può crescere ma può anche diminuire o spegnersi. Se non è alimentata, come ogni altro organismo deperisce e muore. Il nostro organismo fisico, il corpo, per vivere ha bisogno di carboidrati, proteine, grassi, minerali, vitamine e fibre. Il nostro organismo spirituale, la fede, per vivere ha bisogno della parola di Dio, dei sacramenti, dei comandamenti e della preghiera. La fede cristiana, infatti, ha quattro dimensioni: deve essere creduta, celebrata, vissuta e pregata.

Che cosa succede se la fede si spegne? Niente di particolare: la storia prosegue il suo percorso, il sole nasce e tramonta, fuori piove o fa bel tempo, la gente lavora, si diverte, studia, si arrabbia e si riconcilia, si ammala e fa sport. Apparentemente non cambia nulla: in realtà cambia tutto, perché cambia il cuore. Senza la fede, si perde il senso profondo della vita. Sono le “parole di vita eterna” a dare significato alla vita terrena. Da sole, le “parole di vita terrena” non solo non aprono prospettive eterne, ma nemmeno riescono a fondare se stesse. Lo vediamo continuamente: anche se l’uomo risolvesse tutti i suoi problemi materiali, resterebbe ancora da trovare risposta al problema dei problemi: che significato ha la vita? Da dove vengo? Verso dove vado? C’è risposta al mistero della morte? Quand’anche – lo speriamo tutti – i grandi problemi che oggi turbano l’umanità fossero un giorno risolti, rimarrebbe sempre e comunque la necessità della fede, dell’annuncio del Signore risorto e vivo: l’annuncio che la vita ha senso e non è un’assurda sospensione nel vuoto; è voluta da un Padre, è donata a noi perché possiamo amare, va verso un compimento eterno. La parola di Dio è il primo alimento della fede, è l’ossigeno dell’anima; vale davvero la pena di spendere un po’ di tempo ogni giorno per respirarne qualche boccata: è come una ginnastica spirituale che permette di affrontare il resto della giornata con maggiore scioltezza e vigore. Questo piccolo libro intende incoraggiare, con qualche informazione e consiglio, chi vuole entrare in questo allenamento quotidiano: con una premessa utile prima di partire e un percorso, i famosi “quattro passi”.

Ma quanto durano questi “quattro passi”? Non saranno certo una passeggiata, potrebbe obiettare qualcuno. Come si fa a dedicare tempo alla Lectio divina al di fuori di un monastero, quando le giornate sono piene? In realtà la Lectio è un esercizio elastico: per un giovane universitario si potrebbe pensare a un quarto d’ora al giorno, anche distribuito in diversi momenti della giornata. È quel “tempo di Dio” che dà valore al “tempo dell’uomo”, al restante spazio di 23 ore e 45 minuti della giornata. È vero che la preghiera deve essere “incessante” (cf. Lc 18,1: 1 Tess 5,17), ma questo invito non va inteso nel senso di un’orazione mentale o verbale continua: anche Gesù, oltre a pregare, mangiava e dormiva, incontrava le persone e predicava. La preghiera “continua” è piuttosto la consapevolezza che il Signore è presente in ogni momento della giornata: mentre studio, dormo e lavoro, mentre mi alleno in palestra e incontro gli amici. “Sia che mangiamo, sia che beviamo, siamo del Signore” (1 Cor 10,31). Ma proprio per guadagnare questa consapevolezza, proprio perché la preghiera sia “continua” e diffusa in tutte e 24 le ore della giornata, è necessario che vi sia uno spazio, per quanto piccolo, in cui il Signore ha l’esclusiva. Questo quarto d’ora sarà il “la” che eleva la qualità del tempo restante della giornata. È come nella relazione tra amici o tra due innamorati: sento la presenza dell’altro anche quando non c’è fisicamente: se però ogni tanto ravvivo questa presenza attraverso l’incontro personale, la telefonata o il messaggio. Altrimenti la presenza stessa diventa sempre meno intensa e finisce per sfumare del tutto. Come fare quindi, concretamente, a praticare la Lectio divina da studente universitario?

Erio Castellucci è arcivescovo di Modena-Nonantola. Ha insegnato Teologia sistematica alla Facoltà teologica dell’Emilia Romagna dal 1989 al 2010. Dal 2009 al 2015 è stato parroco a Forlì e si è occupato, in particolare, di animazione vocazionale e giovanile. Il testo qui riportato è la Presentazione del volume La tua parola mi fa vivere. Quattro passi con la Bibbia, pubblicato dalle EDB (marzo 2017), nella collana «Spiritualità dello studio».


[1] Per una breve storia della Lectio divina, corredata dal rimando alle fonti, cf. Nuria Calduch-Benages, Saboreando la Palabra. Sobre la lectura orante o creyente (lectio divina), Editorial Verbo Divino, Estella 2012, 14-33.
[2] Cf. Benedetto XVI, Discorso al Convegno Internazionale La Sacra Scrittura nella vita della Chiesa, del 16 settembre 2005: in AAS 97 (2005) 957.
[3] Bartolo Uberti, Come Prometeo. Studiare è un atto di speranza, EDB, Bologna 2013, 62-63. Sulla stessa linea anche Severino Dianich, Il mestiere dello studente e la vocazione cristiana, EDB, Bologna 2010, 31-37.

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