Léon Dehon: uno studio storico-critico

di: Giuseppe Guglielmi

Europa e spiritualità dehoniana

Léon Gustave Dehon (1843-1925) è una figura generalmente poco conosciuta dentro la storia del cattolicesimo della tarda modernità. La congregazione da lui fondata nel 1878, i Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, rappresenta una tra le molteplici congregazioni religiose sorte in Francia nell’Ottocento, secolo in cui la devozione al Sacro Cuore conobbe un’impennata ragguardevole.

Pur avendo una spiritualità specifica, l’istituto religioso fondato da Dehon non persegue altrettante specifiche attività pastorali. Da questo punto di vista, il caso italiano è davvero singolare. Partendo infatti da alcune iniziative non del tutto pianificate, in Italia questa congregazione si è progressivamente impegnata anche nell’apostolato della stampa (case editrici); da qui la sua maggiore notorietà, come il più comune nome di “dehoniani”.

Quattro “sguardi”

Sulla figura di Dehon, diverse biografie e studi concepiti all’interno della sua congregazione ne hanno delineato i tratti e le vicende. Perché allora un nuovo lavoro? La breve Prefazione scritta dall’attuale Superiore Generale dell’istituto, C.L. Suárez Cordoniú, ne offre la motivazione ufficiale. Si tratta del desiderio di avere una «biografia critica» del proprio fondatore, «una biografia socio-politicamente contestualizzata» (5).

Per raggiungere questo scopo, la congregazione ha pensato di affidare (e di finanziare per il sessanta per cento) il lavoro a uno storico, David Neuhold, ricercatore del Dipartimento di storia della Chiesa medievale e moderna dell’Università di Friburgo (Svizzera), vale a dire di uno studioso esterno all’istituto religioso. Ma l’idea di una biografia storico-critica, come spiega l’autore, è ben presto stata accantonata. Seguendo gli orientamenti storiografici attuali, Neuhold ha invece scritto un’opera storico-critica orientata in senso biografico.

Il libro intende offrire, «alcuni “sguardi” sulla figura di Dehon e sul suo contesto immediato» (13). Le indagini toccano quattro ambiti: la vita interna della congregazione (i contrasti con la prima generazione) e le prime iniziative missionarie; la Chiesa cattolica del tempo (in particolare quella francese e la Santa Sede); il campo dell’economia e della religione di fine Ottocento; la tensione tra economia, nazione e religione in Europa e più particolarmente nel contesto francese (cf 17).

La “prospettiva del conflitto”

L’autore specifica l’orizzonte di fondo attraverso cui ha affrontato questi ambiti: la “prospettiva del conflitto”. Egli giustifica tale scelta metodologica affermando che «gli storici sono chiamati […] a una “ermeneutica del sospetto”, in modo da non confezionare una storia di Dehon “secundum Dehon”» (39).

Un lavoro quindi che non tende a conciliare, ideologicamente e apologeticamente, la figura di Dehon al fine di offrirne una “biografia esemplare” utile tanto per la formazione dei novizi quanto per la sua beatificazione. Su quest’ultimo punto bisogna ricordare che nel 2005, poco dopo l’elezione a papa, Benedetto XVI decise di sospendere la beatificazione di Dehon, già decisa dal suo predecessore Giovanni Paolo II (e da lui fissata al 24 aprile 2005) a motivo dell’antisemitismo presente in alcuni suoi scritti.

Ne deriva un profilo schietto del personaggio, un lavoro per nulla incline ad edulcorarne o magnificarne la figura, come si può evincere dalle considerazioni che emergono quando Neuhold si chiede quali siano i motivi per cui Dehon trovò diversi contrasti all’interno come all’esterno della sua congregazione. Non per le sue idee, che risultano non molto originali bensì in linea con il clima ecclesiale del momento (vedi, solo per fare un esempio, la recezione del raillement di Leone XIII e dunque la scelta della democrazia anziché della monarchia).

“Riformatore conservatore”

Da questo punto di vista se Dehon può essere certamente ascritto a pieno titolo tra gli abbé democrate francesi dell’epoca (ma non paragonabile ad un J. Lemire: cf 38), resta – sostiene Nehold – un “riformatore conservatore”, ben inquadrabile nell’integralismo rassicurante della sua Chiesa (cf 65).

Neuhold DehonSono invece i suoi atteggiamenti e iniziative che disturbano e destano il malcontento, tanto dei vescovi che si succedono nella sua diocesi (Soisson) quanto della prima generazione di confratelli. Egli “non è un sistematico”, continua a sottolineare il nostro storico, né un intellettuale accademico e nemmeno uno scrittore originale. Dehon è piuttosto un uomo ottimista, dotato di un’intelligenza viva ma prevalentemente orientata alla prassi, un raccoglitore di idee e di scritti di altri, che però sa diffondere discretamente.

Ma è forse questa sua versatilità e praticità che gli consentirà di inviare diversi religiosi della ancora giovane congregazione in molte parti del mondo, favorendo così la diffusione dell’istituto, oltre che il riconoscimento ufficiale da parte di Roma, cosa per la quale Dehon aveva agognato per lungo tempo, dato che l’istituto aveva già conosciuto una prima soppressione (1883).

Un’attenzione a parte meriterebbero gli altri due oggetti del lavoro, che costituiscono il terzo (denaro) e il quarto capitolo (nazione) del libro. Sul denaro, l’autore ricorda i dibatti sulla liceità degli interessi, sul rapporto tra vita religiosa ed economia (“economia della provvidenza”), e sulla gestione del denaro in una Francia segnata dalle espulsioni degli istituti religiosi e dai conseguenti espropri da parte dello stato.

Infine, l’ultimo oggetto dello studio di Neuhold verte sulla questione della Francia, Grand Nation, e sull’inserimento di Dehon in tale scenario, marcato da tensioni politiche tra idee anticlericali e repubblicane da una parte, e idee cattoliche e monarchiche dall’altra. Un confronto che si rifletterà anche sulla bandiera francese, che alcuni ambienti vorrebbero con impressa l’effige del Sacro Cuore.

Una presa di coscienza nuova

Il binomio “interno-esterno” che ho prospettato all’inizio, quando ho accennato alle motivazioni che stanno dietro questo lavoro, ritorna a mio parere qualora ci volessimo interrogare sui possibili lettori di questo libro e quali capitoli potrebbero catturare la loro attenzione.

Ritengo che un lettore non appartenente alla congregazione fondata da Dehon potrebbe privilegiare gli ultimi due punti – denaro e nazione – relegando invece i due capitoli precedenti (gli inizi della congregazione e il mondo ecclesiale coevo) a “beghe interne” a questo istituto. Al contrario, un lettore interno (un religioso appartenente alla congregazione) potrebbe privilegiare le vicende (spesso contrastanti e dolorose) della congregazione ai suoi inizi, guardando invece le altre due questioni con occhio più distaccato o comunque riferendo gli avvenimenti ivi narrati entro un interesse di più ampio carattere storico-culturale.

Immergendomi nel presunto lettore interno ora ipotizzato, ritorno al quesito iniziale: perché uno studio storico su Dehon e per giunta non condotto da un membro interno al suo istituto? Mi torna alla mente un interessantissimo scritto di M. de Certeau (1925-1986), storico della spiritualità moderna, intitolato Il mito delle origini (1966). Riflettendo sull’occasione di una lettura “altra” della propria tradizione effettuata da storici esterni e quindi mossi da interessi più culturali, il gesuita francese ritiene che tale iniziativa può consentire a un ordine religioso una presa di coscienza nuova, liberandolo dalla tentazione di chiudersi in una tradizione che si vorrebbe omogenea e continuativa nel tempo. «Già solo una lettura della nostra storia – qui Certeau si sta riferendo alla Compagnia di Gesù a cui apparteneva-, quando è fatta da altri che non siamo noi, può liberarci dagli a priori e dall’ideologia che a nostra insaputa noi vi difendiamo» (Debolezza del credere, 54).

Facendo leva sul paziente lavoro dell’erudizione, della ricerca e attenzione nei confronti del dettaglio, di un memento particolare, lo storico mostra di avere “il gusto dell’altro”. L’evenemenzialità spezza infatti la logica di un’intelligenza sistematica che vorrebbe fare degli uomini del passato i precursori di quelli di oggi e di trasformare le loro dottrine in naturale premessa di quella che oggi è diventata una istituzione. Al tempo stesso però, quando un’istituzione è tentata di fissare/identificare la propria identità con l’oggi, ecco che la storia, conclude Certeau, la tiene aperta, ricordandole la particolarità del proprio destino, rinviandola alle sue origini, ritrovando nei suoi linguaggi una tipicità che non si sottomette alle mode del momento.

Non vorrei attribuire a questo libro siffatte incombenze o auspici, ma di certo potrebbe essere un contributo per schiarire alcuni nodi.

David Neuhold, Missione e Chiesa, denaro e nazione. Quattro prospettive su Léon Dehon, fondatore dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, EDB, Bologna 2020, pp. 475, € 35,00

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