Lercaro, storia di un’omelia

di: Giampiero Forcesi
lercaro e dossetti

Il cardinale Lercaro e don Giuseppe Dossetti

È davvero una «perla» il libricino, settanta pagine, in cui le Edizioni Zikkaron, sorte nel 2016 a Marzabotto, nell’Appennino emiliano, per iniziativa della dossettiana Piccola famiglia dell’Annunziata, hanno raccolto – sotto il titolo Non la neutralità ma la profezia – l’omelia dell’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro pronunciata il 1° gennaio 1968 in occasione della prima Giornata mondiale della pace. L’omelia è corredata da due commenti, uno storico per la penna di Giovanni Turbanti e uno teologico ad opera di Fabrizio Mandreoli, e ha la prefazione dell’attuale arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi.

«Perle» è il nome della collana cui appartiene questo piccolo libro, in libreria ai primi di settembre; lo hanno preceduto due testi di Giuseppe Dossetti (Per la vita della città e Democrazia sostanziale) e uno dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice (La povertà della Chiesa). Zikkaron, il nome della piccola casa editrice, in ebraico significa «memoria», e fare oggi memoria di quell’evento che è stato l’omelia pronunciata da Giacomo Lercaro in cattedrale il 1° gennaio 1968 – ultime sue parole pubbliche prima che un messo del Vaticano gli annunciasse, tre settimane dopo, la sua rimozione dalla sede episcopale – è di grande interesse.

Lo è non solo per tornare a illuminare un momento cruciale della nostra storia recente – il Sessantotto, il primo post Concilio, il sorgere del dissenso cattolico e dei gruppi spontanei, la protesta contro la guerra del Vietnam… e, in questo contesto, quello che fu un episodio grave e inedito nella vita della Chiesa –, ma anche, e soprattutto, per meditare sull’oggi, l’oggi della storia che viviamo e della via che la Chiesa è chiamata a percorrere nella sempre di nuovo da re-interpretarsi fedeltà all’evangelo.

La citazione di Francesco

Scrive Matteo Zuppi nella Prefazione: «L’omelia del cardinale Lercaro del 1° gennaio 1968, nel pieno della guerra fredda e del conflitto in Vietnam, segna uno dei capitoli più importanti della posizione della Chiesa italiana nei confronti del tema della pace». È probabilmente vero, ma è altrettanto vero che, come ricorda Fabrizio Mandreoli, tale omelia, che egli definisce una «sorta di sintesi della teologia della pace emersa nella Chiesa bolognese», da allora non è mai stata ricordata in nessun discorso ufficiale in ambito ecclesiale.

Mai, fino al 1° ottobre 2017, quando, nel corso della sua visita a Bologna, nell’incontro con gli studenti e il mondo accademico dell’università, papa Francesco – parlando di pace e dopo aver ricordato l’articolo 11 della Costituzione italiana e il monito di Benedetto XV sulla Grande guerra come «inutile strage» –  ha citato, a sorpresa, come terzo elemento rilevante, proprio quell’omelia. «Il cardinale Lercaro – queste le parole di Francesco – qui disse: “La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la sua vita non è la neutralità, ma la profezia”.

Non neutrali – aggiunge Francesco -, ma schierati per la pace!». Il papa dice «vita», Lercaro aveva detto «via»; ma l’errore del papa sembra un’interpretazione accrescitiva, per usare un’espressione cara a Giuseppe Dossetti: la vita stessa della Chiesa, e dunque certo la sua via, non è la neutralità ma la profezia (le parole di Lercaro adesso possono essere ascoltate dal vivo grazie al recentissimo ritrovamento, in un archivio privato, della registrazione dell’omelia; ne scrive in una nota editoriale Nicola Apano, che rinvia al sito www.dossetti.eu, dove è possibile riascoltarla).

Una teologia della pace

Fabrizio Mandreoli parla di «una teologia della pace emersa nella Chiesa bolognese», ed è vero. È accaduto nel breve volgere di pochissimi anni: dall’ultima sessione conciliare nell’autunno del 1965 al Capodanno del 1968.

Sono gli anni in cui viene a piena maturazione il percorso dell’episcopato di Lercaro, passato attraverso una intensa opera di ricomprensione e purificazione dell’essere della Chiesa attorno ai suoi elementi costitutivi, l’eucaristia e la parola di Dio; percorso a cui la collaborazione di Giuseppe Dossetti ha dato un apporto insostituibile.

E sono, per altro verso, gli anni in cui la questione della pace e della guerra è sempre più al centro dell’attenzione mondiale per via dell’intensificarsi della guerra nel Vietnam: nel febbraio del ‘65 erano iniziati i bombardamenti americani; Giorgio La Pira, da anni impegnato per far dialogare i due blocchi, aveva organizzato un grande convegno a Firenze nell’aprile del 1965 e in novembre sarebbe andato ad Hanoi per cercare una di pacificazione. Nelle università i giovani cominciavano a manifestare.

Il discorso non pronunciato

Giovanni Turbanti ricostruisce in modo avvincente i diversi passaggi della riflessione di Lercaro e di Dossetti sulla pace. A cominciare dall’intervento in Concilio sull’ultimo capitolo dello Schema XIII, nell’ottobre 1965 (il testo che sarà poi approvato col nome di Gaudium et spes), in cui Lercaro criticò con asprezza un testo che, in nome del realismo storico, rinunciava alla chiarezza e alla forza del giudizio del Vangelo sulla violenza e sul male del mondo.

La Chiesa – si legge in quel testo – doveva condannare non solo l’uso ma anche il possesso delle armi moderne e doveva avere il coraggio di condannare in nome del Vangelo la guerra come tale, non per gli eventuali rischi catastrofici, ma in se stessa, considerando anche le guerre difensive.

Quell’intervento non fu letto in aula (fu consegnato per iscritto qualche settimana dopo) perché proprio il giorno prima di quando il calendario conciliare aveva previsto che Lercaro prendesse la parola, il 4 ottobre, Paolo VI volò a New York e parlò di pace e guerra all’Assemblea delle Nazioni Unite. Lercaro, dice Turbanti, non pronunciò il suo intervento perché il discorso di papa Montini, sulla questione della guerra, proponeva «una posizione sostanzialmente diversa», ammettendo che il possesso delle armi potesse ancora servire per proteggersi da un ingiusto attacco nemico. E forse Lercaro non ritenne opportuno far rimarcare questa differente valutazione.

Chiesa e città

Tornato a Bologna a fine Concilio, Lercaro fu insignito della cittadinanza onoraria dall’amministrazione della città e si avviò un inedito periodo di collaborazione tra la Chiesa di Bologna e le istituzioni cittadine.

Nel novembre del 1966 fu costituito un «Centro di azione per la pace», promosso dalla diocesi ma aperto alle forze politiche e sociali senza preclusioni ideologiche. Nell’aprile del ’67 Lercaro tenne un nuovo, impegnativo, discorso sul tema della pace, ancora a commento della Gaudium et spes.

Turbanti sottolinea i due punti cruciali di quel discorso. Vi è innanzitutto una reinterpretazione biblica del rapporto tra pace e giustizia, secondo cui la giustizia nelle relazioni umane e sociali è l’effetto della pace e non già la sua precondizione; «donde appare con tutta evidenza – dice Lercaro, con un richiamo indiretto alla posizione americana su come metter fine alla guerra nel Vietnam – che rifiutarsi di prendere un’iniziativa di pace unilaterale o di desistere da una guerra, fino a che non sia stata dalla controparte accettata preventivamente una certa riparazione o reintegrazione, può forse essere (e non sempre, neppure da un punto di vista meramente umano) un discorso di buon senso: ma non è certo un discorso cristiano, tanto meno un discorso che possa invocare a conferma la parola di Dio».

Vi è poi una radicale riflessione sulla violenza: secondo la logica evangelica, dice Lercaro, «l’unico modo per vincere la violenza non è rispondere con un’altra violenza “difensiva”, ma uscire dal sistema della violenza», cioè contrapporre alla violenza subita un’iniziativa di pace, «immettendo nella storia – egli dice – un’energia divina che, sola, sarà capace di ristabilire la giustizia, vincendo il male con il bene».

«La strada di Bologna»

Appare evidente, osserva Turbanti, come, per pensare la pace e per arrivarvi, «la strada di Roma» (quella diplomatica seguita da Paolo VI) e «la strada di Bologna» divergevano. Per questa ragione, quando si arriva al dicembre del 1967 e L’Osservatore romano rende nota la decisione di Paolo VI di indire per il 1° gennaio del nuovo anno la Giornata della pace, da ripetersi poi a ogni inizio d’anno, e pubblica il Messaggio che per l’occasione papa Montini affida ai vescovi perché lo portino nelle loro chiese e nelle loro città, a Bologna si entra in fibrillazione. Il dialogo intrapreso a livello locale preludeva, infatti, a un’azione concorde, tra la Chiesa locale e il Consiglio comunale, per giungere a una condanna dei bombardamenti perpetrati in Vietnam.

Nuovamente, in qualche misura, gli sforzi di pace di Paolo VI e di Lercaro sembrano incrociarsi, rincorrersi; con le loro «diversità di sensibilità e di prospettive», come scrive Turbanti. In particolare, riguardo al Messaggio per la giornata della pace, il punto di dissenso riguardava la non chiusura di papa Montini alla possibilità di una guerra in difesa della libertà e la sua presa di distanze dall’obiezione di coscienza al servizio militare.

Turbanti ricostruisce la febbrile attività di quei giorni, a Bologna, l’incertezza di come muoversi, di come parlare alla città. La situazione venne resa ancora più delicata e complessa per via dell’incontro di Paolo VI, il 23 dicembre, in Vaticano, con il presidente americano Johnson, e del suo discorso il giorno prima ai cardinali di curia: in entrambi i casi emergeva che la posizione del papa poggiava su un principio teorico di neutralità, ma di fatto indicava una accettazione della posizione statunitense, chiedendo, allo stesso tempo, la cessazione dei bombardamenti americani e la fine delle attività militari dei Vietcong.

A Bologna, scrive Turbanti, si sarebbe auspicata invece una condanna senza mezzi termini, senza condizioni, delle incursioni americane.

Dalla bozza all’omelia

Con piena consapevolezza della delicatezza del momento, Dossetti, provicario di Lercaro in quella breve stagione del postconcilio, prepara la bozza di testo per l’omelia che l’arcivescovo terrà il 1° gennaio, quando consegnerà il Messaggio di Paolo VI alla comunità ecclesiale.

Il tono è pacato. Lo stile è quello, intimo, di un esame di coscienza (com’era stato nel discorso di accettazione della cittadinanza onoraria, un anno prima). Ma è esplicita l’affermazione della necessità di andare oltre la neutralità, del dovere di dire una parola profetica, di esprimere un giudizio, religioso, ma pur sempre un giudizio.

«La Chiesa – dice Lercaro, nel pomeriggio del 1° gennaio, in cattedrale – non deve far mancare il suo giudizio dirimente, non politico, non culturale, ma puramente religioso, sui maggiori comportamenti collettivi e su quelle decisioni supreme dei responsabili del mondo, che possano coinvolgere tutti in situazioni sempre più prossime alla guerra generale (…)». La Chiesa non può farsi arbitra delle contese politiche delle nazioni – aggiunge; «ma la Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia. Cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio».

Nell’umiltà, nella consapevolezza degli errori commessi in passato, nella solidarietà con tutte le nazioni, «la Chiesa deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio». Anche rischiando dissensi e rifiuti. E, dunque, “la dottrina di pace della Chiesa (messa sempre meglio a fuoco da papa Giovanni, dal Concilio e da papa Paolo), per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può non portare oggi – dice Lercaro – a un giudizio sulla precisa questione dirimente dalla quale dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto».

Qui Lercaro dice che intende riferirsi ai bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord, e nel fare questo preciso riferimento si appoggia a un brano del discorso di Paolo VI ai cardinali del 22 dicembre, in cui però papa Montini, in realtà, aveva rivolto un invito a entrambe le parti belligeranti perché dessero un segno concreto di volontà di pace. Non aveva chiesto un gesto unilaterale.

Lercaro concludeva la sua omelia impegnando se stesso e tutta la comunità diocesana a un grande sforzo di catechesi della pace per i giovani, per educarli al rifiuto radicale di ogni forma di violenza e al senso della fraternità universale, e dichiarando di voler essere, d’ora in avanti, «un servo dell’evangelo di pace», e di desiderare che la Chiesa di Bologna non fosse altro, d’ora in avanti, che «un unico generale annunzio dell’evangelo di pace a tutti».

La “rimozione”

Scrive Turbanti che sia Lercaro che Dossetti ebbero la convinzione che proprio questa omelia fosse stata la goccia che fece traboccare il vaso e spinse il Vaticano a inviare un proprio messo a Bologna, tre settimane dopo, il 27 gennaio, per costringere Lercaro alle dimissioni. Una rimozione, l’ha definita di recente Alberto Melloni, erede di quella «officina bolognese» avviata da Dossetti a metà degli anni Cinquanta per studiare la storia della Chiesa e contribuire a rinnovarla.

Il «vaso» poi traboccato era questa Chiesa di Bologna, già di per sé ricca di tradizioni robuste, che un vescovo, disponibile a mettersi in discussione per amore della Chiesa e del Vangelo, aveva condotto, per alcuni aspetti, ad anticipare il Concilio e poi a volerlo mettere in pratica persino superandone, in fedeltà al suo spirito, le acquisizioni più incerte o più timide, come le chiamava Dossetti.

Fu personalmente Paolo VI a volere questa rimozione? Non mi pare ci siano prove definitive che sia stato così. Si può forse ritenere che papa Montini sia stato in parte ingannato in parte scavalcato da alcuni personaggi di curia. Quella stessa curia, a distanza di decenni, in cui sembrano agitarsi trame oscure per delegittimare oggi papa Francesco.

Quattro indicazioni attuali

Fabrizio Mandreoli, dopo aver attentamente ricostruito e commentato l’omelia di Lercaro, si chiede cosa ci dica oggi quel testo; anche alla luce di quella sorprendente attenzione che papa Francesco ha dedicato al cuore stesso di quell’omelia, il primato della profezia sulla neutralità.

Mandreoli coglie nell’omelia quattro indicazioni particolarmente attuali, e che ritroviamo oggi, avvalorate, nella testimonianza papa Francesco. In primo luogo, l’importanza della parola di Dio, da leggere, ascoltare, scavare dentro il contesto della nostra storia personale e collettiva. Ascolto della Parola e ascolto della storia, poiché l’una rischiara l’altra. In Bergoglio questo è chiaramente presente.

In secondo luogo, la riflessione sulla risposta cristiana alla violenza e alle logiche della guerra: qui le audaci affermazioni di Lercaro e di Dossetti hanno davvero camminato negli anni se si è arrivati a poter leggere nel Messaggio per la Giornata della pace del 1° gennaio 2017 di papa Bergoglio il convincimento che la nonviolenza può «diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme».

Un terzo punto sottolineato da Mandreoli è la messa in discussione della connessione rigida e deformante tra il cristianesimo e la cristianità europea con il suo bagaglio di norme, tradizioni, istituzioni, valori; connessione che contrasta, sosteneva Lercaro, con il mistero dell’amore di Dio per tutti gli uomini e dunque con l’unità sovrannaturale del genere umano, la quale viene prima di ogni divisione geopolitica o ideologica. Rispetto a questo nodo la proposta centrale del pontificato di Bergoglio, e cioè la misericordia di Dio considerata come chiave fondamentale per parlare di Dio, dell’uomo e della Chiesa, appare una via di superamento decisiva. Mandreoli parla di «un vero spostamento di baricentro teologico».

In questo Bergoglio è debitore del teologo gesuita Eric Przywara per la sua percezione teologica del volto di Dio come «amore sempre in eccesso». Ed è citando Przywara che papa Francesco, in un’intervista a La Croix nel maggio del 2016, ha criticato il tono trionfalista con cui sente spesso parlare delle radici cristiane dell’Europa, radici che Bergoglio non nega, ma vuole evitare che siano percepite in senso colonialista, dal momento che l’apporto che il cristianesimo può dare ad una cultura – egli dice – è essenzialmente il suo mettersi a servizio di essa, è la lavanda dei piedi, è il dono dell’amore misericordioso.

La Chiesa come profezia

Infine, quarto aspetto dell’omelia lercariana per la riflessione dell’oggi è – per Mandreoli – il pensare la missione della Chiesa come profezia. «La via della Chiesa è la profezia» ha sostenuto Bergoglio lo scorso anno a Bologna resuscitando l’omelia di Lercaro di cinquant’anni prima.

Giustamente Mandreoli parla di «precondizioni» necessarie perché si possa parlare davvero di una presenza profetica, di una parola profetica. E, come Lercaro diceva – cioè che il giudizio può venire solo da una Chiesa che lo porti nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi, nella povertà dei mezzi e persino nella povertà culturale -, così pur Bergoglio è ad una «Chiesa povera per i poveri» che attribuisce il compito, la possibilità, di guardare al mondo, di valutare la realtà, e dunque di «annunciare il giudizio delle nazioni».

Mandreoli può, così, concludere che la testimonianza di Lercaro e Dossetti. Di cinquanta anni fa, e quella di Bergoglio, di oggi, avvalorano la convinzione che «solo una Chiesa sufficientemente libera dall’abbraccio avviluppante delle varie forme di potere, del prestigio e della ricchezza può permettersi di dire una parola di verità su temi quali la pace, la guerra, gli eserciti e le armi che sempre si trovano all’incrocio di interessi giganteschi».

www.c3dem.it, 30 agosto 2018.

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