L’evangelica contraddizione

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Poveri noi!La povertà – intesa come non attaccamento ai beni – è o non è un valore?

Una domanda antica che oggi si ripropone con intensità crescente, tanto che non è azzardato affermare che è su questo crinale che si gioca la sfida della Chiesa contemporanea. Il motivo? Le parole e i gesti di un pontificato come quello di papa Francesco.

A sostenerlo, nel suo ultimo libro pubblicato dalle edizioni del Messaggero di Padova, è padre Giulio Albanese, religioso comboniano e giornalista, uno che si fa «portavoce del grido dei poveri della terra», come scrive Walter Kasper nella prefazione. Possiamo forse come cristiani restare indifferenti a questo grido? Il grido di quelle migliaia di bambini, donne e anziani che non sono numeri da indicare in statistiche, bensì esseri umani e figli di Dio, ciascuno con il suo volto e la sua storia, minacciati da fame, pandemie, guerre, persecuzioni? La domanda del cardinale tedesco – di cui è ben nota la sintonia con Bergoglio – dovrebbe sembrare retorica: Vangelo alla mano, semplicemente non si può. Eppure, anche nella Chiesa di oggi, non tutti la pensano così.

Se infatti è storica la sfida dei cristiani contro questo autentico scandalo che ha diviso i figli di Dio – Francesco d’Assisi e i suoi Minori con la scelta di povertà assoluta e il papato hanno rappresentato per secoli due distinti archetipi della cristianità – è cronaca dei giorni nostri la critica al papa per via del suo insistere sull’attenzione ai poveri e indirizzare la Chiesa verso le periferie. Esistono purtroppo dei cristiani che guardano con una certa sufficienza al tema della povertà, quasi che si trattasse di un refuso e non dell’essenza stessa del Vangelo. Francesco d’Assisi l’aveva ben compreso in una Chiesa medievale che si era perduta in altri ambiti – di qui il nome scelto da Bergoglio – e solo il Vaticano II l’aveva ribadito a chiare lettere (i termini “poveri” e “povertà” sono richiamati rispettivamente 42 e 21 volte nei documenti conciliari).

Eppure oggi nelle nostre comunità cristiane si ascoltano parole pesanti di supponenti che tacciano come «ingenua» la risposta di Bergoglio a fronte di un immane cambiamento epocale: e sono pure «gerarchie ecclesiastiche come anche frange dei christifideles laici» che frenano allarmati manifestando «una celata dissidenza, fatta di silenzi farisaici misti ad imbarazzanti mormorazioni o addirittura palesi denunce, rigurgiti inquietanti di una Chiesa fatta di merletti e candelabri, decisamente preconciliare». Quanti partecipano all’eucaristia sono convinti di cosa comporta quel pane spezzato?

È proprio questo uno dei motivi che l’ha indotto a scrivere, confessa l’autore: non un testo di teorie economiche con risposte di carattere tecnico, ma una seria analisi degli squilibri globali, delle reali cause del fenomeno migratorio di oggi e delle sfide che la politica dovrà decidersi ad affrontare, un libro scritto con la competenza dello storico, la lungimiranza del sociologo, la carità del missionario che ha dato la sua vita per i dimenticati dal mondo. Perché una risposta c’è ed è proclamata in maniera chiara e forte: l’insegnamento del Vangelo. Di qui il titolo Poveri noi! che deriva direttamente dal discorso delle Beatitudini, sottolinea il cardinale Kasper richiamando l’attenzione alla frase posta all’inizio: sono parole di dom Helder Camara ricordate spesso anche da papa Francesco (tra l’altro anche nel libro-intervista curato da Giacomo Galeazzi e Andrea Tornielli «Questa economia uccide», Piemme 2015). «Quando io do cibo ai poveri, mi chiamano santo. Quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, mi chiamano comunista». «L’espressione dell’arcivescovo di Recife, strenuo difensore dei “suoi” poveri e di tutti i derelitti della terra, spiega come le due questioni rappresentino in realtà due facce della stessa medaglia» commenta Kasper.

Per questo motivo potranno anche affannarsi a gridare quanti non sono d’accordo, ma la conclusione è una e una sola: semplicemente non possono richiamarsi al Vangelo. Perché l’appello del papa a prestare attenzione ai poveri – ricordiamo il monito del cardinale Hummes al termine del conclave – non può affatto considerarsi un pauperismo fine a se stesso, un’esaltazione della miseria per motivazioni diverse, né l’atteggiamento paternalista di chi dà in elemosina qualcosa del (tanto) superfluo – seppure tutto abbia comunque il suo valore – è piuttosto l’impegno in prima persona del condividere non solo “per” ma “con” i poveri, del lavorare per la promozione di un’economia sociale e sostenibile, un’economia che non escluda nessuno perché fondata sulla dignità di ogni persona e sulla centralità del lavoro umano in ogni regione del pianeta, come sollecita Bergoglio fin dalla sua elezione.

È questa la svolta di un magistero che ha riportato con forza il problema all’attenzione del mondo e della Chiesa (il sogno di «una Chiesa povera per i poveri») con l’invito pressante ad una conversione, o, come scrive Albanese di «evangelica contraddizione». È l’invito ad «un cambiamento di rotta dalla mentalità individualista, spesso chiusa negli stretti confini nazionali o familiari e di clan, da una post-modernità deragliata, che ha tradito le grandi idee dei diritti umani, a un atteggiamento di condivisione dei beni terrestri, che secondo il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa, riaffermata già dagli ultimi papi, appartengono a tutti».

Perché «la povertà, “il mysterium magnum” del Concilio, non è solo un fine, ma il mezzo stesso, la via della riforma che egli intende attuare alla Chiesa» e una lettura non strabica del Vangelo ci obbliga ad aprire gli occhi e i cuori ad una visione molto più ampia e profonda. L’anima missionaria di padre Albanese indica la strada, ribadisce ancora una volta che siamo di fronte ad un’idolatria del mercato che accumula risorse e denaro nelle mani di pochi abbandonando ancora troppi nella povertà talvolta assoluta di chi non ha nulla, spesso neppure più la terra per vivere.

«Non dimentichiamo che per i discepoli di Cristo la povertà è anzitutto una vocazione a seguire Gesù povero. È un cammino dietro a Lui e con Lui, un cammino che conduce alla beatitudine del Regno dei cieli (cf. Mt 5,3; Lc 6,20). Povertà significa un cuore umile che sa accogliere la propria condizione di creatura limitata e peccatrice per superare la tentazione di onnipotenza, che illude di essere immortali. La povertà è un atteggiamento del cuore che impedisce di pensare al denaro, alla carriera, al lusso come obiettivo di vita e condizione per la felicità. È la povertà, piuttosto, che crea le condizioni per assumere liberamente le responsabilità personali e sociali, nonostante i propri limiti, confidando nella vicinanza di Dio e sostenuti dalla sua grazia. La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali, e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti (cf. CCC 25-45)» scriveva infatti papa Francesco il 13 giugno scorso nel Messaggio che istituiva la 1° Giornata mondiale dei poveri da celebrarsi nella XXXIII domenica del Tempo ordinario (il prossimo 19 novembre).

Occorre superare l’incapacità di cogliere non solo la profezia di un papato che supera l’eredità pesante di una Chiesa costantiniana, ma anche «il rifiuto dichiarato di coniugare le istanze dello spirito e della fede con i bisogni esistenziali di chi deve lottare o addirittura sopravvivere» scrive padre Albanese, che invita a proiettarsi al di là della «miopia dell’anima» denunciata dal pontefice attraverso il suo magistero, forse per certi versi spregiudicato, per traghettare oltre quella teologia disincarnata di quei devoti che relegano, quando fa loro comodo, volentieri la fede in sacrestia o in liturgie intimistiche dimenticando che il Verbo si è fatto carne per l’intera umanità.

Perché l’“eco-teologia” della Laudato si’, fondata sul valore della «Casa comune» può essere considerata come l’espressione in versione contemporanea di una svolta radicale alla stregua di quella compiuta da Francesco e Chiara d’Assisi, «l’opzione – scrive Albanese – che trova la sua massima espressione sacramentale nella fractio panis – e la sua concretizzazione nelle parole di Gesù come leggiamo nel libro degli Atti: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!” (At 20,35)».

Giulio Albanese, Poveri noi! Con Francesco dalla parte dei poveri. Prefazione di Walter Kasper, Edizioni Messaggero, Padova 2017, pp. 184, € 15,00.

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Un commento

  1. Antonietta 18 novembre 2017

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