“Love, Death & Robots”. La radicale scoperta di sé

di: Andrea Franzoni

love, death and robots

Fin dall’antichità l’amore è sempre stato associato alla morte. Forse perché l’amore induce in qualche modo a lasciarci morire, a fare spazio a parti di noi stessi che avevamo nascosto sotto maschere con le quali ci identifichiamo ma che non ci rappresentano in maniera autentica. Amore e morte inoltre sono stati spesso identificati come principi contrapposti, quello della creazione da una parte e quello della distruzione dall’altra, come scriveva Leopardi nella sua poesia Amore e morte.

Ma la Scrittura e tutta la tradizione cristiana, prima fra tutte la mistica, ci hanno insegnato che amore e morte sono di più che le due facce opposte di una stessa medaglia e che in realtà esse si appartengono a vicenda come espressioni di uno stesso volto. «Forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione», recita il Cantico dei cantici, e lo stesso mistero di Cristo culmina con il supremo gesto d’amore che coincide con la morte di croce.

Amore e morte hanno poi trovato grande spazio, oltre che nelle varie tradizioni religiose e nell’indagine psicoanalitica, anche nel campo delle diverse espressioni artistiche, pittura, letteratura e cinema. Dal 15 marzo è disponibile su Netflix una nuova serie animata antologica che alla coppia di amore e morte aggiunge un altro elemento, quello dei robots. Love, Death & Robots, appunto, è una serie creata dal regista statunitense David Fincher – Seven e Gone Girl solo per ricordare alcune delle sue splendide pellicole – e da Tim Miller, animatore e supervisore agli effetti speciali che aveva già collaborato con Fincher creando la sequenza d’apertura del suo film Millennium. Uomini che odiano le donne (2011).

Tutti i volti dell’intrattenimento visivo

Questa prima stagione di Love, Death & Robots si compone di diciotto cortometraggi dalla durata compresa tra i 5 e i 20 minuti, realizzati con diversi stili d’animazione, che spaziano dal 2D tradizionale al digitale fotorealistico tramite motion capture, confezionando così un prodotto eterogeneo che abbraccia in maniera sorprendente cinema, videogioco e fumetto. I diciotto episodi sono legati da un comune tema narrativo, che come suggerisce il titolo riguarda il rapporto dell’uomo con la morte, l’amore e le passioni (spesso distruttrici), ai quali si aggiunge però l’aspetto tecnologico di matrice fantascientifica, genere ormai frequente nelle narrazioni audiovisive, sempre più spesso adottato come specchio privilegiato per leggere la realtà e immaginare il futuro prossimo dell’umanità.[1]

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Che la nuova serie di Fincher e Miller dovesse rappresentare una sorpresa sopratutto dal punto di vista tecnico-visivo lo aveva già fatto intuire il riuscitissimo trailer, che tra immagini intermittenti e disturbanti rivelava la volontà degli autori di proporre una serie che condensasse e amplificasse i molteplici volti dell’intrattenimento visivo. Quello che il trailer prometteva e che la serie restituisce in pieno è quello che J. Ballard descriveva nei suoi romanzi come «il mondo sovra-illuminato»: la modernità, permeata di tecnologia, in cui coesistono meraviglia e incubo, tenerezza e violenza, caos e riflessione.

La filosofia del progetto

Non tutti gli episodi della serie sono riusciti e penetranti, tuttavia Dolci tredici anni, Oltre aquila e La guerra segreta (solo per citarne alcuni), nonostante propongano storie di fatto canoniche e sostanzialmente prevedibili per gli amanti del genere, lasciano il segno, imponendosi come capolavori visivi che difficilmente si potranno dimenticare.

Tra gli episodi che meglio riescono a sintetizzare la filosofia del progetto vale la pena citare Zima blu. Con uno stile grafico essenziale e accattivante il corto rimanda direttamente al capolavoro di S. Kubrik, 2001 odissea nello spazio.

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Zima blu è una riflessione profonda sul senso della vita e sopratutto sullo scopo e i limiti dell’arte. Viene narrata la storia di Zima, uno dei più grandi artisti del cosmo, che inizia la sua attività realizzando grandi pitture murali che rappresentano le profondità insondabili dello spazio. La sua arte si evolve quando nelle sue pitture introduce piccoli rettangoli blu, che prenderanno sempre più spazio diventando enormi superfici monocolore, il «zima blu» appunto. Zima poi arriverà a modificare completamente il suo corpo, diventando un organismo cibernetico e potendo così esplorare direttamente il cosmo e affrontare senza difficoltà le condizioni estreme dello spazio.

Il principio che è la fine

Quando Zima presenta la sua ultima opera scopriamo che l’artista in principio, centinaia di anni prima, non era altro che un piccolo robot per pulire le piastrelle di una piscina, piccole formelle quadrate di colore blu, la prima cosa di cui la piccola macchina è stata cosciente. Evolutosi fino a diventare in tutto per tutto un umano e poi nuovamente un robot, l’ultima performance artistica di Zima lo porta all’auto-sacrificio. Egli si scompone, tuffandosi nella stessa piscina in cui aveva avuto inizio la sua vita cosciente, fino a ritornare a essere il piccolo robot delle pulizie, a quelle piastrelle blu che hanno da sempre rappresentato il centro della sua esistenza, lo scopo della sua ricerca.

Come il monolite nero della pellicola di Kubrik, le piastrelle di Zima sono limite estremo e insieme porta, via d’accesso verso l’altrove. Sono la morte, Dio, il nulla? Non ci è dato saperlo, possiamo solo abbandonarci per tornare all’essenziale, al profondo, come fa lo stesso Zima; tornando al principio di se stesso che è anche la sua fine, così che la morte possa eliminare tutto ciò che non è Dio, la profondità ultima delle cose.

Love, Death & Robots è nel suo insieme un’opera rappresentativa del nostro tempo, caotica e frenetica, cruda e a tratti bellissima, luminosa e oscura al tempo stesso.


[1] Impossibile non riconoscere nella serie di Fincher e Miller un chiaro riferimento a Robot Carnival, film d’animazione giapponese composto da diversi cortometraggi a tema robot uscito nel 1987.

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