Martini, «Uno di noi»

di: Davide Frasnelli

Si parte dalla fine. Il primo attimo del film mostra il luogo dove si sono consumati gli ultimi istanti del cammino terreno di Carlo Maria Martini, la stanza dell’istituto dove morì 31 agosto del 2012, il luogo della Pasqua di una delle sentinelle del nostro tempo. Suggestive, poetiche le immagini che aprono Vedete, sono uno di voi, il film documentario di Ermanno Olmi,  scritto in collaborazione con il giornalista Marco Garzonio.

La voce del regista ci conduce attraverso immagini che ricostruiscono la vita di Martini dalle origini: la Torino degli anni 30, una famiglia felice in un tempo funestato dal fascismo e dalla guerra; i contradditori anni della ricostruzione e la vocazione precoce; l’attesa e l’impegno del Concilio Vaticano II; Roma, gli studi, la testimonianza nelle periferie, l’Università Gregoriana.

Poi, il lungo e intenso impegno pastorale a Milano, l’agognata Gerusalemme, il ritorno nella sua diocesi.

Un ritratto delicato e partecipe tra pubblico e privato di un uomo, Carlo Maria Martini, che ha saputo interrogarsi e interrogare le grandi questioni dell’uomo e quelle proposte da un tempo inquieto.

La Milano di Martini

È una città travagliata la Milano che trova il cardinale al momento del suo insediamento come arcivescovo, il 10 febbraio 1980. Arriva in duomo a piedi, primo segno concreto e inequivocabile: il pastore è in mezzo alla gente, ne condivide gioie e dolori, speranze e inquietudini, orizzonti e cammini. Si fa carico dello smarrimento di una città sconvolta, dal terrorismo prima,  da tangentopoli poi. Una “Milano da bere” violenta e ingannatrice.

Nel film, Olmi e Garzonio hanno deciso di posporre gli eventi anteponendo la narrazione di tangentopoli a quella del terrorismo. La scansione rigidamente cronologica s’interrompe a quel punto, una significativa licenza artistica (un film, anche documentaristico, gode della libertà dell’opera d’arte e non necessariamente del rigore di un libro di storia) che pone sullo stesso piano l’efferata follia omicida del terrorismo e il corrotto sistema politico ed economico, violento come  le barbare uccisioni. Il film racconta il confronto aperto, a tratti aspro e molto duro, con imprenditori e politici, così come il dialogo con i brigatisti, che culmina nella scelta dei terroristi di consegnare le armi al cardinale.

Immagini forti, toccanti sono richiamate alla nostra memoria. Un esercizio stilistico che compone la cifra del racconto: un selezionatissimo repertorio; sequenze usate da Olmi per altri film (da citare E venne un uomo, su Giovanni XXIII, e Milano 83 , un percorso poetico dedicato alla città, con echi molto attuali); immagini girate ad hoc, su tutte la ricorrente, già citata, stanza del ricovero ultimo del cardinale.

Un nuovo modello di Chiesa

Il racconto definisce così un’altra cifra stilistica, quella di Martini: l’apertura, la strada, il confronto; vie impervie da affrontare nella fiducia dell’azione dello Spirito, senza paura. Anche per questo, nei 22 anni alla guida della diocesi, Martini è stato un punto di riferimento forte e orientante per tutti, credenti e non,  in una generale crisi di senso.

Il titolo del film è un condensato della maestria di Olmi, che non ha il tratto dell’agiografo, ma dell’ascoltatore attento e disposto a farsi interrogare. Il racconto di un uomo che sembra precorrere il magistero di papa Francesco, fonte ispiratrice per la realizzazione del film, come ha pubblicamente affermato Garzonio.

Carlo Maria Martini, come Francesco, parla apertamente di un nuovo modello di Chiesa; denuncia l’arretratezza su temi cruciali del nostro tempo: vita, amore, famiglia; afferma che di fronte a certe questioni non si può scappare: per esempio quelle sollevate dall’immigrazione o dalle crescenti periferie fisiche ed esistenziali; viene ribadita la consapevolezza che «l’incontro con l’altro è un colpo alle nostre certezze» come scriveva il gesuita Michel de Certau, tanto per rimanere in famiglia.

«La Chiesa è indietro di duecento anni» è una delle ultime, forti, affermazioni di Martini, da sempre e sempre più testimone di una religiosità che ha il tratto umano come cifra, che pensa, che è attenta ai deboli, che non esita, sulla scorta della Parola, a essere fortemente critica con il potere e anche  contro la vuota ritualità di certe liturgie.

L’ascolto della Parola

L’ascolto della Parola, un punto fermo dell’azione pastorale di Martini. Il film racconta la grande affluenza di persone in duomo, il giovedì sera, per la lectio divina. Gente di ogni estrazione e provenienza, non necessariamente legata a gruppi ecclesiali e neanche necessariamente credente: popolo, insomma, in silenzioso ascolto della Parola.

Lo stesso cardinale racconta il suo stupore nel vedere la grande chiesa gremita da migliaia di giovani, venuti non per assistere a una catechesi, né per essere affascinati da una dotta esegesi, ma semplicemente presenti per mettersi di fronte al testo biblico e reagire con una riflessione o una preghiera. Il duomo diventa luogo d’incontro, di riflessione, di scambio  dove si intuisce che un’altra luce può illuminare vite.

Le immagini datate e la voce narrante del regista intrecciano suggestioni. Parole forti che faranno nascere, negli anni 80, la Cattedra dei non credenti, momento di confronto con i laici che offrono idee e aprono orizzonti.

Il Martini narrato da Olmi ha lo strabismo del profeta: un occhio perennemente rivolto verso l’alto, l’altro sempre a terra, attento all’incarnazione della Parola nella città degli uomini.

Un atto di giustizia

Con la consueta maestria il regista ci regala passaggi molto toccanti, come quando percorrendo le strade popolari di una Milano di notte, i palazzi illuminati sembrano venire addosso al Cardinale, come egli stesso racconta, e lui vorrebbe intrecciare le vite di ognuno, avere tempo per ognuno. «Ho cercato sinceramente di ascoltare la storia, gli eventi, le persone, tutti voi che incrociavo nel mio cammino».

Il film mostra una persona semplice, timida, talvolta impacciata, con uno sguardo puro e limpido, con una luce inestinguibile. Come quando a Gerusalemme, meta ideale e agognata di un lungo cammino, indica all’operatore che riprende l’intervista i luoghi della passione di Cristo. Confessa il sogno di essere sepolto nella valle di Giosafat, ma le immagini ci riportano ancora una volta nella semplice stanza dell’Aloisianum.

Toccante l’ultima immagine di Martini che, con un filo di voce, impartisce l’ultima benedizione a Milano, la sua diocesi. Minato dal morbo di Parkinson, pieno di domande sul senso della sua malattia, eppure con gli occhi limpidi e lo sguardo, lo sguardo luminoso.

Olmi non ritrae un santino,  ma un uomo illuminato e scomodo che non ha rinunciato  mai all’obbedienza,  ma neanche alla denuncia per amor di verità.

L’opera di Olmi e Garzonio rende omaggio a una memoria ancora molto viva. Come dice papa Francesco «la memoria dei padri è un atto di giustizia. E Martini è stato un padre per tutta la Chiesa».

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