Nanotecnologie: come cambia la morale

di: Ilaria Losapio

copertinaI progressi mastodontici della nanotecnologia e, più in generale, delle scienze applicate hanno attuato − e attuano tuttora − una trasformazione profonda della nostra società, ormai quasi irriconoscibile rispetto a cinquant’anni or sono. L’introduzione nel mercato di nuovi prodotti e processi di lavorazione dei materiali ha incrementato vertiginosamente il livello di competizione tra produttori, modificando sensibilmente le relazioni sociali, il lavoro, l’economia globale. Sta prendendo piede un modo nanotecnologico di vedere il mondo.

Il libro Morale Artificiale: nanotecnologie, intelligenza artificiale, robot. Sfide e promesse di Gianni Manzone, edito dalle Edizioni Dehoniane Bologna (pp. 244, 2020), intende far luce sui futuri sviluppi delle principali istituzioni sociali − dalla politica alla pubblica amministrazione, dall’educazione alla scienza − sottolineando il ruolo fondamentale delle nanotecnologie nel plasmare la nostra comprensione della natura e delle strutture o quadri legali, sociali ed etici.

«La promessa della nanotecnologia», scrive profeticamente Manzone, «è che, costruendo le molecole che vogliamo con le proprietà fisiche e chimiche ritagliate secondo i fini che gli ingegneri desiderano raggiungere, potremo rifare la rivoluzione industriale. Non condizionate dalla misura e dalla forma delle strutture molecolari della natura, la scienza dei materiali, la medicina, la biotecnologia e altre discipline entrano in una nuova era, in cui quasi tutto è possibile».

È importante, però, rimanere coi piedi per terra, evitando di alimentare speranze sproporzionate. La convinzione che le nanotecnologie possano risolvere qualsiasi tipo di problema, come sostenuto dai postumanisti, è priva di fondamento. Come afferma Manzone, la disomogeneità e l’incoerenza con cui si sviluppano queste tecnologie non permette di elaborare soluzioni efficaci nel breve periodo, men che meno di discutere dei problemi etici che vanno profilandosi dietro qualsivoglia desiderio di innovazione.

Non si può parlare di eticità riguardo alle nanotecnologie se prima non si conosce a fondo l’argomento in analisi.  Proprio per questo motivo, l’autore sceglie di dedicare un intero capitolo allo svisceramento del concetto di nanotecnologia, fornendo una panoramica esaustiva del contesto socio-culturale in cui le “nanot” (così ribattezzate da Manzone) sono emerse, del dibattito sulla loro definizione e sulle loro caratteristiche importanti, nonché dell’influenza del potere economico sul loro sviluppo.

Tuttavia, gli interrogativi sulla moralità delle nanot fioccano copiosi. Come trattare la linea sempre più sfumata tra l’umano e la macchina, e il confine tra la guarigione da una malattia e il potenziamento delle capacità umane? Tali questioni sono ormai all’ordine del giorno. Scrive Manzone:

«Si discute sull’opacità delle strutture regolative ufficiali e sul potenziale delle nanot di sfumare le categorie etiche e teologiche come il vivente e il non vivente, il costruito e il non costruito. Nuovi dilemmi emergono nelle aree di ricerca biomedica come la genetica, la medicina personalizzata, la bioinformatica e la neurobiologia. La riflessione teologica porta l’attenzione sui limiti e la natura dell’umanità, e aiuta a strutturare la loro analisi e a contestualizzare strutture teoriche specifiche della nanot».

Esisterebbe dunque un sodalizio tra la teologia e le scienze applicate. Si può dire, infatti, che le nanotecnologie abbraccino le più profonde questioni del futuro dell’umanità. È indispensabile, però, responsabilizzarne l’utilizzo: «di fronte a queste molteplici sfide» asserisce l’autore, «non possiamo essenzializzare o reificare le nuove tecnologie come poteri oltre il nostro controllo o deificarle quali mezzi a nostra futura salvezza, come se fossero create al di fuori dei contesti sociali, delle scelte economiche e politiche, e quindi indipendenti dalla responsabilità umana. Le nanot riflettono ed emergono dalle priorità economiche, politiche e sociali, e non sono mai neutrali, come appare con evidenza nel postumanismo».

Le nanotecnologie possono dunque offrirci uno stile vita sempre più agiato e conforme alle nostre esigenze, eppure la loro fruizione esige una regolamentazione severa che tenga conto della fallacia umana e dei limiti che essa comporta. Etica e moralità non devono essere considerate come ostacoli al progresso, ma come mediatori essenziali tra l’avanzamento tecnologico e il sano sviluppo dell’umanità. I grandi sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica potrebbero sì portare benefici non indifferenti alla società umana, ma allo stesso tempo potrebbero destabilizzarne profondamente l’identità. Occorre dunque adottare una visione comprensiva dello sviluppo umano volta a valutare la reale utilità e il significato antropologico di ogni innovazione scientifica.

Come afferma acutamente l’autore:

«Intendere lo sviluppo tecnologico non è compito che possa realizzarsi nella forma della pura e semplice descrizione dei fatti e dei loro aspetti di legalità: è invece compito che suppone anche un momento ermeneutico, di comprensione cioè del significato di quei fatti, e dunque un momento critico e di valutazione dei fatti stessi nel quadro del riferimento a ciò che è apprezzato come degno dell’uomo. Detto in altri termini, anche la conoscenza tecnica partecipa della formalità generale della conoscenza storica, che è conoscenza irriducibile alla scienza positiva».

Gianni Manzone, Morale artificiale. Nanotecnologie, intelligenza artificiale, robot. Sfide e promesse, Collana «Etica teologica oggi», EDB, Bologna 2020, pp. 244, euro 25,00. La recensione è apparsa sul sito Bioetica News Torino il 19 marzo 2020.

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