I nonni (materni) di Gesù: una ricerca

di: Laura Provera

copertinaIl Protovangelo di Giacomo, che ha come destinatari i cristiani della metà del II sec. d.C., è tra i testi apocrifi quello più caro alla pietà e alla sensibilità cattoliche per aver tramandato, non conservate dai vangeli canonici, notizie relative alla famiglia di Maria e a festività mariane, nate nella Chiesa del Vicino Oriente greco e solo successivamente passate nella Chiesa latina.

I primi cinque capitoli del Protovangelo trattano le figure di Anna e Gioacchino, i genitori di Maria. Il prof. Marconi si ferma su questi cinque capitoli, offrendo alla riflessione del lettore un’indagine accurata su questi personaggi, ai quali comunemente si rivolge il ricordo solo nel giorno della loro memoria liturgica, riservando peraltro una maggiore attenzione ad Anna che non a Gioacchino, per il fatto di aver portato in grembo la Madre del Signore.

Il volume introduce nel cuore di quel mondo giudaico nel quale si formò la vergine di Nazaret, «piena di grazia e promessa sposa di Giuseppe» di cui ci parla l’evangelista Luca e, nello stesso tempo, fa comprendere come la formazione di un testo risenta del quadro ampio della cultura del suo tempo. Il mondo giudaico conosceva il genere letterario del midrash e il Protovangelo di Giacomo, da ricondurre a quel Giacomo della stretta cerchia della famiglia di Gesù, si presenta come un midrash. Può essere di fatto considerato un midrash cristiano. Probabilmente scritto per comunità provenienti dal mondo giudaico, rivela le tensioni esistenti in tali comunità, provocate dal dover coniugare le istanze della legge ebraica, di cui erano figlie, con le ragioni dell’amore che con il vangelo avevano abbracciato. È pregio di Marconi evidenziare tutto questo nella fine indagine psicologica dei personaggi.

Marconi suddivide il suo commento in sei sezioni. La prima sezione, corrispondente al c. 1 del Protovangelo, tratta la figura di Gioacchino. Questi è definito quale «uomo ricco, pio, saggio e stimato» che, presentando al Signore la propria offerta, era solito offrire il doppio e destinare inoltre «quanto gli avanzava» a tutto il popolo. Marconi nota che questa attenzione alla generosità e alla dimensione sociale del sacrificio non era una caratteristica del culto sacrificale e vi vede traccia di una polemica nei confronti del sacerdozio, perché al sacerdote spettavano parti ben precise della vittima sacrificata, o un’azione analoga a quella della restituzione sabbatica o giubilare. Gioacchino emerge come un campione di religiosità e di giustizia, ma è anche un uomo in cui si manifesta un’acuta contraddizione. Come Zaccaria, sposo di Elisabetta, Gioacchino vive la benedizione di Dio, ma è privo proprio di ciò che di quella era segno: non ha figli.

Marconi conduce una ricerca accurata. Tiene conto della critica testuale; studia il significato profondo dei singoli versetti, indagando gli usi e la religiosità del mondo giudaico, di cui mostra grande conoscenza; investiga il vocabolario usato comparando il testo con passi dell’Antico e del Nuovo Testamento e offrendone ampie e accurate citazioni. La sua analisi ci pone dinanzi agli occhi un giusto che soffre ma che si affida ancora di più all’intervento divino.

Nella seconda sezione, corrispondente al c. 2 del Protovangelo, viene tratteggiata la figura di Anna. Anche per i versetti che riguardano la madre di Maria, Marconi conduce un’analisi puntuale che mette in luce i legami di lei con le donne dell’Antico Testamento, con la figura stessa del marito Gioacchino e con la storia di Israele. Come lo sposo Gioacchino, anche lei vive un paradosso: avere  un nome che significa «grazia» e «bellezza» e vivere il dolore della sua sterilità.

Come Gioacchino, anche Anna subisce un’umiliazione: Gioacchino ad opera di Ruben, Anna ad opera della propria serva. Come Gioacchino, anche Anna si pone davanti al suo dolore accogliendolo; è nel gruppo delle donne sterili ma benedette, di Israele. Delinea già, nel suo dolore, colei che la Chiesa invocherà quale Mater Dolorosa.

La terza sezione prende in considerazione un solo versetto del c. 2 del Protovangelo (2,4) e considera la «veste della sposa». Lo studio procede con un confronto tra la madre di Maria, Anna, e due altre figure femminili bibliche, accomunate dal fatto di essere prive di figli: Giuditta e Tamar. La relazione di Anna con Giuditta è vista nell’essere entrambe coinvolte in un agire in funzione della salvezza: Giuditta direttamente, uccidendo Oloferne, il capo dell’esercito nemico; Anna in modo indiretto, generando la madre del Salvatore. Entrambe diventano protagoniste di eventi che oltrepassano i limiti familiari e diventano fatti di portata nazionale e universale. Il legame con Tamar è invece dato dal fatto che entrambe si velano: Anna col velo dell’abito da sposa; Tamar per non farsi riconoscere, agendo da prostituta, per avere discendenza dal suocero. Da entrambe nascerà una posterità che ha a che fare con la genealogia del Signore Gesù: Anna nel ramo materno, Tamar in quello paterno.

La quarta sezione, corrispondente al c. 3 del Protovangelo, esamina il lamento di Anna. Questa, pur avendo dismesso la veste del lutto e indossato quella nuziale, avendo visto, su una pianta di alloro, un nido di  passeri, eleva nel lamento tutto il suo dolore per l’assenza di figli. Emerge forte la contrapposizione tra la sterilità di Anna e la fecondità della natura. Per la sua importanza, il lamento è analizzato in tutte le sue componenti stilistiche di genere e di ritmo, e quindi strofa per strofa. Anna ha di sé la percezione di essere nata per un fine di maledizione. È sterile a fronte di un mondo in cui ogni essere è fecondo: sono fecondi gli uccelli del cielo, gli animali senza ragione, le bestie della terra e quelle delle acque; lei, no.

La quinta sezione, corrispondente al c. 4 del Protovangelo, presenta «l’incontro degli sposi». Dopo l’umiliazione data dall’assenza di prole, si apre, per l’anziana coppia, il tempo della felicità: ci sarà una nascita. Si susseguono, dunque, tre annunci.

Il primo, ad Anna, consiste nell’annuncio della nascita di un figlio. Presenta la forma letteraria della «annunciazione», pur con qualche particolarità, come la presenza della gioia al posto della perplessità e manifestazioni di lode accompagnate da sacrifici. Degno di nota si presenta, dal punto di vista dello stile, il susseguirsi di triadi nella sequenza dei verbi, nel numero delle apparizioni angeliche, nel ripetersi di congiunzioni, nei diversi animali da preparare per il sacrificio, nei destinatari di questi, nelle espressioni di gioia. Chiari emergono il riferimento ai passi lucani degli annunci a Zaccaria e a Maria, e la somiglianza della nascita di Maria con quella del precursore Giovanni. Si delinea la portata universale della nascita di Maria.

Il secondo annuncio, ancora ad Anna, è la parola che la solleva dal timore, sospettato, della vedovanza. Il commento al testo si sofferma a cogliere l’importanza di singoli dettagli e di paralleli lucani.

Il terzo annuncio è rivolto a Gioacchino. Lo studio di Marconi evidenzia le corrispondenze con l’annuncio portato a Zaccaria circa la nascita di Giovanni e le tante relazioni a livello di linguaggio e di sintassi con vari testi vetero- e neotestamentari, collegando così il Protovangelo di Giacomo con l’intera storia di Israele. Un’ampia sezione del commento è riservata agli atti liturgici e sacrificali compiuti da Gioacchino. Il numero e il tipo di animali che immola, il vocabolario usato, che richiama 1Pt 1,19, fanno di Gioacchino, nell’analisi di Marconi, «il traghettatore del sacerdozio dall’antico al nuovo patto», poiché «conserva la molteplicità di sacrifici dell’antico e introduce la qualità del nuovo». L’indagine veterotestamentaria del contesto sacrificale riporta, poi, ad Abramo e a Mosè, di cui Gioacchino risulta erede.

L’incontro di Anna e Gioacchino è analizzato con cura. Marconi guida il lettore a passare dal valore storico, immediato, della scena, a significati più profondi, cogliendo con acutezza metafore e simboli e sempre riconducendo il lettore a passi paralleli veterotestamentari e ad analoghe situazioni che, nel Nuovo Testamento, saranno di Maria e di Gesù.

La sesta sezione, corrispondente al c. 5 del Protovangelo, si sofferma, infine, sulla «gioia dei coniugi». Con questa nota si chiude l’insieme dei capitoli che riguardano i genitori di Maria. Entrambi manifestano la propria esultanza, riprendendo l’uno espressioni del Nunc dimittis di Simeone e l’altra il Magnificat di Maria. Anche qui il Vangelo di Luca si pone come ispiratore di Giacomo.

Particolarmente intenso, in questo capitolo, il parallelo tra Simeone e Gioacchino, che trova il suo acme nell’atto del «vedere» che caratterizza i due personaggi. Simeone «ha visto la salvezza di Israele», Gioacchino «vede», nella lamina d’oro del sacerdote, il compiacimento divino e la propria giustizia. Il racconto della nascita di Maria, pur nella sua essenzialità, presenta analogie con il racconto della nascita di Gesù – «si compirono i mesi», «la depose». Interessante è la spiegazione del nome scelto per la bambina, Maria: da una radice egizia, è inteso quale espressione dell’amore di Dio per Anna e per la bambina. Il parallelo con Maria, sorella di Mosè, è evidente. Entrambe le donne sono in stretta relazione con la salvezza: al tempo del popolo schiavo in Egitto, Maria/Myriam aveva favorito la salvezza del fratello Mosè, futuro liberatore e guida verso la Terra promessa; Maria darà alla luce il liberatore non solo di Israele ma dell’umanità intera.

«Gioacchino ed Anna – conclude Marconi – sono altrettante pagine dell’intero libro di Israele». Studiare la loro vicenda nello scritto del Protovangelo di Giacomo permette di comprendere come il giudeo-cristianesimo sia stato in grado di fondere insieme le tradizioni antiche dei Patriarchi con la novità del compimento di quelle nel Messia Gesù. A Marconi il merito di aver evidenziato i primi e l’eschaton.

Gilberto Marconi, Anna e Gioacchino. I nonni materni di Gesù. Indagine sul Protovangelo di Giacomo 15, EDB, Bologna 2017, pp. 166, euro 18,00. Laura Provera è docente presso la Pontificia Università Antonianum. Recensione pubblicata su Rivista Biblica 62(2019)2,329-331.

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