Padre Armani, martire comboniano

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

pare Remo Armani

«Agosto 1955: avvenimenti politici assai critici. Ammutinamento delle truppe del Sud contro quelli del Nord. A mezzanotte comincia la lotta o meglio carneficina degli arabi che non hanno potuto salvarsi. Mercanti e impiegati del Nord vengono uccisi senza pietà. Vicino alla nostra missione, diversi arabi ci lasciano la pelle. Grazie a Dio, ci lasciano tranquilli. Anche la nostra gente per la grande paura sta quieta e non segue l’esempio dei soldati e dei poliziotti. Subentra un regime militare poliziesco. Tutti i bianchi del nostro distretto riparano nel Congo, solo noi rimaniamo al nostro posto tra i nostri cristiani, e questo aiuta molto a tenere la gente calma. Un caos, non si sa cosa fare, se continuare le scuole o chiuderle. Rifugiamo e nascondiamo in casa nostra un povero meccanico del Nord, salvatosi per misericordia dai soldati, credendolo uno del Sud».

«Novembre 1955: usciamo or ora dal caos degli avvenimenti politici successi poco fa in tutto il Sudan ed in particolare nell’Equatoria, avvenimenti che hanno calcato la dose di cure dei nostri Superiori, e che hanno lasciato un po’ di incertezza nell’avvenire anche a noi, che ci troviamo allo sbaraglio nel campo del nostro apostolato. Ma gli uni e gli altri confidiamo nei SS.mi Cuori di Gesù e Maria. Tentiamo la riapertura delle scuole non avendo però ricevuto nessun ordine di sostegno, ma appena una settimana dopo veniamo informati di sospendere le scuole fino a nuovo avviso».

Sono parole di oltre 60 anni fa scritte da padre Remo Armani, allora missionario comboniano in Sud Sudan e in Congo, fucilato dai guerriglieri Simba il 24 novembre 1964 insieme a 11 civili (i corpi gettati nel fiume e divorati dai coccodrilli).

Nel 2004, in vista del 40° anniversario della morte, un pronipote, Daniele Armani di Agrone in Trentino (dal 2014 ordinato prete e oggi, a 34 anni, vicario parrocchiale a Cles, Mechel, Nanno, Pavillo, Rallo, Tassullo e Tuenno in valle di Non, dov’è incaricato anche per la pastorale giovanile), iniziava le ricerche sul suo compaesano. Il lavoro diventava poi la tesi di baccalaureato in teologia presso lo Studio Teologico Accademico di Trento e quest’anno, centenario della nascita di padre Armani (7 ottobre 1917) il tutto confluiva in un libro pubblicato per i tipi del settimanale diocesano (Vita Trentina editrice) con prefazione di mons. Giulio Viviani, direttore dello Studio Teologico Affiliato.

Una vita per il Signore e i fratelli

Il titolo – «Noi restiamo sul posto» – racconta la vita e il martirio di padre Remo nell’ottica della scelta, compiuta da lui, alla stregua di tanti suoi confratelli di ieri e di oggi più o meno conosciuti, di non allontanarsi di fronte al pericolo incombente, ma di “restare” al fianco delle persone loro affidate, condividendo la vita e le sofferenze della gente. Una vita parallela a quella del beato padre Mario Borzaga, che padre Remo Armani ebbe modo di conoscere da vicino.

«La vita di padre Remo Armani – scrive don Daniele – è quella di un uomo semplice, umile (nel senso vero del termine: bisognoso di Dio), in ricerca di Dio e della sua volontà per il bene della Chiesa; la sua esperienza personale e umana è caratterizzata da una libertà interiore che gli permise di agire e pensare senza compromessi».

Dalla nascita a Balbido nella valle del Chiese (1917), l’infanzia vissuta ad Agrone (oggi frazione di Pieve di Bono, allora comune dell’Impero d’Austria-Ungheria), la scelta di andare in seminario a Trento e il ministero sacerdotale in Trentino fino alla sua attività di missionario in Africa, ciò che colpisce è innanzitutto la figura di un uomo “libero” nel pensiero e nel comportamento e – come scrive il pronipote – egli «appartiene a quella categoria di testimoni della fede che hanno pagato con la propria vita per aver perseverato in quell’agire morale che trova nella fede il suo principio e la sua ragion d’essere».

La biografia non si discosta di molto da quella di centinaia di religiosi trentini che, nei decenni scorsi, sono partiti alla volta della missione.

Terzogenito di sei fratelli, nell’anno 1929, in pieno regime fascista e in un contesto trentino di clima molto teso tra Chiesa e Stato, decide di entrare in seminario a Trento dopo aver ricevuto la cresima dal vescovo Celestino Endrici. Ogni estate, com’era consuetudine, rientrava anche lui a casa per aiutare genitori e fratelli nella cura dei campi e nei lavori di stalla. In seminario, negli anni dell’attività di mons. De Gentili, don Eugenio Bernardi, don Ido Fontanari e don Dompieri fu poi “prefetto” dei ragazzi della sezione Minore e catechista nella parrocchia della Cattedrale di San Vigilio.

Don Antonio Filosi, già parroco di Sant’Antonio a Trento e suo confratello in seminario, lo ricorda «come una persona che ti accoglieva con il sorriso, una persona sicura di sé, che aveva la visione chiara del suo dovere, decisa a compierlo a qualunque costo».

Ordinato nel pieno della guerra (1941), fu cooperatore a Grigno in Valsugana e quindi parroco a San Rocco a Campi di Riva del Garda e quindi Carisolo in valle Rendena. Nelle estati 1946 e 1947 la frequentazione a Villa Sant’Ignazio a Trento del mese ignaziano di esercizi spirituali lo conferma nella decisione che maturava da tempo: la scelta della missione (complice anche l’incontro a Pré di Ledro con l’allora seminarista Mario Borzaga (ora beato) poi prete e missionario Oblato di Maria Immacolata (ucciso in Laos nel 1960).

«La necessità della Diocesi e l’opportunità che il suo divisamento venga meglio maturato consigliano l’Ordinario a differire l’eventuale licenza per Lei di entrare in un Istituto Missionario. Preghi e attenda la volontà di Dio» fu la risposta dell’allora arcivescovo Carlo De Ferrari. Che, solo il 26 aprile 1948, «spiacente di perderlo per la Diocesi», gli concederà la licenza di poter entrare dai Comboniani a Verona. Il 30 agosto dello stesso anno don Remo entrava nel noviziato di Gozzano in provincia di Novara e quindi destinato, nell’agosto 1950, alla prefettura apostolica di Mupoi nella missione di Yuba nell’Equatoria (Sudan meridionale), insieme ai confratelli Ugo Riva e Mario Pariani.

La missione come scelta di servizio

In Africa l’esperienza maturata in Trentino come cooperatore e parroco lo fanno diventare subito vice-superiore ancor prima del rinnovo dei voti temporanei (4 giugno 1952). Sono anni difficili per tenere affannosamente il passo della grande espansione missionaria cattolica in Sud Sudan e l’anno successivo padre Armani, prima dell’emissione dei voti perpetui, diventa superiore generale a Tombora. L’impegno pastorale di visita alle missioni non gli impediva di affiancare il lavoro manuale di cui avvertiva la necessità e che ben conosceva da buon montanaro. «La prima [chiesa] la costruì in legno con pali molto grossi – ricorda padre Luigi Parisi –. Diceva che i pali così grossi non sarebbero stati intaccati dalle termiti che là distruggevano tutto. Lui andava nella foresta, cercava i pali più grossi e li faceva trasportare o li portava lui stesso fino alla missione. Era un gran lavoratore, sia come zelo per la salvezza delle anime sia per la costruzione e il mantenimento della missione».

L’indipendenza del Sudan dal dominio anglo-egiziano mette in difficoltà i missionari per via dell’opposizione nordista volta ad impedire la diffusione del cristianesimo. Nel dicembre 1962 padre Armani viene arrestato e poi espulso dal Sudan insieme al confratello Ferdinando Colombo.

Per la sua conoscenza della lingua tedesca, i superiori gli propongono un’attività di propaganda missionaria in Svizzera, ma padre Remo chiede di tornare in Africa: la domanda viene accolta e parte per il Congo a gestire due missioni a Ndedu e Rungu nel nordest del Paese, in precedenza affidate ai padri domenicani. Dopo un soggiorno a Parigi per imparare la lingua, padre Remo, consapevole di non rivedere più i suoi anziani genitori, parte da Venezia il 13 febbraio 1964 per giungere in Congo a marzo. Le scorribande di ribelli Simba rendono la situazione altrettanto difficile per i missionari «tutti i fabbricati in fango e paglia e tutti… che fanno acqua. Quindi primo lavoro: riparare i tetti», scriverà al parroco di Agrone, don Tullio Ambrosi nel mese di aprile.

«Non abbiate paura, qui siamo nel bosco, ma la gente è buona e calma. Per i serpenti non c’è da aver paura. Fanno più fastidio le zanzare e le pulci della sabbia, che entrano dai piedi… Il nostro lavoro continua, faccio un po’ fatica a imparare il bangala, ma intanto mi arrangio con il francese e lo azande» scriverà per tranquillizzare la famiglia in Trentino.

Il martirio accettato con fede

L’ultima lettera ai genitori la scriverà a settembre: «Scrivo via Uganda perché qui tutti i servizi postali sono fermi… Non andate a pensare a chissà quali pericoli. Sono le solite cose che succedono… a questo mondo».

Ma la tragedia si avvicina, al punto che una sua lettera scritta agli amici di Fai della Paganella giungeva a destinazione ben 10 anni più tardi nel settembre 1974, come ricorda don Daniele.

«Siamo nelle mani del Signore – scrive padre Armani alla famiglia Kwas in una lettera ritrovata alla missione molto dopo la sua morte –. Intanto questa gente vive nel terrore e in una misura che sempre va crescendo. E noi siamo qui in ozio forzato. Le scuole non si possono cominciare. Pazienza! Il Signore manda le prove, darà anche la forza di sopportarle. In tutti i modi ho deciso, se tutto resta così, di ricominciare i miei giri di apostolato la settimana prossima. Così almeno rivedrò la mia gente e si potrà portare una buona parola».

I missionari sono però costretti a spostarsi, ma senza scampo: il 6 novembre vengono arrestati e bastonati dai Simba insieme ad altri padri domenicani (in 43 tra religiosi e civili) e quindi giustiziati.

«Capiti quello che vuole. Il Signore sa quello che fa e sa che ci siamo»: le parole di padre Remo sono di quelle che restano scolpite nel cuore.

Daniele Armani, Noi restiamo sul posto. Il martirio di padre Remo Armani, missionario di Agrone in Sud Sudan e Congo, Vita Trentina Editrice, Trento 2017, pp. 192, € 11,00.

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