Parabole della misericordia

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Si può dire che esista l’esegesi “tradizionale”? Un’esegesi intesa come un’architettura di regole e procedimenti fissi e definiti una volta per tutte? Sembra di no, sia per i cosiddetti autori classici che ancor più per la Scrittura, parola di biblisti.

Così accade che ogni epoca ha letto e interpretato un testo, spesso secondo sensibilità diverse con l’intento primario di farlo comprendere ai contemporanei.  Ma non è solo questione di termini da tradurre o significati da scoprire: talvolta sono le chiavi di lettura a cambiare, o quantomeno il metodo. E le parole, che credevamo ben conosciute, possono arricchirsi di significati nuovi.

È il caso dei una rilettura diversa e inedita, anche delle pagine evangeliche più note. Una rilettura che prende le mosse dalla prospettiva psicoanalitica con l’obiettivo di aiutare a riconoscere contenuti, idee ed emozioni che il testo comunica e che restano perlopiù in ombra ad una lettura che è meglio definire “convenzionale”.

È un percorso coinvolgente tra le pagine dei Vangeli per andare alla scoperta di tratti impensati o spesso lasciati in ombra da quella che siamo soliti chiamare esegesi tradizionale, ma che alla fine così tradizionale non è mai stata. Un esempio: sembrerebbero non esserci più parole nuove per raccontare le parabole della misericordia – come quelle del padre misericordioso o del buon samaritano – parabole che fanno parte della cultura occidentale tout-court, ma non è affatto così.

A dimostrarlo è Sergio Premoli, psicanalista milanese già docente di Psicologia dello sviluppo all’Università Bicocca e che ora si occupa della formazione degli operatori della cura al Comune di Milano, nel suo ultimo libro. «Trovo molto interessante questo rapporto tra il linguaggio psicoanalitico e lettura del Vangelo, perché l’attenzione ai sentimenti, alla cura degli affetti, alle proprie esperienze personali è importante per accogliere la Bibbia come parola rivolta a tutti, anzi “all’umanità dell’umano”», spiega convinto nella prefazione don Virgino Colmegna, già direttore della Caritas ambrosiana (1993-2004) e ora presidente della Casa della Carità, che aggiunge: «Leggere questo libro è uno stimolo a lasciarsi affascinare e interrogare dalla Parola di Dio, aiutandoci a riscoprire il valore del riflettere, del contemplare e dell’andare al profondo di se stessi, della complessità delle cose e di quello che si fa».

Non si tratta, precisa Premoli, di un’interpretazione del testo biblico alla luce della psicoanalisi, bensì di promuovere un lavoro del pensiero, non tanto allo scopo di «comprendere», quanto piuttosto di «fare spazio» ad altri significati (come si legge anche nel Vangelo dove la Vulgata ha operato una distorsione del verbo greco chorèo). L’obiettivo diventa quello di «rimettere le cose a posto» che non si configura come un processo cognitivo, ma di apertura verso l’esterno. In definitiva un processo di accoglienza e di relazione.

Se rigorosa è l’aderenza al testo originale greco, talvolta non pienamente reso dalle traduzioni, originale è la prospettiva della lettura attenta, scevra da pregiudizi secolari spesso legati alla cultura dell’epoca, che si pone davvero in ascolto del testo senza pregiudizi.  Siamo così sicuri che il comportamento “dissoluto” del figlio minore che lascia la casa paterna abbia a che fare con la sfera sessuale (dissipare la sua parte di eredità con le prostitute)? L’accusa – commenta Premoli – rappresenta solo un’ipotesi, dettata dalla volontà di discredito, del fratello maggiore (tanto che san Girolamo traduce con «luxuriose»), non un dato di realtà. Perché invece non focalizzare oggi l’attenzione sul peccato di ritenersi padroni della propria vita e delle proprie risorse fuori dall’ottica del servizio?

Solo una delle tante sollecitazioni offerte, frutto della chiave di lettura psicoanalitica: una scelta che porta a spostare piuttosto l’attenzione alle relazioni familiari e sociali, quali il rapporto padre-figli e la funzione educativa paterna, il tema della libertà e dell’autonomia, il concetto di prossimo e quello di compassione.

Quasi un corollario la rilettura finale del testo del Padre nostro: significativa l’attenzione al tema del perdono «rimetti a noi i nostri debiti» (Mt 6,12) e allo “scandalo” della conversione e l’interpretazione di “male”. Che lascia aperta una domanda cruciale: «Perché come individui e come comunità umana non riusciamo a rinunciare al piacere di fare del male o, quando veniamo colpiti, invece di limitarci alla difesa, non riusciamo a rinunciare all’impulso di entrare in lotta o in guerra con chi ci ha ferito?».

Sergio Premoli, I piedi del figliol prodigo. Uno psicoanalista riflette sulle parabole della misericordia, Ancora, Milano 2017, pp. 168, € 16,00.

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Un commento

  1. Giorgio De Checchi 16 maggio 2017

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