Kari Børresen, in memoria di una “madre della Chiesa”

di: Cettina Militello

copertinaVorrei ricordare Kari Elisabeth Børresen (1932-2016) soprattutto sul piano dell’amicizia, anche se la frequentazione di quasi trent’anni, è nata ovviamente a ragione dell’interesse comune per la teologia. Ci ha unite l’attenzione ai Padri (e alle Madri), l’antropologia e la mariologia soprattutto in quella che, poi, ci è divenuta la «prospettiva di genere».

L’occasione del primo incontro, credo sia stato l’invito che le rivolsi, in qualità di relatrice di parte cattolica, al colloquio ecumenico «Donna e Ministero», svoltosi a Palermo nel 1989. Sua controparte, si fa per dire, perché condividevano il punto di vista sull’ammissione delle donne al ministero, era il domenicano Hervé Legrand.

In verità conoscevo Kari già da vent’anni. Da poco entrata alla Facoltà di teologia avevo letto il suo Subordination et Equivalence. Nature et rôle de la femme d’aprés Augustin et Thomas d’Aquin. Era il 1968 – il saggio, apparso in italiano dieci anni dopo, sarebbe stato tradotto in più lingue e di nuovo lo si sarebbe pubblicato nel 1995 in inglese con il sottotitolo Pioneering Classic. Qualche anno dopo, nel 1971, sarebbe stato pubblicato Anthropologie médiévale et Théologie mariale.

Quanto a Subordination et Equivalence ne ero rimasta fulminata. Kari Børresen lucidamente e coraggiosamente aveva affrontato i testi – e di quali autori! – smascherandone l’ambigua misoginia. In qualche modo trassi ispirazione da lei per la tesi mia di dottorato su «La concezione del femminile in Giovanni Crisostomo».

Anthropologie médiévale et Théologie mariale costituisce anch’esso la riprova di un coraggioso accesso alle fonti, medievali questa volta. Accesso necessario senza il quale è impossibile cogliere l’entroterra dei cosiddetti dogmi mariani d’età moderna, ahimè più funzionali al sistema che non alla comprensione di Maria di Nazaret. Kari ricordava con affetto p. Besutti, l’aiuto che al Marianum era stato offerto a lei giovane studiosa. Ogni volta che vi ritornava non mancava di sottolinearlo.

Non ebbi la possibilità d’esserle allieva alla Gregoriana dove, prima donna, il futuro cardinale Martini la chiamò dal 1976 al 1979. Erano appunto gli anni nei quali, ormai a Palermo, lavoravo faticosamente alla tesi, soprattutto impegnata nell’insegnamento.

Nel novembre del 1989 Kari arrivò in Sicilia come un turbine. E poiché, con l’ingenuità dei neofiti, le avevo chiesto d’avere in anticipo il testo, la precedette via fax la relazione. Era la prima volta che usavamo questo mezzo. Le pagine arrivarono disordinate, ma tutte. Lei stessa che me le aveva fatte inviare dall’America trovò prodigioso questo nuovo mezzo di comunicazione.

La location – come si dice oggi – del convegno era prestigiosa. Kari, accompagnata dal marito, se la godette un mondo e poi partì, con un abbigliamento da safari, per un giro dell’Isola.

Stranamente non ci siamo più perse di vista. Il mio trasferimento a Roma ha reso rituali gli appuntamenti a casa sua (e mia) a ogni autunno e a ogni primavera. Le devo l’incontro con tante splendide studiose. La più cara e preziosa Romana Guarnieri. Ricordo che, intimidita, mi rifiutavo d’andare con lei a trovarla. Kari mi trascinò letteralmente e l’amicizia con Romana, anche a ragione della vicinanza tra le nostre case, è stata certamente una delle note più belle tra gli anni Novanta e i primi anni del nuovo secolo.

Le visite di Kari erano tumultuose, sempre. Stabiliva lei il programma con una telefonata mattutina. A volte l’Istituto di Norvegia era il pretesto per unire allo studio un pomeriggio all’insegna del movimento. Criticava la mia sedentarietà e la mia facile stanchezza: impossibile starle dietro. Le devo l’attraversamento completo di Villa Pamphili – una camminata di ben quattr’ore! –, ma anche diversi pellegrinaggi lungo la passeggiata del Gianicolo nel ricordo dei luoghi dove come si conviene agli «innamorati» aveva passeggiato con Hemming, l’erudito Winfeldt Hansen, che sarebbe divenuto suo marito – ci teneva a dire che il «vuoto» di alcuni anni nella sua produzione teologica era dovuto alla passione che li aveva legati. Hemming, più anziano di 13 anni, sarebbe morto tre mesi dopo di lei.

Scorribande a parte, il mio ricordo di Kari è legato al suo soggiorno a Castellammare del Golfo. Venuta a Messina per un convegno, decise di passare qualche giorno nella Sicilia occidentale, assumendo come base strategica la casa di campagna di mio padre. Da lì ci siamo mosse unendo archeologia, arte e paesaggio. Abbiamo egualmente goduto di musei e del limpidissimo mare. Il momento più bello, quello che ricordo ancora con emozione, è stata la nostra visita a Segesta. Si poteva ancora entrare dentro il tempio e lo misurammo in tutte le direzioni. Alla fine, mentre il sole tramontava alle nostre spalle, mi chiese di fermarci ancora. Ci sedemmo sulle panchine antistanti. Mi disse: «Stiamo un poco qui. È l’ultima volta che lo vedo». Confesso che mi meravigliò questa affermazione, tanti e tali erano i suoi progetti per una vecchiaia che immaginava lunga e creativa. Non le risposi, neppure per cortesia, che certo sarebbe ancora tornata. Restai, anzi restammo, in silenzio e a lungo. Credo di non averla mai sentita così vicina, affascinata dalla bellezza e dalla storia misteriosa e incerta di quelli che quel tempio avevano edificato e, forse, fruito. Segesta, il tempio, nel mio immaginario di bambina erano il massimo dell’esperibile. Più e più volte avevo visto con la fantasia cortei biancovestiti che vi salivano per il culto. Ora, più che adulta, accanto a un «personaggio» così singolarmente unico, testimone e partecipe della sua silenziosa contemplazione, mi sentivo anch’io nella schiera di quanti lì avevano in qualche modo sperimentato il soffio dell’ineffabile. Ne ero a un tempo lieta e fiera.

Il silenzio più che i tanti discorsi testimoniava d’altra parte ciò ci univa nel profondo. A tutte e due stava a cuore la Chiesa. I suoi ritardi, le sue esitazioni. Ci accomunava la causa delle donne, la fatica o l’incapacità della Chiesa cattolica a recepirne il movimento. Ovviamente nel prendere posizione Kari era disinvolta ed esplicita, io invece assai più prudente. Rimproverava a me e ad altre questa prudenza «mediterranea». Rivendicava con orgoglio quanto invece acquisito nell’estremo Nord dell’Europa.

Sul piano degli incontri accademici l’ho avuta come relatrice a diversi colloqui dell’Istituto Costanza Scelfo. Ho già ricordato il suo intervento a Palermo, pubblicato qualche anno dopo in Donna e Ministero. Un problema ecumenico; ma ricordo anche la relazione al colloquio «Donne e teologia. Bilancio di un secolo», pubblicata poi negli omonimi atti nel 2004. Kari ha sempre partecipato ai colloqui, fatta eccezione per l’ultimo. Bisognava comunque affidarle un incarico, farle spazio, anche quando era soltanto una «interlocutrice personalmente invitata».

Con gioia, nella qualità di direttrice della Cattedra «Donna e cristianesimo», l’ho festeggiata nel 2012 alla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» per i suoi 80 anni, assieme al Coordinamento Teologhe Italiane (CTI). Lì, attorniata dalle colleghe romane, da lei e con lei coinvolte in tanti progetti di ricerca, prese lei stessa la parola tracciando la sua autobiografia scientifica. La titolò «Cinquant’anni di ricerca: linee del mio percorso di studi». In quell’intervento appassionato – la chiamavo proprio per la sua passionalità «la più mediterranea delle nordiche» – ha rivendicato la critica femminista della centralità maschile come la più grande rivoluzione epistemologica della storia umana e ne ha concluso – dopo avere scandito punto a punto lo sviluppo del suo pensiero – che la differenza sessuale non può più imporre ruoli divisivi di genere, ma deve ispirare la collaborazione di donne e uomini in tutti gli ambiti della vita nella Chiesa e nella società.

Di se stessa diceva d’essere stata una «pioniera». Rivendicava – lo fece anche in quella circostanza – l’invenzione di un nuovo lessico. Le dobbiamo il binomio «subordinazione/equivalenza» come segnaletica dell’ambiguità del cristianesimo verso le donne; e le dobbiamo anche termini quali «androcentrismo», «matristica» e altri ancora, ora entrati nell’uso comune.

Mi pare giusto che le si renda omaggio pubblicando l’intervento dell’8 novembre 2012, quello appunto relativo all’atto accademico per i suoi 80 anni. Si tratta di un testo «tagliente» secondo il suo stile, di un testo «parlato», senza le note che pure aveva promesso. Credo esprima bene il suo percorso. Impossibile, invece, pubblicare per esteso l’elenco delle sue pubblicazioni. Le più significative le abbiamo già ricordate. Di quelle più recenti parla lei stessa nel testo che alleghiamo. Esso rispecchia inoltre i sentimenti di Kari sull’empasse vissuto nella prima decade del secolo XXI, la delusione circa un concilio «inattuato», circa una Chiesa «ingessata», incapace di aprirsi sino in fondo al novum.

Personalmente le resto grata – né sono la sola – per tutto quanto ha coraggiosamente esplorato. Grata per la franchezza, grata per le sororità, per le «genealogie sororali» che ha riscoperte, promosse e attivate. E immagino che ad andarle incontro, raggiunta la meta, siano state le tante donne che ha contribuito a sottrarre al silenzio, quelle che ci ha consegnate come «madri». Lei stessa del resto si sentiva tale, una «madre della Chiesa», appunto.

Il testo di Cettina Militello costituisce l’Introduzione al saggio di Kari Elisabeth Børresen, La rivolta di Eva. Centralità maschile e ambiguità del cristianesimo, recentemente pubblicato dalle EDB (Bologna, 2018, pp. 56, euro 7,50).

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