Quel mistero dell’“Oltre” il sensibile

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Difficile spiegare cosa intendiamo con l’espressione “sesto senso”. Eppure è esperienza comune registrare delle “intuizioni”, intese come percezioni di cui non conosciamo la provenienza. E che dire dei sogni, delle visioni, o anche di quelle sensazioni o accadimenti “strani”, archiviati come fenomeni paranormali, avvertiti da diverse persone in vari momenti della loro vita, spesso in occasione di una malattia, magari ad un passo dalla morte?

Fenomeni indagati dalla scienza da oltre 150 anni con una particolare accentuazione oggi con lo sviluppo delle neuroscienze, il ramo biologico-medico a maggior crescita nell’ultimo decennio. Le tecniche di visualizzazione delle strutture cerebrali (neuroimmagini) e i recenti metodi funzionali della fisica medica consentono letteralmente di “vedere” all’interno del cranio e studiare il cervello umano mentre pensa, impara, sogna, ama. La conoscenza dei meccanismi molecolari di trasmissione sinaptica, il ruolo dei recettori, gli effetti delle sostanze psicotrope, accanto alle classiche illusioni ottiche o uditive, rappresentano temi in grado di catturare l’interesse anche dei più giovani tanto che la professione di neuroscienziato è diventata una meta concreta da raggiungere.

«L’uomo dovrebbe sapere che è dal cervello, e dal cervello soltanto, che nascono il piacere, la gioia e il riso, così come il dispiacere, il dolore e la paura. Tramite esso, in particolare, pensiamo, vediamo, udiamo e distinguiamo il brutto dal bello, il male dal bene, ciò che è gradito da ciò che è sgradito»: sono parole di Ippocrate (V sec. a.C.) considerato il padre della medicina occidentale, che già in epoca classica aveva intravisto quanto oggi la ricerca sta indagando, in uno studio che coinvolge diverse discipline, dalla biologia molecolare alla psicologia sperimentale, e poi fisiologia, genetica, proteomica, farmacologia, psichiatria, criminologia, scienze cognitive (cf. il Centro Interdipartimentale Mente e Cervello, CIMeC dell’Università di Trento) e su cui la bioetica è chiamata ad interrogarsi come accaduto al 4° Forum europeo tenutosi 2 anni fa a Strasburgo.

Per i non addetti ai lavori sono invece la prossimità e l’ascolto –  intesi come un chinarsi in ginocchio di fronte al mistero dell’altro in attesa di una rivelazione – che, mentre rappresentano una goccia di sollievo alla fatica e al dramma di una vita, diventano anche un frammento di esperienza che va a sommarsi negli anni fino a costituire un mosaico di cui si ignorano le dimensioni finali. È il caso di religiosi e preti che vivono a contatto con gli ammalati nelle corsie di ospedali e case di cura, negli hospice dei malati terminali o semplicemente perché votati “per missione” all’ascolto, alla presa in carico di chi mostra un disagio di vivere, quello scampolo di fatica che rischia di travolgere anche le fibre più forti. Persone – qualcuno parla di “angeli custodi” – tra le quali, più spesso religiosi, si registrano infermieri, psicologi, psicoterapeuti ecc. che assolvono al loro compito con la carità del cuore, facendosi sostegno non solo al malato, o alla persona in una qualche difficoltà, ma anche ai suoi familiari.

Nel panorama sempre più vasto di testimonianze raccontate, che diventano scuola di vita per la registrazione minuta di innumerevoli casi associati a precisi volti e storie (come il toccante «Sendino muore», Vita e Pensiero 2015, a firma del cappellano ospedaliero e teologo spagnolo Paolo d’Ors), è fresco di stampa un testo scritto a 4 mani da Paul Renner, prete e teologo della diocesi di Bolzano-Bressanone, e Peter Gruber, frate cappuccino, per 40 anni cappellano negli ospedali di Bolzano e Merano e ideatore dell’esperienza «Sentinelle della notte», volontari che assistono i malati gravi nelle ore più difficili.

Sono frammenti di vita vissuta che costituiscono quasi un rosario della fragilità della vita, sono fotografie di momenti di dolore di fronte alla malattia di un familiare (talvolta un figlio) nei quali gli Autori sono in grado di intravvedere l’“Oltre”, talvolta quasi percependo il “più in là”, quella dimensione che la scienza sta indagando con tanto interesse.

«Nell’Oltre non saremo degli spiriti anonimi ma saremo proprio noi stessi, nella forma migliore possibile», scrive don Renner, che annota a margine: «sembrerebbe un compito spiacevole quello di accompagnare un morente e invece spesso può rivelarsi una grazia».

E in questa dimensione impercepibile, il testo colloca anche quelle presenze insondabili che siamo soliti chiamare “angeli”: un mondo affascinante quello dell’angelologia sul quale si sono cimentati lungo i secoli teologi e filosofi, e oggi tornato, inaspettatamente, alla ribalta. Harold Bloom, docente a Yale, spiegava come «all’approssimarsi del nuovo millennio la nostra ossessione per gli angeli si è intensificata» (Angeli caduti 2010) perché oggi se ne parla diffusamente, in letteratura e filosofia – Vorgrimler, allievo di Rahner, Eugenio d’Ors, Romano Guardini, Massimo Cacciari –  e pure in cinematografia e in musica, tanto che una ricerca CESNUR (2009) rilevava che circa il 70% degli italiani creda negli angeli, e tra i giovani (14-19 anni) la percentuale sia ancora maggiore («un dato che ha del sorprendente» commentava Aldo Natale Terrin, docente di fenomenologia della religione in un numero monografico della rivista Credere oggi 4/10).

«La Via Crucis della Vita» rappresenta infine un’autentica perla racchiusa nella seconda parte del testo: la «Via dolorosa» presa a modello nell’accompagnamento della sofferenza, del dolore, della morte. «Nella sofferenza non scegliere la via dell’eroe, ma quella della debolezza», scrive padre Gruber, che opta per un percorso di 15 Stazioni dove l’ultima è dedicata a «Il silenzio del Sabato Santo».

«Il termine stesso “stazione” significa semplicemente “luogo di sosta”, come quello dei treni che si fermano alle stazioni ferroviarie» – scrive il domenicano Timothy Radcliffe nel suo La via della debolezza (EMI 2016) –  «Gesù si ferma a parlare con le persone, in particolare quelle che piangono, le ascolta, le conforta, prova empatia. Ma continua il suo cammino, per la nostra salvezza».

«I morenti hanno poco fiato, ma molto da insegnarci. E allora dobbiamo essere attenti a cogliere i loro messaggi». È il mistero dell’“Oltre” che si rinnova, senza dimenticare che «i morenti hanno bisogno di parole chiare, ma calde e ancor più di prossimità e di affetto».

Don Paul Renner – Padre Peter Gruber, Più oltre e più in là. Vita e morte viste da un prete e da un frate, Praxis, Bolzano 2016, pp. 160, € 12,00.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi