La “rivoluzione” dei migranti

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

migranti

«In Trentino i profughi sono 1.700 su più di mezzo milione di abitanti. E 46.500 immigrati vivono pacificamente e regolarmente con noi, lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola (evitando che molte classi vengano soppresse e gli insegnanti mandati a spasso). 5-6 mila badanti garantiscono i nostri anziani: se non ci fossero, il Trentino andrebbe in tilt. Immigrati e profughi sono due fenomeni che si intersecano, ma sono diversi. Formano le oltre 150 nazionalità che oggi vivono nella nostra provincia. Una ricchezza, un’opportunità. Come diverso deve essere il nostro ragionare. Occorre costruire le migliori condizioni per vivere insieme. Questo è il nostro futuro, volenti o nolenti».

A ricordarlo è stato Vincenzo Passerini, di professione bibliotecario (nato a Brentonico nel 1951), dal 2015 responsabile regionale del Cnca, il Coordinamento delle comunità di accoglienza, in occasione della presentazione che si è tenuta a Trento al Vigilianum del suo ultimo testo pubblicato per i tipi della casa editrice trentina Il Margine, con le illustrazioni di Giorgio Romagnoni, La solitudine di Omran. Profughi e migranti, cronache di una rivoluzione.

«Un manifesto contro l’ingiustizia» l’ha definito l’Editore. E a ragione, perché l’autore – anche saggista e già animatore di diverse iniziative culturali e sociali (ha guidato il Punto d’Incontro di Trento, il Centro di accoglienza fondato da don Dante Clauser, il «prete dei poveri») – dichiara apertamente il quasi totale silenzio sul fenomeno in atto, inteso come cambiamento epocale o, appunto, una «rivoluzione».

Ciò che viene messo in evidenza però è che si tratta di una «rivoluzione» che spacca in due la società. Una rivoluzione che non ha un centro, né una periferia, e tantomeno confini. C’è e basta. E, soprattutto, coinvolge l’intero pianeta.

“Loro”, vittime di guerre o povertà, si mettono in viaggio guidati dalla speranza: e, se anche solo una piccola parte giungerà a noi, sarà comunque in grado di sconvolgere le nostre società.

Di loro migranti, in quanto persone, sappiamo comunque poco o nulla. Non interessa al cittadino, preso da ben altri problemi, la storia personale di chi arriva da lontano. «Dovremo rendere conto, un giorno, anche dei nostri silenzi» è il rammarico che esprime nella prefazione don Armando Zappolini, parroco di Perignano (Pisa) e presidente del Coordinamento nazionale Comunità di accoglienza (Cnca), che aggiunge: «Si può morire per la mancanza di un medicinale, per la fame o per la sete?». Sì, e non è solo possibile, ma quotidiana realtà, almeno per quanti (e sono davvero tanti) vivono nel Sud del mondo. Nella più totale indifferenza del Nord (salvo poi suscitare intolleranza quando alcuni di quei poveri, costretti a lasciare i loro Paesi alla ricerca di dignità e libertà, bussano ai nostri confini).

Eppure – si legge nel testo – «la migrazione è davvero il fenomeno sociale più importante del nostro tempo. È d’altronde sotto gli occhi di tutti quanto sia diventato uno dei temi cruciali di un po’ tutte le campagne elettorali, non solo europee o americane».

Il libro di Passerini e Romagnoni (un giovane assistente legale dei richiedenti asilo e rifugiati in collaborazione con il Centro Astalli di Trento e una passione per il disegno messa a disposizione di battaglie sconosciute) affronta coraggiosamente il tema con l’obiettivo dichiarato di scuotere le coscienze.

«Le emozioni svaniscono in fretta»

Perché avevano scosso l’opinione pubblica quelle foto del cadavere del piccolo Aylan riverso sulla spiaggia turca o lo sguardo ormai senza più lacrime del bimbo scampato al bombardamento di Aleppo – Omram Daqneesh, da cui prende spunto il titolo – ma «le emozioni svaniscono in fretta, la solitudine resta. Aylan è dimenticato, i profughi mal sopportati o respinti. Perfino criminalizzati, perché il nostro mondo così perverso è capace di trasformare le vittime in carnefici pur di salvare la propria coscienza o cercare di prendere un po’ di voti». E Passerini conclude: «Chiamatela, se volete, civiltà».

Da qui la decisione di “raccontare” – attraverso articoli, libri, conferenze, interventi, testimonianza personale – non solo la «sporca guerra in Siria», quanto soprattutto la vita, le delusioni, le speranze e le attese di quelli che, grazie anche a questo testo, forse oggi sono un po’ meno sconosciuti.

L’invito pressante che si rincorre tra le righe è quello di interrogarsi, come singoli e comunità, anche sulle radici profonde di questa rivoluzione: chi causa le guerre? chi le alimenta col traffico di armi? chi tiene in piedi un sistema economico e finanziario che produce una moltitudine di poveri e un ristretto numero di privilegiati? In sostanza: chi crea i profughi e i migranti?

«L’Occidente deve tirar fuori la propria anima, deve saper mostrare e testimoniare agli altri, lontani o giunti tra di noi, quello che crede, ama e spera. Religioso o meno che sia», scrive sottolineando che, «anche se non siamo solo economia e benessere arroganti, affari, soldi, armi, cinema e spregiudicatezza morale, purtroppo è questa l’immagine che mostriamo ai popoli del Sud».

«Abbiamo il dovere di servire i poveri»

Ben presente nello spirito di Passerini l’utopia e la speranza che il nostro mondo possa cambiare, in termini di mentalità e di comportamenti: «Abbiamo il dovere di alzare la bandiera dell’ideale di servire i poveri, di servire i deboli (rifugiati, malati, anziani, senza dimora, carcerati, disabili, tossici…), sia che lo si faccia come professione sia che lo si faccia come volontariato puro. I grandi ideali sono un potentissimo motore della storia, non lo è solo il profitto».

Non dobbiamo mai dimenticare che anche gli italiani sono stati migranti (“Ricordati che sei stato straniero anche tu”, è il titolo di un libro precedente con la prefazione di padre Zanotelli, Il Margine 2015) e «forse sarai straniero anche tu» ammonisce l’autore quando viene invitato a parlare ai giovani. Ai quali spiega che non esiste motivo per temere la rivoluzione dei migranti e dei profughi – che poi è la tesi del testo – perché è possibile costruire convivenze fra culture e religioni diverse: l’importante è non rassegnarsi, levare alta la voce, gridare dai tetti, fare controinformazione attiva perché le notizie false e distorte si rincorrono e sono abilmente pilotate.

Ci troviamo ad un bivio, «uno snodo duro e ruvido», sottolineava il giornalista Francesco Comina intervenuto al Vigilianum. Un bivio dirimente per il futuro di tutti, nel senso del divenire stesso della donna e dell’uomo occidentale al confine tra Eros e Thanatos: se possa prevalere, cioè, quella che il vescovo Tonino Bello chiamava «la convivialità delle differenze» oppure quell’istinto atavico, e quanto mai negativo, di rigetto, un istinto che conduce diritto alla morte stessa di una civiltà.

«Ciascuno ha una coscienza e la deve usare, non ci sono scuse. E se la deve formare, giorno dopo giorno, scegliendo a chi dare credito».

Solo alcuni capitoli per esprimere alcuni contenuti che ciascuno di noi, purtroppo, fatica a rintracciare quotidianamente nei media: “Africa dolente e meravigliosa”, “Corano e Bibbia insieme sull’altare”, “Mamma mia dammi 100 lire”, “Non ci fermerete”, “Bolzano e Brennero, porte della speranza”, “Prima gli italiani? Già fatto”, “Fanno il deserto e gli danno il nome di pace”, “Massacri italiani in terra d’Africa”, “Morte di Adan, ragazzino iracheno”, “Più Europa, non più muri”, “Partono perché vogliono vivere”, “Trump: debole con i forti, forte con i deboli”, “Perché serve lo Ius soli”, “Austria, sottovalutata la deriva nazista”.

Il testo si chiude con la famosa Lettera aperta all’arcivescovo di Trento del 16 gennaio 2018 sul campo profughi di Marco, presso Rovereto.

Vincenzo PasseriniGiorgio Romagnoni, La solitudine di Omram. Profughi e migranti, cronache di una rivoluzione, Il Margine, Trento 2018, pp. 272, € 15,00. 

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