Senza semina non ci sarà raccolto

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copertina«La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. […] Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo», disse il cardinale Carlo Maria Martini, pochi giorni prima di morire, a padre Georg Sporschill. Ed aggiunse: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?». Pessimismo, amarezza e delusione si intrecciavano – in quello che è stato definito il suo testamento spirituale – per le tante occasioni perse e le grandi questioni ancora aperte.

Ma poi, a riaccendere la speranza di una Chiesa viva, al passo con i tempi, è arrivato dalla fine del mondo Jorge Maria Bergoglio, anche lui gesuita come Martini. Bergoglio ha scelto il nome di Francesco, il santo poverello di Assisi, e sin dall’inizio del suo pontificato, anche tramite gesti, fatti e parole, ha cercato di svecchiare l’Istituzione, combattendo il clericalismo, la burocrazia, e chi diceva «si è sempre fatto così». Oltre a dismettere certi antiquati simboli esteriori del potere papale: dalla croce d’oro agli eccessivi paramenti sacri, l’atto più significativo è stato quello di tenere per sé solo il titolo di Vescovo di Roma, un segnale di umiltà ma anche di straordinaria apertura per la riconciliazione con le altre chiese cristiane.

Un cambiamento che non è stato accettato da tutti, specie tra i settori più retrivi della Chiesa, del mondo politico e finanziario. Il giornalista e vaticanista Marco Politi nel suo ultimo libro La solitudine di Francesco. Un papa profetico. Una chiesa in tempesta (Laterza, 2019), scrive: «Nel cattolicesimo è in corso una guerra sotterranea per mettere Francesco, il pontefice riformatore, con le spalle al muro. Preti, blogger e cardinali conducono un’opera sistematica di delegittimazione e, mese dopo mese, si va compattando un fronte conservatore con notevole forza organizzativa e mediatica. Debole, invece, è la mobilitazione dei sostenitori della linea riformatrice di Francesco: vescovi e cardinali si affacciano poco sulla scena per difendere il papa e appoggiare gli obiettivi di cambiamento». Si tratta di un’affermazione condivisibile, anche se guardando meglio tra gli scaffali delle librerie e biblioteche si possono trovare libri (preziosi) come La semina del profeta di fratel MichaelDavide e Andrés Torres Queiruga per comprendere che un’altra Chiesa è possibile.

Per Andrés Torres Queiruga, teologo e docente di Filosofia della religione all’Università di Santiago de Compostela, l’avvento di Papa Francesco ha rappresentato: «La conferma di un rinnovamento indispensabile e che si attendeva da alcuni secoli». L’obiettivo di Papa Francesco – continua Queiruga – non è quello di convocare il terzo Concilio Vaticano, ma attuare il secondo per «liberarne le potenzialità e rendere fecondi i semi che allora agitarono il cuore della Chiesa ed aprirono le porte all’attenzione verso il mondo».

Sulla stessa linea fratel MichaelDavide, monaco benedettino del monastero di Rhêmes Notre-Dame e dottore in Teologia spirituale alla Pontificia Università Gregoriana secondo cui: «Il tempo di Chiesa che stiamo vivendo è un tempo propizio per ritornare all’essenziale del Vangelo senza paura di perdere noi stessi». E prosegue: «In questi anni intensi, vissuti sotto la guida del vescovo di Roma, papa Francesco, la Chiesa sembra aver ritrovato la strada della nostalgia del Regno di Dio che viene, preferendolo a se stessa con le proprie abitudini mentali e di costume».

Entrambi i religiosi sono del parere che bisogna riprendere il cammino interrotto del Concilio Vaticano II e rimettere il Vangelo al centro della vita cristiana, al posto dell’Istituzione, del dogma e di una morale bigotta che vede Dio come un padre-padrone, sempre adirato e pronto a proibire o giudicare. Il Dio di papa Francesco è invece quello della misericordia, dell’amore e del perdono.

Papa Francesco non è un buonista, ma segue semplicemente il messaggio evangelico. In questi anni abbiamo visto all’opera un papa certamente umile ma anche determinato nel prendere decisioni solitarie e spesso in controtendenza con l’opinione pubblica, per esempio sul tema dell’accoglienza dei migranti. Papa Francesco ha dimostrato inoltre una notevole capacità diplomatica, ponendosi come abile mediatore nelle controversie internazionali, in particolare riguardo la Cina, ed ancora sensibilizzando sui temi ambientali e le critiche al neoliberismo e al capitalismo selvaggio.

Tutte queste mosse, ed in particolare la critica al clericalismo, hanno portato il Papa ad avere diversi nemici. Qualcuno si è addirittura spinto ad accusare il papa di «eresia», altri hanno chiesto le sue dimissioni. Per fratel MichaelDavide «siamo in presenza di tentativi che cercano di disinnescare in tutti i modi il processo di metabolizzazione del concilio Vaticano II».

Altrettanto duro è il giudizio di Andrés Torres Queiruga: «Si produce una reazione, capeggiata addirittura da cardinali, i quali in precedenza hanno esercitato il ‘dominio assoluto’ senza consentire il minimo dissenso, ma che ora gli si sono messi contro. Ciò che sorprende è che lo fanno con un ricorso al vangelo che – dal punto di vista teologicamente oggettivo e senza entrare nelle intenzioni soggettive – non posso che giudicare ‘blasfemo’ in quando strumentalizza o riduce al silenzio lo stile e le parole più centrali dello stesso Gesù, che richiamano alla fraternità e alla misericordia».

Oltre ai nemici dichiarati ed occulti, papa Francesco deve anche subire gli attacchi di chi lo giudica troppo timido nelle riforme. Purtroppo, anche se animati dalle migliori intenzioni, questi soggetti fanno solo il gioco dei conservatori. La semina del profeta affronta con lodevole coraggio alcuni temi scottanti, tra gli altri: «Il senso e la celebrazione dei sacramenti», da non vivere come un obbligo ma come un dono; «il tema del celibato e del sacerdozio», che non deve essere abolito – spiega Andrés Torres Queiruga – ma prevedere un carattere opzionale. Per fratel MichaelDavide: «Dichiarare guerra al clericalismo, esige un ripensamento coraggioso della teologia dei sacramenti, della spiritualità e della pastorale. Il primo passo consiste nel rinunciare all’idea dell’investitura, così cara a tanti sistemi di potere, primi fra tutti quelli religiosi. Questa rinuncia è la premessa necessaria per riappropriarsi dell’idea della chiamata a una discepolanza di servizio».

E poi «il sacerdozio delle donne». Andrés Torres Queiruga cita la lettera di Paolo ai Galati: “Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Fratel MichaelDavide scrive che «non possiamo dimenticare che l’origine del maschilismo, che è un aspetto essenziale del clericalismo, si radica nella paura che, da sempre, la donna fa all’uomo. La capacità di generare e di accompagnare la vita in tutte le sue fasi ha creato nell’uomo – nel maschio! – un senso di inferiorità. […] Non temere le donne significa condividere con loro le decisioni». Il profeta ha seminato… e ricordando ancora le parole del cardinale Martini: «Il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

Fratel MichaelDavide e Andrés Torres Queiruga, La semina del profeta. Papa Francesco e la Chiesa del futuro, EDB, Bologna 2019. A cura di Francesco Strazzari con la postfazione di Ghislain Lafont. Recensione pubblicata in Il Popolo Veneto del 9 luglio 2019.

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