“Stranger Things”: il sonno del cuore genera mostri

di: Andrea Franzoni

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Con un’immagine molto rappresentativa della capacità delle serie TV americane di riflettere gli aspetti concreti della società e delle sue strutture simboliche, lo scrittore francese Martin Winkler definiva queste ultime les miroirs de la vie, gli specchi della vita.[1] Specchi che riflettono diversi temi fondamentali dell’esistenza, tra i quali Winkler individuava le storie attente al mondo dei bambini e degli adolescenti.

Secondo Winkler la maggior parte degli adulti delle serie TV proiettano i loro desideri o le loro aspirazioni di bambini insoddisfatti su colui o coloro che devono crescere. Spesso per i genitori delle serie TV il bambino che cresce diventa a poco a poco incomprensibile, estraneo, addirittura violento e la vita del bambino e dell’adolescente appaiono misteriose.

Alcune serie tentano di esplorarne gli aspetti nascosti, altre ne studiano il destino, o raccontano le vicende di quegli adulti che sono stati privati della loro infanzia, o quelle di adolescenti apparentemente condannati a non diventare mai adulti.[2] La relazione tra adulti e adolescenti è diventata oggi il tema centrale in molte produzioni audiovisive, non solo americane.

L’immaginario della piccola città

Tra le serie che hanno portato a maturazione questo genere di tematiche c’è certamente Stranger Things, serie televisiva statunitense ideata da Matt e Ross Duffer per Netflix.

Ambientata negli anni Ottanta nella cittadina fittizia di Hawkins, nell’Indiana, la serie segue le vicende di un gruppo di ragazzi alle prese coi misteri legati a un laboratorio segreto, l’Hawkins National Laboratory, responsabile di aver aperto una breccia dimensionale su un universo parallelo abitato da entità aliene e malvagie. Dal 4 luglio 2019 è disponibile la terza stagione dello show, che nei soli primi quattro giorni dalla pubblicazione ha registrato più di quaranta milioni di visualizzazioni.[3]

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Stringer Things presenta poi un altro degli elementi fondamentali della toponomastica seriale già indicato da Winkler, un elemento che spesso si combina con tematiche adolescenziali: la piccola cittadina, luogo comune per eccellenza. In questo luogo si cresce, si incontra l’anima gemella, si vive e si muore. Per quanto piccolo possa essere, il paese natale racchiude le sue leggende e i suoi miti, ancorati all’infanzia e all’adolescenza, alla storia familiare. Ma la piccola città, luogo apparentemente protetto e protettivo, può nascondere spesso insidie e pericoli al di là di ogni immaginazione.

Corrispondenze

Si tratta di un elemento fondamentale dell’immaginario americano, sviluppato in letteratura da Stephen King in particolare nel suo celeberrimo IT (1986), in cui l’innocua e incolore cittadina di Derry si scopre essere in realtà una struttura sociale votata alla propagazione della malvagità, personificata nel temibile Pennywise, mostruoso clown che ha terrorizzato generazioni di lettori.

Diverse sono le corrispondenze che legano Stranger Things e IT: la prima è la devozione che il primo prodotto nutre e esprime esplicitamente nei confronti dell’immaginario dello scrittore del Maine, mentre la seconda riguarda nello specifico il suo famoso romanzo del 1986.[4]

Nell’estate del 2017,infatti, a seguito della seconda stagione di Stranger Things, usciva nelle sale il primo capitolo della versione cinematografica di IT[5] che, oltre a farci fare un tuffo negli anni Ottanta (proprio come la serie Netflix), condivideva con quest’ultima uno dei giovani attori protagonisti.

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A seguito della terza e fortunata stagione della serie appena rilasciata, il 5 settembre 2019 uscirà invece nelle sale l’attesissimo secondo capitolo cinematografico ispirato al romanzo di King, ambientato 27 anni dopo gli eventi narrati nella prima pellicola e che vedrà i protagonisti – diventati adulti – nuovamente alle prese con il temibile Pennywise.[6]

Adulti “mostruosi”

Guardando le due opere in parallelo e valutandone i molti elementi condivisi, bisogna chiedersi quale sia il vero orrore di cui Stranger Things e IT ci vogliono parlare. Forse non è tanto quello di crescere, di veder svanire la propria giovinezza, quanto quello di non diventare mai dei veri adulti. Perché alla fine l’immaginario di cui Stranger Things e IT si nutrono non è tanto il conflitto generazionale, quanto la messa in scena di un dramma esistenziale: la paura di non raggiungere la piena realizzazione di se stessi.

Perché gli adulti di Stranger Things e di IT sono in definitiva più mostruosi degli stessi mostri? Forse perché in realtà non sono veri adulti, o tentano di esserlo senza però riuscirvi. Il cuore di questi personaggi è spesso ferito da un passato con il quale non si sono mai riconciliati e nella loro vita adulta si trovano a fare i conti con una storia di cui vorrebbero essere i padroni, ma che li ha già superati.

In questo senso Stranger Tings e IT sono opere che riflettono sugli effetti sociali che può provocare la corruzione dell’animo umano. La corruzione del cuore, una volta avvenuta, è irreversibile; il male non si redime, non ha una cura e può essere solamente distrutto per il bene della comunità, per consentire il giusto percorso di crescita dei giovani protagonisti. Questo è anche il destino inesorabile al quale approdano diversi degli adulti che incontriamo in IT .

Come è possibile allora diventare veri adulti? Forse accettando l’errore e l’imperfezione dei piccoli, fuggendo la rigidità di sistemi e convenzioni che solo apparentemente sembrano risolvere i nostri problemi. Questo sembra suggerire ad esempio il bel percorso di crescita del personaggio dello sceriffo Hopper nella serie dei fratelli Duffer. Ma forse la cosa più importante per diventare adulti è aprire il nostro cuore e affrontare le nostre peggiori paure.


[1] M. Winkler, Les miroirs de la vie. Historie des séries américaines, Le Passage, Paris-New York 2002.

[2] Ivi, 59-60.

[3] Netflix ha già confermato la quarta e forse conclusiva stagione dello show.

[4] I fratelli Duffer hanno sempre dichiarato l’opera di King come fonte d’ispirazione primaria della serie. L’idea di Stranger Things naque proprio dal rifiuto di una loro proposta di adattamento cinematografica di IT.

[5] Il romanzo è stato adattato per la televisione nel 1990 rendendo famosa la figura del clown Pennywise interpretato da Tim Curry.

[6] La pellicola diretta da Andrés Muschietti è attualmente l’horror con il maggior numero di incassi nella storia del cinema.

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