Sulla laicità di Gesù

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Impegnato per quindici anni nella Formazione permanente del clero, l’autore, don Antonio Torresin (classe 1961), è attualmente parroco di San Vito al Giambellino a Milano. Nel volume egli trascrive le riflessioni nate in un pellegrinaggio in Terra Santa.

Il filo conduttore delle sue meditazioni è sottolineare l’indole secolare, laicale della figura di Gesù, in cammino sulle strade di Israele. Cresciuto lontano dal tempio, non appartenente al mondo religioso ufficiale, Gesù ha vissuto la propria vita completamente immerso nell’esistenza dei suoi correligionari. Troppo normale per essere vero che fosse Figlio di Dio!

Egli inizia il suo ministero nella Galilea delle genti, specchio della città secolare in cui occorre incontrare Gesù oggi. Terra di confine, luogo insignificante, terra di meticciato religioso e sociale, periferia. Eppure nel tempo dell’inevidenza di Dio – scrive Torresin – dobbiamo vederlo nelle situazioni apparentemente più lontane, «riconoscere che l’amore di Dio è all’opera nel mondo, […] riconoscere, nel concreto dell’esistenza, Dio che genera alla sua vita, ama, solleva, salva, invita tutti a essere se stessi» (A. Fossion, cit. p. 23). Prima occorre però aver assimilato la lingua del Vangelo, aver acquisito lo sguardo di Gesù.

Chi ha un carisma secolare ha come compito quello di abitare il mondo come un’opportunità straordinaria di riconoscere Dio all’opera e figure del Vangelo attraverso le quali Dio anima questo mondo. In Galilea Gesù testimonia l’attitudine di vedere Dio all’opera negli affetti, nelle relazioni, anche laddove la presenza di Dio pare impossibile.

Nazaret e Cafarnao

In una ventina di capitoli Torresin ripercorre vari luoghi della terra di Gesù. I trent’anni di Nazaret non sono preparazione alla redenzione, sono essi stessi redenzione già iniziata.

A Nazaret si vede il Vangelo appreso nell’obbedienza e negli affetti umani. Gesù impara la grammatica dell’umano, incubando la Parola, assorbendo la religiosità familiare, l’attesa di Israele, la speranza delle genti. Gesù impara la grammatica dell’umano abitando con i poveri. Esso diventa luogo di rivelazione e della salvezza che Dio regala al suo popolo.

È il tempo in cui Gesù incuba la parola per assumere nelle fibre della sua umanità il linguaggio con cui si sarebbe rivolto agli uomini. È il tempo nel quale egli ha assunto la capacità di scorgere la buona notizia all’interno del mondo. Ha imparato molto sul lavoro, sui legami umani, sulla dimensione religiosa. Dai poveri ha imparato l’affidamento a Dio, come rivolgersi a Dio con fiducia mite e disarmata.

Seguendo perlopiù il Vangelo di Marco, l’autore riflette su Cafarnao e sui luoghi del ministero di Gesù: la sinagoga (dove purifica il mondo religioso), la casa con le sue ferite (dimensione quotidiana e intima della vita), la piazza e il lago (dimensione pubblica della vita e del lavoro), la strada (luogo di incontri personali, simbolo di una condizione di pellegrinaggio, di mendicanza).

Il Vangelo passa nella trama degli incontri “profani”, secolari. I discepoli – una fraternità improbabile – stanno fra Gesù e la folla, segnati anch’essi da conflitti e divisioni ma sanati e tenuti insieme dalla parola di Gesù. Occorre saper abitare i luoghi della vita, ancorati contemporaneamente a Gesù e alla gente.

A Cafarnao, durante il lavoro sul lago, Gesù chiama i discepoli dal loro “nulla”, ed essi rispondono andando al largo fidandosi della sua parola. Sul lago accade l’esperienza della fede unita alla paura. C’è la paura del fallimento della missione, dell’esiguità delle risorse, dell’essersi sbagliati nella scelta. La sfida è attraversare la paura e giungere alla fede, fidandosi di Gesù che è al nostro fianco.

Le beatitudini sono lette come la trascrizione della santità in una dimensione secolare, sono una santità accessibile a tutti (cf. il buon Samaritano). Esse descrivono Gesù e sono lo sguardo con cui egli riconosce figure di Vangelo attorno a sé. «Non c’è nelle beatitudini un atteggiamento che noi definiremmo religioso: sono uomini poveri, piangono, cercano la pace, sono per la giustizia, hanno un cuore puro, senza doppiezza, questo li caratterizza» (p. 57). Per vivere il nuovo umanesimo prospettato da papa Francesco occorre umiltà, disinteresse, gioia che può sgorgare dalle lacrime e dalla persecuzione.

Nelle beatitudini Gesù offre una cartina con cui imparare a leggere la presenza di figure di Vangelo nel mondo, non necessariamente religioso. Per essere beati e gustare la consolazione dell’amicizia con Gesù occorre avere il cuore aperto allo Spirito Santo.

Nella divisione dei pani emerge una nuova economia di vita. Non quella del calcolo per salvaguardare la propria sopravvivenza, ma la logica della condivisione. Non possiamo moltiplicare, ma possiamo con-dividere. La logica del pane Gesù l’ha imparata a casa. È la logica del poco, di quello che pare insufficiente ma che insegna invece a vivere con l’essenziale condiviso in tavolate di cinquanta e di cento persone libere.

Il Tabor, la fede e la preghiera

Sul Tabor i tre discepoli stanno con Gesù perché lui li ha attratti e portati con sé. Ciò che accade a Gesù, la trasfigurazione e la rivelazione, è la visibilizzazione di una verità intima, quella della presenza divina, di una comunione che dà luce alla vita.

L’umanità di Gesù diventa luminosa, trasparenza di Dio, luogo che lascia vedere il volto di Dio, umanità piena. «La sua Trasfigurazione è la nostra possibile felicità, la nostra stessa trasformazione verso la verità di noi stessi» (p. 74).

Conversando con Mosè ed Elia, Gesù apre uno squarcio sul suo futuro, sull’altro monte che lo aspetta, il Golgota. C’è bisogno del Tabor per sopportare il Golgota. Spavento e attrazione riempiono i discepoli. Il Tabor e la preghiera durano poco, ma importante è restare attaccati a Gesù, ascoltare solo lui. Non resta lo stato di ebbrezza, importante è che rimanga il legame con Gesù.

L’adorazione è guardare Gesù ed essere da lui guardati, ritrovare in lui tutto della nostra vita. Un incontro spesso senza parole, incanto e gioia di sapere che l’altro è lì, più presente di noi. La sua presenza ci fa esistere ancora.

Il miracolo della guarigione del ragazzo epilettico cede il passo a ciò che più importa: le istruzioni per i discepoli increduli. Tutto è possibile a chi crede e la preghiera è l’accesso nella fede alla potenza di Dio. Quando uno crede, in lui la potenza di Dio può ogni cosa, compie miracoli.

Il deserto, Betlemme e la testimonianza

Sir 2,1-5 e Dt 8,2 insegnano che per servire il Signore occorre prepararsi alla prova. Il deserto è il luogo della prova che può far alzare il lamento, ma non la mormorazione dietro le spalle. Il deserto saggia e fa emergere ciò che abbiamo nel cuore. È anche il luogo del dolore, scandalo da combattere certo, ma che può far imparare realtà altrimenti inaccessibili. Capisco che amo una persona quando soffro per lei. Il deserto è inoltre il luogo dell’amore sponsale, da ritrovare quando è perduto. Luogo in cui si avverte la propria piccolezza di fronte all’incommensurabilità di Dio. Luogo di “timore” verso Dio che ha cura di noi.

Il deserto trasforma la tentazione in occasione di crescita, di lavoro su di sé, confidando in Dio. Il deserto si incontra nel quotidiano fatto di isolamento (negativo) e di solitudine (da curare con la fraternità, sapendo però che esiste anche una solitudine della fede). Nel deserto possiamo scoprire l’intimità con Gesù che ci ha preceduto e ogni tanto anche il suo invio di “angeli” nella persona dei fratelli e delle sorelle.

A Betlemme inizia il mistero dell’incarnazione. Gesù prende su di sé il mondo allo stesso modo sia nella culla sia sulla croce. È la fedeltà di Gesù ad abitare il mondo che lo porta sino alla passione. Il cristiano non guarda solo al cielo e dentro di sé.

Guarda un bambino. Dio non dimentica il suo popolo, abita la nostra vita. Il sorriso del bimbo dice che Dio è felice ed è contento di questo mondo. Il cristiano guarda il mondo dal lato del Bambino e poi impara a guardare il mondo con gli occhi di Gesù. Nella storia e nelle generazioni passa il bene di Dio, la sua benedizione che passa da una vita generata all’altra. Gesù è dentro questo fiume, che supera anche la tara che non vi assente. La grande benedizione è Gesù stesso che si trasmette, mediante la fede dei discepoli.

Abitare il mondo – ricorda Torresin – è una cifra sintetica che dice uno stile, fatta di parole e di gesti. La visitazione di Maria ad Elisabetta è un modo dinamico di testimoniare, attraverso il servizio, e tutto accade semplicemente in un saluto vicendevole. Si dà e si riceve, con umiltà. L’incontro, una visita, un servizio accendono la vita nell’altro. Il saluto è una benedizione, è riconoscere il bene nell’altro. Quando lo riconosci, anche l’altro ne diventa consapevole.

Nella secolarità si fanno incontri evangelici, che preparano alla fede. C’è un’umanità che permette l’accadere di cose meravigliose.

Giovanni Battista abita invece il mondo testimoniando la verità, con coerenza, senza svendersi, rapportandosi al potere. Crea un contatto, si fa ascoltare, riesce a parlare alla coscienza di Erode. Risveglia il senso della giustizia, la capacità di discernere il bene dal male. Il Battista ha una parola forte perché si spiega con la vita. La sua testimonianza pubblica sembra terminare nel fallimento. La sua è una testimonianza forte che giunge al martirio, anticipando la morte di Gesù Messia. Maria e il Battista danno testimonianza attraverso il dono della vita: gioia dell’incontro personale e coraggio di una testimonianza pubblica.

Il Getsemani e il Messia sconfitto. Il sacrificio esistenziale

Nella notte del Getsemani c’è la preghiera della lotta. In Gesù si mescolano tristezza e abbandono. Il dolore e l’angoscia sono raccolti nella capacità di consegnarsi al Padre. Gesù lotta contro il male e la morte, ma quando essa è ormai invitabile, egli scorge la volontà ultima del Padre e trasforma il luogo di male in luogo di comunione. I discepoli sono appesantiti dal sonno, ma anche dal fatto che non capiscono ciò che sta per accadere. La loro preghiera diventa un riposare, un dormire nella preghiera eucaristica di Gesù che li custodisce.

L’arresto di Gesù ci pone di fronte a un Messia sconfitto. La sua morte ha un aspetto scandaloso che non va cancellato. Più Gesù ama e più il mistero del male è presente. La morte di Gesù ci salva perché è amore che dona sé stesso, ottenendo la nostra liberazione dal male. La sua morte è «trasfigurata in un atto estremo di comunione con il Padre e con gli uomini. Gesù trasforma la morte, la assume e la vive come l’estremo e definitivo atto con cui affidarsi al Padre e agli uomini, cioè un atto di amore» (p. 123).

La morte di Gesù è un sacrificio esistenziale, fuori della mura della città, fuori dal tempio, un nuovo culto, la nuova preghiera, la verità di ogni culto. «Il Dio di Gesù sulla croce è il Padre che riconosce la forza salvifica di una vita donata per amore. Lui, il Figlio diventa l’agnello immolato che nel dono di sé vince il male […]. Gesù lo porta su di sé e, invece di restituirlo facendolo ricadere su altri, consegna sé stesso in un atto di amore ancora più grande; questo rompe la potenza demoniaca e mortifera del male. E da lì si genera una vita nuova, che è appunto la risurrezione» (p. 124). La strada dolorosa di Gesù permette ai discepoli di attraversare tutto il male del mondo, facendo della vita un dono, una consegna al Padre e ai fratelli.

La fede pasquale. La comunità e Tommaso

Le lacrime della Maddalena sono lacrime di fede. Nell’uomo ci sono attaccamenti e accecamenti, ma ci sono anche perdite che aprono gli occhi. Si può perdere, ma è importante non perdersi. La Maddalena ascolta il proprio nome, si volta, vede e tocca Gesù con fede pasquale. Accetta la novità di un rapporto diverso con Gesù. Capisce che è una partenza, non un abbandono. Alla fine lascia, per partire in modo nuovo. La distanza crea una nuova modalità di vicinanza. Tra il riconoscimento e il distacco, il Risorto elargisce i suoi doni: il Padre e i fratelli, i suoi discepoli. Ad essi Maria Maddalena deve tornare, perché nella comunione con loro Gesù sarà sempre presente.

In Tommaso la fede ecclesiale si confronta con l’incredulità. Tommaso non si accontenta, cerca. Manifesta a Gesù le proprie piaghe e lacerazioni. Nel segno dei chiodi trova la prova decisiva di essere amato, atteso, capito. Come Tommaso anche noi possiamo incontrare Gesù così come è: dolce, misericordioso, tenero, paziente. Nelle piaghe del Risorto contempliamo la Divina Misericordia.

Il cammino della fede è personale ma ha anche una dimensione comunitaria. Non si crede da soli. Gesù dona ai suoi la pace, mostra i segni della fedeltà di un Dio che non abbandona. Gesù dona lo Spirito e affida un mandato. La comunità è ospitale verso Tommaso assente, rispetta i ritmi del suo cammino che vuole rileggere la ferita aperta della morte drammatica di Gesù.

Per l’evangelista Giovanni c’è tensione fra vedere e credere. Sono necessari entrambi. Tommaso passa dall’incredulità alla fede tramite la rilettura degli eventi drammatici della passione. Questo è stato raccontato perché la sua esperienza possa essere la nostra. Credere è difficile e il tratto secolare della fede dei discepoli passa oggi attraverso l’incredulità del mondo, dovuta al male. I Dodici hanno raccontato il loro tradimento perché tutti potessero credere e nessuno pensasse di essere così incredulo e pauroso da non poter essere credente.

Le donne e la Galilea

Le donne vanno alla tomba di Gesù nel contesto iniziatico della veglia, all’inizio di un tempo nuovo. Entrare nella tomba è come rivivere e ripassare dalla morte, dall’interruzione drammatica della relazione di affetto, della speranza, della fede. C’è un legame inscindibile tra il Crocifisso, la morte, la passione e il Risorto, il Vivente, l’annuncio della risurrezione.

Le sette frasi dell’angelo fanno passare dalla paura alla speranza, identificano Gesù con il Nazareno crocifisso, indicano un’assenza che rimanda a una nuova presenza che abbraccia ogni spazio e ogni tempo. La tomba vuota è un segno che Gesù non è più nella morte. Sarà possibile incontrarlo risorto nella fede di un annuncio: Gesù aveva parlato, specialmente a Pietro, dell’appuntamento in Galilea. Le donne dovranno riferire solo ciò che Gesù ha già detto nella sua vita: il suo Vangelo.

La Galilea è un “altrove” dove Gesù precede. Essa è il luogo delle prime apparizioni a Pietro. La fede pasquale è fede apostolica, significa rifare il cammino dei discepoli. La Galilea è lo spazio aperto a un orizzonte universale per tutte le genti. Il messaggio che le donne e i discepoli devono proclamare si apre a tutte le genti. La Galilea è il luogo dove Gesù ci precede, precede il discepolo che deve seguirlo “stando dietro”. Essa è, infine, il luogo della memoria, dove riprendere tutto quello che è stato detto e fatto da Gesù e che ora troviamo nel Vangelo, da rileggere alla luce della pasqua.

Le donne “fuggono” perché ora devono “vivere” il racconto, andare in Galilea, essere precedute dal Signore, ritrovare i discepoli, Pietro, la memoria fondatrice. Solo vivendo la fede discepolare possono incontrare quel Gesù che cercavano.

La paura è principio della sapienza; è paura e insieme “estasi/ekstasis”. «In Marco la paura è innanzitutto catartica e iniziatica. La paura prepara all’accoglienza del grande Presente. E il silenzio numinoso che segue è ancora intriso di quella riverenza gioiosa che Marco, con tutta la Bibbia, chiama timore/paura» (p. 146).

Tornare in città e ospitare i racconti

Tornare con gioia in città è il cammino dei due discepoli di Emmaus e del pellegrino che torna dalla Terra Santa. Gesù accompagna e illumina il cammino dei due, riscaldandone il cuore. Ma la presenza non basta. Occorre il gesto dell’ospitalità, che li salva e permette la ricomposizione dei legami rimasti sospesi. I due l’avevano imparata da Gesù ed essa diventa la scintilla del riconoscimento. I legami si accendono per strada. Una grazia che chiedeva solo di essere accolta e lasciata entrare.

Il racconto esemplifica il modo in cui nasce la fede pasquale. È il prototipo di quello che ogni discepolo rivive. A una comunità dispersa segue un ri-conoscimento nuovo. Le speranze, le domande, le ferite sono fatte uscire fuori. Il Signore accompagna non solo quando lo riconosciamo, ma molto di più e questo dà pace e consolazione. Quando ci interroghiamo e leggiamo le Scritture radunati insieme con altri, il Signore è presente, si fa conoscere per un attimo perché il resto sia ricompreso e sorga una nuova energia che disponga a un nuovo cammino.

Il racconto evidenzia anche la dimensione fraterna. C’è una fraternità dispersa, perduta, ma la strada tiene insieme i due discepoli come compagni di viaggio. Al presentimento segue il riconoscimento, grazie al momento sacramentale dove Gesù ripete il gesto di spezzare il pane, ma grazie anche al gesto di ospitalità fatto dai due. Il viandante non li ha lasciati soli, ha lasciato in memoriale il suo corpo. Ma anche i due non lasciano solo lo Straniero, si prendono cura dell’altro e dei legami donati dalla vita. Due forme diverse del sacramento. La fraternità è «il passaggio necessario senza il quale non si è certi neanche di Dio, della risurrezione, della presenza del Signore» (p. 154). La fraternità è, infine, ritrovata. I discepoli sembravano perduti, ma il Signore li ha tenuti insieme. Con gioia ricevono e donano racconti.

La comunità cresce quando si condivide la propria esperienza del Signore. «Credo che dobbiamo imparare di più a raccontarci – scrive l’autore –: la debolezza della fede è legata alla debolezza dei racconti» (p. 155).

La comunità ospita le storie di fede di uomini e donne che forse si erano persi ma che poi il Signore ha accompagnato e che la comunità non rimprovera perché se ne sono andati: essa è capace di ascoltare le loro storie. «Tornare alle nostre città – conclude Torresin – all’insegna di questo testo, vuol dire allora tornare un po’ per raccontare, ma poi pensare che è davvero una grazia ospitare i racconti […], perché in questo intreccio di racconti il Signore risorto cammina con noi. Tornare significa ritrovare il volto di una comunità e di una fraternità» (ivi).

Antonio Torresin, Uomo come gli altri. Riflessioni sulla laicità di Gesù, Edizioni Terra Santa, Milano 2021, pp. 158, € 14,00.

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