«The Leftovers»: che la fine abbia inizio

di: Andrea Franzoni
Justin Theroux è Kevin Garvey, il protagonista della serie

Justin Theroux è Kevin Garvey, il protagonista della serie

«Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà.[…] in quella notte due si troveranno in un letto: l’uno verrà preso e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà presa e l’altra lasciata» (Lc 17,30-35).

Non esistono parole più efficaci di questa citazione del Vangelo di Luca per descrivere il contenuto narrativo di The Leftovers, serie TV ispirata all’omonimo romanzo di Tom Perrotta, sceneggiato dallo stesso autore insieme a Damon Lindelof, co-creatore di Lost, la cui terza e ultima stagione ha preso il via il 16 aprile scorso sugli schermi di HBO.[1]

La dottrina del «rapimento»

La storia di The Leftovers inizia il 14 ottobre 2011, quando il 2 per cento della popolazione mondiale (circa 140 milioni di persone) svanisce improvvisamente nel nulla senza lasciare traccia e senza alcuna spiegazione evidente. I fatti narrati a partire dalla prima stagione prendono il via tre anni dopo l’«improvvisa dipartita» e si concentrano sulle vicende personali di Kevin Garvey e della sua famiglia.

Il mondo di The Leftovers si ispira al cosiddetto «rapimento della Chiesa», una dottrina teologica elaborata dal pastore anglicano John Darby (1800-1892) a cavallo del XIX secolo. Darby elabora la sua teoria a partire dal quarto capitolo della Prima lettera ai Tessalonicesi (1Ts 4,16-17), in cui l’inizio dell’éschaton è segnato dal rapimento in cielo della comunità dei credenti in Cristo; ma soprattutto alla luce del già citato passo del Vangelo di Luca (Lc 17,20-37), che egli interpreta letteralmente. Secondo Darby, quindi, per quelli che restano comincia un periodo di tribolazioni durante il regno dei sette anni dell’Anticristo, che terminerà con la sconfitta di quest’ultimo, quando Cristo verrà nella gloria per instaurare il regno dei mille anni che precede la resurrezione dei morti.[2]

Chi può renderne ragione?

Pur ispirandosi alla dottrina di Darby, Perrotta e Lindelof intendono però evidenziare la difficoltà di dare sia una lettura teologica che scientifica dell’«improvvisa dipartita» – così è chiamato l’evento nella serie. La scienza, ma soprattutto la religione, sono del tutto incapaci di rendere ragione dell’accaduto: chi è stato preso, infatti, non era necessariamente il migliore o un esempio di integrità morale o religiosa. Inoltre, tra gli scomparsi non è possibile stabilire nessun tipo di collegamento. Nello scenario descritto da Perrotta e Lindelof, infatti, il fatto spirituale più importante non è il rapimento, quanto il declino delle chiese tradizionali che ne consegue, la loro evidente incapacità di rendere ragione della scomparsa, e di conseguenza la nascita di una varietà di culti post-dipartita: nuovi interpreti dell’inspiegabile avvenimento.[3]

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Chris Zylka è Tom Garvey; qui insieme ai membri dei Guilty Remnants

Tra questi spiccano i Guilty Remnants (Colpevoli Sopravvissuti), che hanno abbandonato le loro famiglie, hanno fatto voto di silenzio (comunicano esclusivamente attraverso messaggi scritti su taccuini), vanno in giro vestiti completamente di bianco e intendono essere testimoni di ciò che la gente vuole invece dimenticare. Tutti i personaggi dello show sono alla ricerca di uno scopo, di un fine che trascenda quegli affetti che, pur essendo indiscutibilmente vitali, sono tuttavia insufficienti ad appagare il desiderio di senso. Cosa può ancora avere senso, infatti, in un mondo in cui i legami sono stati sciolti improvvisamente e misteriosamente, privando chi resta della possibilità di elaborare il lutto di chi è scomparso?

Una escatologia capovolta

The Leftovers è la rappresentazione di un’escatologia capovolta. Il problema, infatti, non è cosa sia successo a chi è scomparso, ma cosa dovrà succedere e come sarà possibile vivere per chi è rimasto. Come ribadito più volte dai creatori dello show, si tratta di uno spettacolo che non promette risposte, soprattutto in merito all’evento straordinario che dà inizio alla storia, ma intende concentrarsi su coloro che sono rimasti, sulle loro reazioni, sui loro tentativi di elaborare il fenomeno dell’inspiegabile dipartita.

Nella serie di Lindelof e Perrotta è proprio il miracolo che segna la crisi delle grandi religioni. Perrotta ha dichiarato che nel corso delle due stagioni fino ad ora realizzate «arriviamo a toccare il grado zero della religione. Le vecchie tradizioni e i riti antichi non hanno più senso per il genere umano, ecco perché sono, e siamo, costretti a costruirci un Credo tutto nostro».[4] La terza e ultima stagione, a giudicare già dal primo episodio andato in onda, non sarà da meno e sposterà la narrazione in Australia: fine del mondo anche dal punto di vista geografico, per una serie che rappresenta, a detta degli autori, «la fine del mondo a livello emotivo».

Inquietante e difficile come nessun altro show televisivo in circolazione, The Leftovers riflette sulla necessità degli affetti, l’impegno di costruirli e preservarli, per non svanire nel nulla.

[1] Questa terza stagione verrà trasmessa prossimamente in Italia sul canale Sky Atlantic.

[2] Cf. A. Vauchez (a cura di), Profeti e profetismi. Escatologia, millenarismo e utopia, EDB, Bologna 2014, 437-444.

[3] A. Kirsch, «Finally a TV show that truly takes religion seriously», in New Republic edizione on line.

[4] F. Brunamonti, The Leftovers verso la stagione tre. Parlano i creatori della serie, 4.1.2016.

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