Un Paolo piuttosto “romanzato”

di: Roberto Mela

copertinaAlla lettura della quarta di copertina mi sono cadute le braccia e ho intuito il motivo per cui probabilmente la casa editrice ha chiesto a uno dei migliori paolinisti italiani, Stefano Romanello, di stendere una postfazione al volume (pp. 285-290), la quale non è proprio del tutto laudativa…

Scrivere che Paolo aveva i suoi lati antipatici, ci può stare. Ma dire che «era ostinato, saccente, piagnucoloso e, di certo, a livello tattico non era un genio» non mi sembra un giudizio equilibrato. Forse l’a. si riferisce alla forte coscienza apostolica di Paolo e del suo animo di «padre» e di «madre», e non puramente di un pedagogo qualsiasi; sottovaluta i più di cinquanta collaboratori di cui egli si avvalse e ai quali dava fiducia (donne comprese).

La «via crucis» (definizione di G. Barbaglio, questo sì grande esegeta e anche storico di Paolo!) delle sue peripezie (il Peristasenkatalog) sono la trascrizione della sua assimilazione al Cristo crocifisso, non vanteria di un “piagnucoloso”. La sua sapienza teologica è donata con umiltà e fermezza, non con saccenteria. Se Paolo chiede al Signore la liberazione dalla «spina nella carne» non è perché è «piagnucoloso» (non me lo vedo proprio!), ma perché umano e percepisce anche che essa può porre impedimenti all’evangelizzazione.

Alla fine però Paolo si abbandona al Cristo e alla sua grazia. Quando sono debole è allora che sono forte, riconosce con fede, senza «essere piagnucoloso» (cf. 2Cor 12,1ss). Stiamo a ciò che scrivo, dice ai corinzi, non alle visioni che «un uomo» ha avuto nel terzo cielo… (cf. 2Cor 6-7).

Carenze non trascurabili

L’autore è un docente emerito di storia antica all’università di Amsterdam. È storico, filologo classico e archeologo, ha ripercorso i viaggi di san Paolo, ne ripropone quasi una guida per pellegrini, ma non ha formazione esegetica.

Il suo volume vuol essere un’introduzione storica alla figura di Paolo, inserito nel suo contesto storico-sociale. Ne ripercorre la vita, proponendo brevi analisi del pensiero delle sue lettere, ma questo non è l’intento principale del lavoro. Solo che è difficile presentare Paolo e non avere ben presente – e tenerne conto! – in modo equilibrato le linee di fondo teologiche del suo agire e del suo scrivere. Lo svolgimento della vita va collegato alle fonte letterarie primarie, cioè le sue lettere.

La sua ricostruzione risulta così essere una «biografia “romanzata”» (Romanello, p. 286), scritta con agilità giornalistica e in modo accattivante. Ben informato sulla storia e sul contesto storico-sociale, l’autore è portato a colmare gap e blanc nella vita e nelle motivazioni di Paolo presenti nelle fonti immaginando quel che Paolo abbia potuto pensare o fare in quel determinato frangente.

Le fonti letterarie fanno parte integrante delle conoscenze che uno storico deve avere e ignorarle o contraddirle in modo plateale è immotivato (cf. Romanello, p. 289). I carotaggi sul pensiero paolino presuppongono «strumenti che nel suo libro sono assenti» (Romanello, p. 288). Molte affermazioni sono assertive, proposte con sicurezza aliena da ogni modestia, alla quale l’autore è richiamato da Romanello, prima di attribuire questo difetto all’apostolo Paolo…

Carotaggi

Meijer riconosce che Paolo non ha abbandonato l’ebraismo, ha goduto della collaborazione di molte donne; ricostruisce correttamente alcune linee teologiche del suo pensiero, pur nella massima stringatezza.

Il peccato originale di Meijer – davvero inqualificabile – sta nel delineare con certezza «positivistica» – tutta e solo sua – l’evento cruciale della chiamata di Paolo alle porte di Damasco come un fatto da lui inventato di aver incontrato il Signore per accreditarsi presso i cristiani: «… ebbe l’idea di una mossa tattica e brillante: una visione che lo poneva sullo stesso piano degli apostoli scelti da Dio» e acquisire in tal modo «un ruolo importante corrispondente ai suoi desideri» (p. 57).

L’autore fa risalire la svolta «cristiana» di Paolo a un dissidio interiore con i farisei iniziato con il linciaggio di Stefano. Per buona grazia dell’autore, si ammette che la chiamata di Damasco non può essere solo frutto di effetto dell’epilessia che avrebbe danneggiato il cervello di Paolo. Di questo ringraziamo sentitamente l’autore.

Romanello ricorda a Meijer che le divisioni fra le conventicole/chiesuole di Corinto non sono dovute a una rivalità personale tra Paolo e Apollo, ma dal «modo di adesione agli stessi da parte dei diversi membri della comunità» (p. 289, corsivo di Romanello).

Meijer sostiene l’ipotesi della liberazione di Paolo dalla prigionia romana, con susseguente viaggio in Spagna e il ritorno in Oriente. Teoria ormai tralasciata dalla stragrande maggioranza della comunità scientifica internazionale.

La bibliografia citata (pp. 293-297) è per lo più in lingua olandese e mancano opere fondamentali per ricostruire la vita e il messaggio di Paolo secondo il libro degli Atti (cf. ad esempio Marguerat) e le sue lettere.

Romanello invita a servirsi del volume integrandolo però con letture imprescindibili sul pensiero teologico di Paolo. Libro divulgativo, ha una sua utilità (ma esistono per questo anche altri testi ben fatti), ma può creare un’immagine falsata dell’apostolo, scorretta e deficitaria, in un pubblico non preparato a livello teologico ed esegetico.

Fik Meijer, Paolo. L’ultimo apostolo. Postfazione all’edizione italiana di Stefano Romanello, Queriniana, Brescia 2017 (or. oland. Amsterdam 2012; trad. it. sull’edizione tedesca Darmstadt 2015), pp. 312, € 37,00.

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