Una introduzione alla Teologia trinitaria

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copertinaAl termine della lettura del bel saggio di Teologia trinitaria del caro amico e collega Jean Paul Lieggi, docente presso la Facoltà Teologica Pugliese, sembra di trovarsi nella situazione di chi ha partecipato ad un concerto sinfonico di musica classica; d’altra parte, la stessa struttura del volume invita a collocarsi in questa dimensione, data la sua stessa suddivisione che vi fa riferimento (preludio, interludio, ouverture…).

A tal proposito mi piace riportare una citazione bella ed interessante di Cassiodoro, presente nella sua opera Le Istituzioni II, V,2, in cui l’illustre scrittore calabrese, in riferimento alla musica (De musica) scrive: «La musica è la scienza del ben disporre secondo un ritmo. Se noi osserviamo un buon modo di vivere, siamo sempre collegati a questa disciplina. Quando invece commettiamo ingiustizie, non abbiamo più la musica. Anche il cielo e la terra e tutte le cose che si aggirano su di loro per disposizione divina non sono privi di musica. Pitagora, infatti, afferma che il nostro mondo è stato creato per mezzo della musica ed è da essa governato» (trad. di M. Donnini).

Si rimane veramente affascinati dal percorso proposto da Lieggi, ma anche grati all’autore per averci offerto non solo il frutto del suo studio, della sua preghiera e della sua riflessione sistematica, ma anche quello della sua esperienza di vita. Si tratta di un lavoro di sintesi, che si prefigge di offrire «a chi si accosta per la prima volta allo studio del mistero di Dio, una visione sintetica della ricchezza della teologia trinitaria, con la speranza che il lettore tragga da queste pagine il desiderio di coltivare ulteriormente la propria formazione teologica, soffermandosi più analiticamente sulle diverse questioni, anche attraverso la consultazione delle numerose opere che, di volta in volta, saranno indicate» (p. 14). Questo è l’obiettivo di fondo, che l’autore si propone preliminarmente e che si sviluppa anche attraverso il dono di pagine belle, selezionate e preziose di diversi autori e teologi dell’Oriente e dell’Occidente, inserite nel corpo del testo.

Si tratta di una introduzione alla Teologia trinitaria che vuole evidenziare quelli che sono i nuclei tematici più importanti e le questioni più scottanti e dibattute, non attraverso un percorso cronologico, ma in modo trasversale e diacronico. Infatti, solo alla fine, in una sorta di appendice, si delineano alcune linee fondamentali di storia del dogma, denominate “Contrappunti per una storia del dogma trinitario”; introducendo questa appendice, sempre sulla linea di una auspicata “sinfonia musicale”, proprio perché la verità è sinfonica – come sosteneva H. U. von Balthasar – l’autore confida: «Al cantus firmus dell’architettura di questo testo si vuole offrire un aiuto, sia pur per brevi cenni, per ripercorrere le diverse tappe della formulazione delle definizioni dogmatiche sul mistero trinitario, che ha conosciuto il suo punto di arrivo nei Simboli di fede del Concilio di Nicea (325) e del Concilio di Costantinopoli (381)» (p. 311).

Il nostro autore non è nuovo ad imprese di questo tipo e, pur privilegiando il taglio patristico e a partire dai suoi studi di Teologia orientale, mi sembra che riesca a fare sintesi, offrendo una sua particolare ed originale prospettiva di studio. Faccio riferimento non solo ad un suo testo fondamentale sulla poesia di Gregorio Nazianzeno (La cetra di Cristo. Le motivazioni teologiche della poesia di Gregorio di Nazianzo, Herder 2009), ma soprattutto ad un testo di specifica natura trinitaria (La sintassi trinitaria. Al cuore della grammatica della fede, Aracne 2016).

A questo punto si può percepire meglio la struttura e l’architettura di questo saggio di Teologia trinitaria, suddiviso in due semplici parti, dopo una introduzione denominata “Preludio”. La prima parte si presenta nella forma di “Avvii prospettici”, attraverso tre capitoli, intervallati da un “Focus”, intitolato “Appunti per una teologia dello Spirito Santo”. Già questa modesta denominazione (“avvio”, “appunti”), ci fa percepire l’animus dell’autore, che intende proporre con umiltà la sua lettura del mistero trinitario. Il capitolo 1 dedicato alla Trinità dossologica, sulla scia di alcuni autori non solo dell’Oriente cristiano, come Gregorio Nazianzeno, autore dei famosi Discorsi teologici (27-31), fa ben intendere che non solo parlare di Dio, ma soprattutto comprendere il suo mistero è una cosa impossibile, come si legge nella or. 28.4: «Al contrario io penso che parlare di Dio è impossibile e comprenderlo è ancora più impossibile» (p. 33). Al di là della complessità del pensiero del Cappadoce, oggetto di discussione tra gli studiosi, Lieggi chiarisce bene il pensiero del Padre della Chiesa, osservando che «la conoscenza di Dio è l’esperienza viva dell’incontro e dell’unione con lui, è la partecipazione alla natura di divina, che l’uomo vive nel dinamismo del “già” e del “non ancora”. La vera conoscenza di Dio non è “com-prensione”, ma “co-munione”. In altre parole, come già ricordato da Moltmann “il conoscente partecipa del conosciuto e mediante la sua conoscenza e il suo stupore viene tramutato in ciò che egli conosce”» (p. 36).

Circa “l’incomprensibilità” di Dio, il nostro autore ci fa ascoltare le voci di diversi teologi, che pur nella diversità del loro pensiero teologico, concordano su questo punto: non solo Agostino e Tommaso, ma anche Johnson, Moltmann, Balthasar. Il “dire” Dio si pone, dunque, tra analogia ed apofatismo, alle due scuole della tradizione occidentale (analogia) e della tradizione orientale (apofatismo), dalle quali possiamo apprendere meglio la “sinfonia” del mistero trinitario. Ma non bisogna trascurare neanche la scuola della Lex orandi, a cui assegnare il “primato”, secondo il sentire teologico dell’autore, che si richiama all’impostazione teologica di Gargano, nelle sue Lezioni di Teologia trinitaria 1-2 ed ancor prima al maestro di questi, Cipriano Vagaggini. Ecco perché, secondo Lieggi: «In forza della natura dossologica della teologia, la riflessione credente dovrà essere attenta a valorizzare il riferimento alla liturgia, in particolare all’eucaristia, fons et culmen di tutta la vita cristiana, riconoscendo in essa un “luogo teologico” ineludibile, in quanto fonte dell’esperienza di fede e della sua rielaborazione e criterio per verificare l’autenticità delle affermazioni teologiche» (pp. 62-63).

È proprio nella liturgia che è in azione lo Spirito Santo, a cui il nostro autore dedica il primo “focus” (Appunti per una teologia dello Spirito Santo), indicando una strada per indagare il mistero trinitario a partire dallo Spirito, di cui si fa esperienza, e per poi leggere nello stesso Spirito la storia trinitaria di Gesù (Interludio: narrazione cristologica. Appunti per una teologia del Figlio) e così entrare in comunione con il Padre (focus presente nella seconda parte del volume: Appunti per una teologia del Padre).

Gli altri due capitoli della I parte affrontano la questione così dibattuta della Trinità economica e immanente (capitolo 2) ed aprono uno squarcio su un tema non molto conosciuto: La Trinità radicale. Esperienza e teologia trinitaria (capitolo 3). Secondo gli approfondimenti teologico-trinitari del teologo catalano R. Panikkar, che ha coniato questa espressione “teologia radicale”, nell’intento di vedere il profondo rapporto che lega il mondo creato a Dio-Trinità (visione cosmoteandrica), si tratta di operare così «l’integrazione dell’avventura trinitaria a tutta la Realtà», ed è qui il senso dell’accezione di “Trinità radicale”(si vedano le pp. 147-148).

La II parte del volume presenta in altrettanti tre capitoli i “modelli interpretativi” che sono stati offerti lungo i secoli nell’approfondimento del rapporto, sempre complesso e da tenere sempre strettamente unito, tra unità e trinità in Dio. Come coniugare il dato dell’unità di Dio e quello della sua trinità? Quattro sono i modelli individuati: 1) quello di unità personale, tipico della riflessione teologica dei primi tre secoli e che caratterizza, in senso generale, la teologia orientale; 2) il modello di unità assoluta, detto anche interpersonale, elaborato da Agostino e seguito dalla teologia occidentale; 3) il modello interpersonale ideato da Riccardo di S. Vittore, sulla scia di Agostino; 4) il modello pericoretico-comunionale, a cui è attenta, in modo particolare, la teologia contemporanea. I primi due modelli sono elaborati a partire dall’unità di Dio (capitolo 4), gli ultimi due a partire dalle trinità delle persone (capitolo 5).

Il capitolo 6, intitolato “il paradigma della sintassi”, espone la proposta specifica di Lieggi, che si ispira ad una intuizione teologica di Basilio di Cesarea, cercando di rispondere alla domanda/questione centrale della teologia trinitaria: «possono davvero coesistere gerarchia e comunione in Dio? E se si, come darne ragione in teologia?» (p. 264). Sembra che qui il trattato di Teologia trinitaria si coordini e si richiami all’ecclesiologia, in cui questi termini vengono solitamente usati, vedendo nella stessa Chiesa, “icona della Trinità”, una “comunione gerarchica”. Il termine greco syntaxis, che ricorre in alcuni testi di Basilio, si potrebbe tradurre in italiano con «co-ordinazione» (con ordinamento), ma Lieggi preferisce conservare l’assonanza originaria al greco “sintassi”.

Sappiamo il ruolo fondamentale svolto dai Cappadoci e in particolare da Basilio nel chiarimento del dogma trinitario e quest’ultimo, nel suo trattato sullo Spirito Santo (De Spiritu sancto), ha contribuito enormemente alla definizione della divinità dello Spirito, in relazione al Padre e al Figlio, contro gli ariani più radicali e i pneumatomachi. In Dio – sostiene Basilio – c’è una taxis (ordine), a partire dall’arché (origine), fonte, inizio che è il Padre, ma sia il Figlio che lo Spirito sono con (syn) il Padre, sono cioè accomunati dall’unica natura e divinità, pur essendo ipostasi distinte. Il riferimento fondamentale di Basilio è alla formula battesimale di Mt 28,19, in cui Gesù comanda di «fare discepoli e di battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito». È proprio una chiara affermazione di Basilio, presente nel suo De Spiritu Sancto X,24 che deve essere sottolineata: «Se per loro, gli pneumatomachi, “la σύνταξις non significa una comunione e una unità, dicano […] quale altro modo più appropriato hanno di esprimere l’unione”. Si ritiene particolarmente significativa questa affermazione, perché è una chiara attestazione di come il Cappadoce riconosca nella “syntaxis” il modo più appropriato per esprimere l’unione divina» (p. 283). Come scrive Lieggi: «Quello della sintassi è un paradigma che non solo richiama la correlazione incomparabile di unità e molteplicità, ma getta anche una luce particolare sul quel paradosso di difficile comprensione a cui alludeva Hans Urs von Balthasar, che consiste nel riuscire a mostrare come vadano rispettate entrambe le realtà: l’ordine delle processioni e l’uguaglianza di rango delle persone» (p. 287).

Insomma una proposta felice ed originale, scaturita da una intuizione teologica di Basilio, che l’autore affida al lettore di questo volume, il quale è invitato quasi a continuare a “ruminare” il mistero trinitario e nello stesso tempo è richiamato a ritornare sempre all’ouverture biblica originaria, fatta propria dalla liturgia e che ricapitola tutta la nostra fede: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo e l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo sia sempre con voi». Sta qui in fondo la “sintassi trinitaria”, una “vera sinfonia dello Spirito”, che ancora oggi la Chiesa professa e canta!

Jean Paul Lieggi, Teologia trinitaria, collana Fondamenta, EDB, Bologna 2019, pp. 323, euro 25,00.

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