Uno scrittore sulla via di Betlemme

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«Eterogenesi dei fini. L’editto imperiale impone il censimento dei sudditi e conduce Maria e Giuseppe da Nazaret a Betlemme, la città di Davide. Ed ecco che accade ciò che sfuggirà sempre a qualsiasi calcolo statistico. La Parola si fa carne: Verbum caro factum est. Contingenza storica o progetto divino? Lo scrittore brillante, il polemista feroce e l’intellettuale compiaciuto scopre la parola nella Parola. Non è più soltanto un fine dicitore, un ciceroniano vis bonus dicendi peritus. Comprende che la parola è suono più significato. Viene prima dell’immagine e va oltre la musica. Inizia la conversazione con se stesso, nella stalla di Betlemme, con i pastori e le pecore, con il bue e l’asino. Bibliomane e bibliofago, stroncatore di filosofi famosi e nazionalista intransigente, interventista che scorge ed esalta, nella rivista Lacerba, la guerra come un bagno di sangue, ma anche come una lavacro purificatore, Giovanni Papini, di fronte alla semplice meraviglia della Natività, ritrova l’umiltà poetica e l’interiore semplicità che il lettore di oggi potrà condividere o quanto meno pregustare nei suoi Soliloqui di Betlemme. Nessun impeto profetico. Non ci sono metafore. Nessuna concessione alle acrobazie intellettuali d’un polemista acerrimo e impietoso. Papini parla finalmente con se stesso e con il bove, l’asino, le pecore, il locandiere sospettoso e il proprietario della stalla, alquanto preoccupato circa i dati anagrafici dei suoi strani inquilini» (dalla Nota di lettura di Franco Ferrarotti). Offriamo ai nostri lettori due dei Soliloqui di Betlemme di Giovanni Papini, recentemente ripubblicati dalle EDB (2016, qui la scheda).

Il padrone della stalla

Ormai ho detto di sì ma quasi quasi mi pento… All’albergo non li hanno voluti, non sapevano dove batter la testa… Son debole: mi son lasciato commuovere, specialmente da lei, con quel viso umile eppure appassionato, con quegli occhi di bambina venuta da un mondo più chiaro del nostro. E sembra che porti un gran segreto stretto al petto come un’altra porterebbe un mazzo di fiori. Così innocente, candida, pura che pare impossibile debba partorire da un momento all’altro…

Non ho avuto il coraggio di mandarla via, di notte, in quello stato: forse ho fatto male ma non c’è più rimedio. Si son seduti nella stalla, in silenzio; come se pregassero senza parole о aspettassero un miracolo.

Anche il vecchio pare una persona per bene. Assiste quella donna con tanti riguardi come se lei fosse una regina e lui un signore diventato schiavo. Non ci capisco nulla. Girano il mondo soli, senza un servitore, senza una donna che possa porgere aiuto a questa fanciulla che sta per soffrire… Come mai saranno partiti proprio agli ultimi giorni della gravidanza? Portare quella poveretta per le strade, in questo mese freddo, e in quelle condizioni, non è da uomo di giudizio.

Insomma non ho avuto il coraggio di mandarli via sconsolati. La stalla è vecchia e sudicia ma per lo meno hanno un po’ di tetto sopra il capo e le bestie un po’ di caldo lo fanno. Anche se ho sbagliato l’ho fatto a fin di bene: Il Signore non mi castigherà. Mi son sentito come spinto da una voce dentro a ospitare questi due poveri spersi. E anche il Libro comanda d’albergare i pellegrini abbandonati. Dio voglia che tutto vada a finir bene per loro e per me!

***

Il bove

Chi avrà mai dato a costoro il diritto d’invadere la mia casa? È la prima volta che li vedo. Quella giovane non è la moglie del massaio e quel vecchio non è il bifolco. Eppure la fanno qui da padroni e hanno occupato anche la greppia destinata al mio fieno. Che prepotenza è mai questa?

Cosa avranno deposto dentro la mangiatoia?

Eccolo; ora lo vedo. È un figliolo di donna, un uomo appena nato! Ma com’è differente da tutti gli altri! Nella mia vita non ho mai visto una simile creatura. Non piange, come fanno i bambini. Non dorme, non geme, non grida. Ha gli occhi aperti grandi, sereni come il cielo d’aprile. Non sembra un fanciullo vero ma un’apparizione, un piccolo Dio capitato per sbaglio in mezzo ai fili dell’erba secca…

Non m’ero mai accorto quanto fosse scura e sporca questa mia stalla. Mi vergogno di non aver un posto più bello, più degno di lui. Scopro i ragnateli che prima non ci badavo; i travi tarlati; le lastre, in terra, tutte umide, tutte nere.

È mai possibile che un tal miracoloso essere abbia scelto questa capannaccia lercia per venire al mondo?

Esce da lui un chiarore caldo, una lucenza amorosa, che trapassa ogni cosa e fa bene al cuore. Gli uomini non son così, neanche quando nascono. Gli uomini son duri, rozzi, crudeli, tristi…

Ora sorride e par che voglia parlare. S’è accorto che lo guardo e pare che mi ringrazi. Non ha paura di me. Direi quasi che mi vuol bene, che mi vorrebbe consolare. In nessuno sguardo umano ho mai scoperto una tale espressione.

Son vecchio, ormai, e ho faticato tanti anni che i miei poveri ossi sono stanchi. Ma per lui farei volentieri qualunque cosa: portare addosso un monte, solcare tutti i campi della Giudea.

Cosa potrei fare per lui? In che maniera mostrargli la mia riconoscenza? Riscaldarlo col fiato? Ma sarò degno, io, animale da giogo, di avvicinarmi a questo corpicino che splende?

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