Anamnesi e Dossologia

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preghiera eucaristica

Don Ubaldo è molto bravo nella celebrazione delle esequie. Col tempo, ha sviluppato una sensibilità e una cura che gli permette di celebrare la Pasqua di Cristo e di annunciarla nel momento del congedo dalla vita terrena dei suoi fedeli. Poi alla domenica, ecco le vedove, i vedovi, gli orfani, gli ammalati e si rinnova in lui il dolore per la loro sofferenza.

Ma… don Ubaldo tanto è bravo nei funerali, quanto a volte tira via velocemente le parti conclusive della Preghiera eucaristica. Teme che la gente si sia stancata di ascoltare una così lunga preghiera. Sa che si potrebbe anche cantare, ma figuriamoci se il suo popolo può sopportare addirittura questo, pensa tra sé.

L’eucaristia è l’anticipazione sacramentale, nel segno del mangiare e del bere, nel segno del convito, dell’evento vissuto poi esistenzialmente con la croce, la morte, la sepoltura, la risurrezione di Cristo. Ed è quella croce, morte, sepoltura e risurrezione, visti come evento unico, che noi mangiamo e beviamo. L’eucaristia è la Pasqua del Signore. Altrimenti essa diventa una sorta di santino: «Gesù nel cuoricino, per essere buoni bambini» che riduce a piccola devozione il mistero grande della nostra fede.

L’anamnesi, termine greco che significa “ricordo”, assume nell’uso liturgico il senso tecnico di “memoriale” dei grandi momenti della Pasqua di Cristo: «Annunziamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa delle tua venuta!». Acclamando questo, noi diciamo che nell’eucaristia mangiamo e beviamo la potenza trinitaria dell’amore, lacerato sull’altare della croce e gloriosamente vincitore nella sua risurrezione. In quell’acclamazione vibra la fede della Chiesa di tutti i tempi.

Le possibilità di questa acclamazione altissima sono tre: oltre alla prima, la più conosciuta e anche la più perfetta, c’è la seconda: «Tu ci hai redento con la tua croce e la tua risurrezione. Salvaci, o Salvatore del mondo», un’acclamazione che avvolge il cuore di chi è ferito, malato, nel lutto: «Salvaci, o Salvatore del mondo!», anche se manca l’aspetto dell’attesa della venuta. È il grido di speranza di chi vede nel Cristo morto e risorto la sua unica salvezza. «Noi siamo troppo oppressi dalla fatica e dal dolore per riuscire a lodarti, ma tu salvaci!».

E poi la terza formula: «Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta», che sottolinea l’aspetto comunionale, ma manca della parte fondamentale della risurrezione. Sarebbe importante che don Ubaldo concordasse con il coro la scelta dell’acclamazione da fare nell’anamnesi.

Nel canone non si parla solo di Dio e di Cristo, della sua morte e risurrezione; si parla anche di uomini, di quelle persone a cui siamo grati per la loro fede: si nominano il papa e il vescovo, perché non possiamo comunicare con il Signore se non lo facciamo fra di noi; dobbiamo mantenere la comunione. La celebrazione eucaristica non è solo incontro di Cielo e terra, ma anche incontro della Chiesa di allora e di oggi, incontro della Chiesa che è qui. Essa presuppone l’ingresso nella sua unità visibile; i nomi del papa e del vescovo ci sono proprio per celebrare in maniera autentica l’unica eucaristia di Cristo, che noi possiamo ricevere solo nell’unica Chiesa.

Si nominano i fratelli defunti: don Ubaldo dovrebbe fare una pausa in quel momento, in modo che ognuno possa nominare i propri morti per sentirsi in comunione con loro. Si nomina la Madre di Dio, gli apostoli, i santi: tutti in Cristo formiamo l’unica Chiesa, la sua sposa diletta.

La dossologia finale è una vera acclamazione: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo…». Don Ubaldo ogni tanto propone a tutta l’assemblea di dire con lui queste parole, per renderla più partecipe. Ma le preghiere presidenziali spettano solo ai sacerdoti: abbiamo visto che essere partecipi non vuol dire fare tutti qualcosa, ma fare ognuno quel che gli compete. Recitare col celebrante l’anamnesi, vuol dire poi diminuire la potenza di quell’Amen conclusivo, che dovrebbe far rimbombare l’aula liturgica, risuonare come quando nello stadio si grida Goal, perché qualcuno ha fatto rete. Sarebbe bello cantarlo, a più voci e più volte: il nostro Amen unito all’Amen di Cristo.

Amen ha a che fare etimologicamente con la fede stessa (emunah in ebraico). Il sostantivo derivato emet indica ciò che è stabile e fermo, la roccia della sicurezza. L’Amen risuona nella celebrazione della liturgia come il nostro sì a Dio, il sì di chi ascolta e crede; di chi nell’abbandono filiale, professa l’adesione obbediente a Cristo e al suo Vangelo.

E tutto questo ci apre alla consapevolezza della vita eterna.

«La vita eterna non è qualcosa che arriva dopo la morte. Non è un’infinita sequenza di istanti nei quali si dovrebbe cercare di superare la noia e la paura di ciò che non può avere fine. La vita eterna è quella qualità nuova dell’esistenza in cui tutto confluisce nel qui e ora dell’amore. La vita eterna non è semplicemente ciò che viene dopo, di cui noi adesso non riusciamo a farci nessuna idea. Poiché si tratta di una qualità dell’esistenza, essa può già essere presente nel mezzo della vita terrena e della sua fuggevole temporalità. La vita eterna è presente al centro del tempo, là dove si riesce di stare faccia a faccia con Dio… Cristo è Dio che viene a stare con noi; in lui Dio ha tempo per noi; lui è il tempo di Dio per noi e quindi, allo stesso tempo, l’apertura del tempo sull’eternità. Dio non è più il Dio lontano, indeterminato, a cui non arriva alcun ponte, ma il Dio vicino. Il corpo del Figlio è il ponte delle nostre anime. Poiché lui è disceso nelle profondità della terra (Ef 4,9), Dio non è più solo un Dio che sta in alto, ma ci circonda e ci abbraccia dall’alto, dal basso e dal profondo di noi stessi» (J. Ratzinger, Il Dio vicino).

Nell’eucaristia si realizza tutto ciò: è anticipazione del Cielo, in essa pregustiamo la vita eterna ed è questa la nostra forza, caro don Ubaldo.

 

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