L’Avvento nelle parole di Gesù

di: Matteo Ferrari

Ogni anno la liturgia della Chiesa ci propone un tempo nel quale la parola chiave è “venuta”: l’Avvento. In questo tempo dell’anno liturgico sentiamo risuonare spesso l’invocazione «Vieni, Signore!», parliamo di una venuta passata, presente e futura del Signore, celebriamo poi, nel tempo di Natale, la sua venuta nella carne e nella storia dell’umanità.

Ma quale significato ha la venuta del Signore? Ci potrebbero essere molte prospettive per rispondere a questa domanda. Tuttavia, ce n’è una alla quale pensiamo forse più raramente. Quella di lasciarci dire da Gesù stesso il senso della sua venuta.

Nella Lettera a Tito, nel brano che leggiamo nella notte di Natale (Tt 2,11-13), l’autore afferma che «la grazia di Dio» si è manifestata «per insegnarci a vivere in questo mondo con sobrietà, giustizia e con pietà», riassumendo in modo molto efficace il senso della venuta nella storia e nella carne umana del Figlio di Dio.

Gesù è venuto per insegnarci a vivere una vita umana piena, per far risplendere ai nostri occhi il sogno di Dio sulla nostra esistenza e su quella dell’intera umanità.

Tuttavia, nei Vangeli spesso è Gesù stesso a dirci perché egli è venuto, qual è il senso della sua missione di “narratore” del volto di Dio (cf. Gv 1,18).

Proviamo, quindi, a ripercorrere il Vangelo di Matteo per lasciarci dire da Gesù stesso il perché del suo Avvento e della sua incarnazione. Tutti i Vangeli presentano delle affermazioni in cui Gesù parla della sua venuta. Tuttavia, il Primo Vangelo ci permette di elencare tre tratti principali dalla venuta di Gesù che possono essere particolarmente significativi.

Nel Vangelo di Matteo, infatti, possiamo individuare tre ambiti in riferimento ai quali Gesù afferma il significato della sua venuta: il rapporto con la parola di Dio; la relazione con i peccatori e con l’umanità intera; il rapporto con le logiche del mondo e con la contrapposizione che l’annuncio della vicinanza del regno di Dio può suscitare.

Sono venuto per confermare

Innanzitutto – ed è un tratto fondamentale del Primo Vangelo – Gesù afferma di non essere venuto ad abolire/distruggere la Torah/Legge e i Profeti, ma a portarli a compimento e a confermarli (Mt 5,17). Per Torah/Legge e Profeti possiamo intendere la parola di Dio, attraverso la quale egli comunica la sua volontà. Si tratta indubbiamente della Scrittura nelle due prime parti del canone ebraico, la Legge e i Profeti. Innanzitutto, Gesù è venuto quindi in rapporto a Dio e alla sua volontà, che si comunica agli uomini e alle donne attraverso le Scritture.

C’è un legame profondo tra questa affermazione e il concetto di giustizia presente nel Vangelo di Matteo. La giustizia, infatti, non è principalmente di carattere giuridico o sociale, ma consiste nel fare la volontà di Dio. Gesù stesso interpreta il suo ministero come «compimento della giustizia», nel suo dialogo con Giovanni Battista al momento del battesimo nel Giordano (Mt 3,15). Non a caso troviamo qui il medesimo verbo pleroo (compiere) che si trova in Mt 5,17 a proposito della Torah e dei Profeti.

Si tratta di un primo dato fondamentale. Gesù è venuto all’interno di una storia di salvezza, nella storia di un popolo, nella quale Dio cerca di comunicare se stesso a Israele e all’umanità intera. Il Dio della Bibbia, delle Scritture ebraiche, è colui che è «il Dio con noi», fin dall’inizio e che in Gesù porta alle estreme conseguenze questa sua volontà di comunicazione e di donazione.

Gesù, quindi, innanzitutto è venuto per manifestare, per rivelare, questo volto di Dio. Il Vangelo di Matteo si apre e si chiude proprio con l’espressione «con noi/voi» (Mt 1,23; 28,20). Tutto il Primo Vangelo vuole annunciare che in Gesù si manifesta, in continuità e conformità con le Scritture, il volto di Dio «come Dio con noi». Egli è l’Emmanuele (Mt 1,23).

Questa affermazione centrale, che risuona più volte nella liturgia dell’Avvento e del Natale, non è un dato che riguarda unicamente i racconti dell’infanzia, come a volte si potrebbe ritenere. È invece un tratto che caratterizza tutto il ministero di Gesù, del quale diviene come una chiave interpretativa irrinunciabile. È un altro modo di affermare quanto annuncia Giovanni nel prologo del suo Vangelo attraverso l’espressione «il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14).

Sono venuto per dare la vita

Una seconda motivazione che Gesù dà alla sua venuta e alla sua missione, riguarda i peccatori e, in generale, l’intera umanità. Innanzitutto, in riferimento ai peccatori egli afferma: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13). Siamo nel contesto della chiamata di Matteo il pubblicano e della comunione di mensa con i peccatori, che i farisei contestano, come comportamento inadeguato per un credente osservante della Torah.

Il tema, quindi, non sembra discostarsi dall’osservanza/compimento della Legge, di cui abbiamo parlato sopra. Si potrebbe quasi dire che qui ci troviamo davanti ad una conseguenza dell’affermazione generale che abbiamo visto a riguardo dell’osservanza della Torah e dei profeti e non al loro annullamento.

È un esempio concreto per spiegare che cosa significa che Gesù non è venuto ad abolire la Legge e i Profeti. Infatti, Gesù introduce le sue parole di risposta alle critiche dei farisei – gli uomini religiosi dell’epoca, ma rivolgendosi ai credenti di ogni tempo – con una citazione del profeta Osea (Os 6,6): «Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici».

Se, per giustizia, intendiamo – come abbiamo affermato in precedenza – adesione alla volontà di Dio e alla sua Parola, Gesù è venuto per coloro che non aderiscono a Dio, cioè i peccatori, i lontani. Attraverso di lui i peccatori, tutti i lontani, possono trovare una strada per ritornare a Dio e alla comunione con lui. In Gesù si rivela il volto di un Dio di misericordia che vuole essere non solo «con i giusti», ma anche «con i peccatori»; che non può sopportare nessuna lontananza da lui. Il Dio di Gesù non è solo «il Dio con noi», ma egli è il Dio che «vuole essere con tutti».

Nella medesima prospettiva troviamo in Mt 20,28 (con il parallelo di Mc 10,45) un’affermazione più ampia che riguarda, in generale, il rapporto di Gesù nei confronti dell’umanità intera, alla quale egli è inviato: «Il Figlio dell’uomo, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il contesto di queste parole è un insegnamento di Gesù ai suoi discepoli sulla sequela. Gesù è venuto per servire e per riscattare, attraverso la sua vita, la vita di ogni uomo e di ogni donna. Egli è venuto a «riscattare la vita», da ogni disumanizzazione; a far risplendere la vita umana nella sua integrità così come Dio l’ha sognata.

Questo “riscatto” della vita Gesù lo realizza attraverso il dono di sé. È nella vita vissuta come dono che la vita umana si riscatta. Gesù lo ha già affermato in un altro passo del Vangelo di Matteo che, in qualche modo, costituisce il centro del suo annuncio: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). La vita umana viene “riscattata” dal dono, viene invece distrutta quando la si vive per se stessi.

Il contesto di questo detto aggiunge una sfumatura ulteriore. Questa non è solamente la missione di Gesù, ma è anche quella dei suoi discepoli e delle sue discepole. Gesù afferma che c’è un legame inscindibile tra la sua missione e la vita di coloro che si sono messi alla sua sequela. La missione della comunità dei discepoli di Gesù è il prolungamento di quella del loro maestro.

L’avvento/venuta di Gesù tocca la vita di coloro che hanno accolto la sua parola, tanto che in lui e sul suo volto essi dovrebbero riconoscere la verità di loro stessi e della loro missione nel mondo. Anch’essi sono chiamati a “riscattare” la vita, vivendo come il loro maestro, nella logica del dono e del servizio.

Sono venuto a portare la spada

Infine, nel Vangelo di Matteo troviamo un’altra affermazione di Gesù a riguardo della sua venuta. Forse è quella che ci lascia più sgomenti e alla quale meno siamo abituati a pensare. Gesù afferma di non essere venuto a portare la pace, ma la spada: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-36).

Nel Natale noi cantiamo Gesù come principe di pace. Tuttavia, egli qui afferma di portare spada e divisione, perfino nell’ambito che noi sogniamo maggiormente segnato dall’armonia e dalla concordia, come quello delle relazioni familiari. Forse qui Matteo ha sotto gli occhi la situazione concreta della sua comunità, nella quale l’adesione al Vangelo da parte di alcuni aveva provocato profonde lacerazioni anche all’interno delle famiglie stesse.

Se possiamo pensare ad una situazione concreta della comunità del tempo di Matteo, tuttavia questo è un dato che riguarda la missione di Gesù in generale: egli è venuto a provocare un discernimento, una divisione, tra coloro che accolgono il suo messaggio e coloro che lo rifiutano. Accogliere la logica del Vangelo significa andare incontro a rifiuto e contrapposizione. In questo senso Gesù è venuto a portare divisione. Davanti a lui non si può rimanere nel compromesso tra logiche di vita e logiche di morte; tra il vivere per se stessi e il vivere per gli altri.

La divisione di cui si parla non riguarda tanto un’adesione istituzionale e formale ad un gruppo umano, ma la necessità di prendere posizione davanti al male e all’ingiustizia, a tutte quelle logiche che appartengono alla durezza del cuore umano e che si contrappongono a Dio e alla sua volontà di vita.

«Sei tu colui che deve venire?»

Al termine di questo breve percorso, che ci ha condotto a lasciarci dire da Gesù stesso il senso della sua missione e della sua venuta, anche noi potremmo fare nostra la domanda di Giovanni Battista: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,2-16).

I tratti del senso della sua venuta, che Gesù delinea con le sue parole nel Vangelo di Matteo, ci possono condurre, nel tempo di Avvento e di Natale che ci sta davanti, a dare una risposta a questa domanda per la nostra vita di credenti.

Contemplare il mistero della venuta del Figlio dell’uomo, allargando lo sguardo all’intero Vangelo e non fermandoci unicamente ai racconti dell’infanzia, che ascolteremo proclamati nella liturgia dell’Avvento e del Natale, può dare all’attesa un volto maggiormente legato alla nostra concreta esistenza e alle esigenze della sequela del Signore. Anzi, rileggere gli stessi racconti dell’infanzia alla luce delle affermazioni di Gesù riguardo al senso della sua venuta, può gettare una nuova luce su questi testi così ricchi e profondi, già illuminati dal mistero pasquale di passione, morte e risurrezione.

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