Il più bel coro? L’assemblea che canta

di: Renato Borrelli

I nostalgici del passato non hanno tutti i torti se rimpiangono il vecchio rito. Dove sta però il problema? Non certo nel Messale di Paolo VI o nell’Ordinamento del nuovo rito, quasi bisognasse por mano alla riforma della riforma, bensì negli operatori.

Karl Rahner già nei primi anni dopo il Concilio diceva: «Si ha sovente l’impressione che la liberalizzazione della liturgia, testé sanzionata ufficialmente con l’idea di farla servire ad una rivitalizzazione e a un suo intrinseco rinnovamento, venga sin da adesso sfruttata ai fini d’una dissacrazione spinta sino ai limiti del suicidio della liturgia stessa, e alla formazione d’una liturgia che dà origine soltanto ad un tratto inter-umano, destinato a durare solo al momento in cui si sarà compresa la superficialità di una tale superfetazione aggiuntiva… Si rilevano proliferazioni aberranti, arbitri incontrollati, brame abusive e dispotiche d’innovazione, che sono davvero pericolosi e vanno coraggiosamente seppur amorevolmente rintuzzati».

Certo, l’ingresso in chiesa la domenica delle Palme in groppa ad un asinello nel tripudio generale, coreografie durante la messa di prima comunione sul canto Gesù che sta passando con tanto di applausi, performances canore di celebranti entusiasti durante la celebrazione del matrimonio, sono un piccolo campionario di “proliferazioni aberranti” di ultima generazione. «L’inflazione del rito, della musica, della danza, dello sviluppo simbolico mettono la religione nel rischio di bastare a sé stessa e di perdere la sua funzionalità in ordine alla fede e all’esperienza» (Leonardo Boff ).

Von Balthasar precisa: «Ciò significa che anche il criterio della vivacità di un servizio divino resta sempre dubbio; resta sempre dubbio di fatti se ha come effetto la vivace apertura e la conversione dei cuori o l’autogodimento della propria vivacità o la riduzione della celebrazione ad una riunione di persone che si lasciano portare dalle onde di un avvenimento puramente sociale rinunciando pienamente alla preghiera personale». E, aggiungo, un altro effetto: una sensazione soddisfatta di sé, ma di dubbia caratura, di essere tanto moderni e à la page.

Franz Joseph Haydn alla corte del principe Esterhazy disponeva di un’orchestra eccellente composta – si diceva – da generali nel campo musicale.

Nel campo liturgico tutti si reputano generali, da quei celebranti che si ritengono padroni della liturgia all’ultimo strimpellatore di chitarra o tastiera: generali che però hanno perso lungo la strada il solfeggio e finiscono col cadere nel ridicolo, dando spettacolo di cattivo gusto.

Mozart compose Ein Musikalicher Spaß, una parodia musicale in cui la musica e gli esecutori si rendono ridicoli per gli errori con cui eseguono il pezzo creato volutamente sbagliato nell’armonia, nel fraseggio e nella struttura. Il bel canto Eccomi di Frisina eseguito con chitarra e solista e con un tocco di leggiadro swing condito di portamenti vocali, è un’esecuzione degna di quella spassosa serenata di Mozart, non certo di una celebrazione liturgica.

La crepa nella nuova liturgia si è aperta e tale resta sul fronte del canto

Se Carlo Maria Giulini, richiesto di un parere sui canti di chiesa rispose: «Aspetto pazientemente che finiscano», più impietoso è il giudizi del compositore Nicola Campogrande che parla di «sciatteria della musica liturgica praticata oggi in Italia».

Si possono sentire certe invocazioni in canto allo Spirito Santo così deprimenti e sconsolanti che nulla hanno a che fare con la Sequenza medievale che conserva intatta la freschezza e favorisce l’empito del cuore che si rivolge fiducioso al Consolatore e al dolce Ospite dell’anima.

Che dire poi di certi strazianti Signore pietà e Agnello di Dio, quasi non fossero invece fiduciose invocazioni al Risorto! Bach, Mozart e Schubert nel comporre le messe avevano già capito tutto.

Si va da un eccesso all’altro: musiche da concertino, gridate, pronunciate male con le finali sguaiate e canti alquanto deprimenti o di una lungaggine esasperante, specie quando si ripete in maniera esasperante una frase o una parola, al punto che si è tentati di dire: basta, abbiamo capito! Che dire poi di canti ad effetto, nei quali si interrompe l’accompagnamento per lasciare spazio alle sole voci, con un effetto quasi intimidatorio! Mi è capitato di ascoltare un Santo eseguito in modo teatrale e penso arbitrario, che insiste su Sabaoth, quasi fosse una parola chiave e magica: dopo un colpo di timpano: YHWH Sabaoth! Al riguardo, il mio vescovo mi ha detto che un suo amico ebreo era impallidito nel sentire nominare il nome di Dio in quel modo.

È chiaro che uno stia a disagio, perché era venuto a messa per ascoltare la Parola possibilmente letta in maniera comprensibile e corretta, canti che elevassero il cuore e la mente a Dio e, soprattutto, momenti di silenzio, tanto raccomandati e indicati dalle rubriche.

Il canto stesso porta con sé un misterioso silenzio quando concorda col cuore, perché le parole e la musica coinvolgono tutta la persona. Anselm Grün nel suo libro Ascolta e la tua anima vivrà, citando i Padri, dice che «la musica ci porta in contatto con la melodia nascosta nella profondità della nostra anima che apre il nostro cuore a Dio… Il moto della musica ci trasporta nel punto più intimo, che è immobile, nel punto del silenzio, nella stanza del silenzio dove Dio dimora dentro di noi… È con il canto di gioia che arriviamo al mistero più intimo di Dio, alla dimora segreta di Dio nel nostro cuore».

Non so fino a che punto ciò possa avvenire in certe liturgie in cui alcuni sono affaccendati a eseguire canti e a creare atmosfere all’insegna della superficialità e del frastuono, nell’illusorio tentativo di attirare gente, che semmai ci sta pure, visto il decadente gusto musicale che c’è in giro e una certa superficialità da social network.

C’è però chi ha gusto musicale e sa apprezzare il silenzio.

L’immancabile tastiera con ritmo da batteria che vorrebbe dare un tono di modernità e spigliatezza, nel canto in chiesa invece ha un effetto frenante: è come se il canto avesse una postura sbagliata.

Certi canti di chiesa si riconoscono subito: voci piccole e gutturali, andamento sdolcinato, soliste dalla voce stridula, solisti con improbabile voce stentorea tenorile, pronuncia di gruppi consonantici in una certa maniera, tra il dolciastro e il nasale.

Dopo questa breve carrellata, resta da dire, ad onor del vero, che il panorama non è così negativo. Un po’ dappertutto fioriscono corali guidate da esperti musicisti e accompagnate da altrettanto valenti organisti. Molti di loro hanno frequentato i corsi di perfezionamento liturgico o provengono da conservatori con indirizzo liturgico.

Ci sono gruppi o corali che eseguono i canti tenendo presenti le regole del fraseggio e della giusta pronuncia, e sanno che la musica polifonica rinascimentale aveva ben altra scioltezza: sanno quindi evitare sillabazioni lente ed esasperanti che producono anche un’errata pronuncia.

Il Repertorio Nazionale è una miniera a cui attingere per ridare dignità al canto liturgico: presenta 384 canti per tempi liturgici e celebrazioni particolari. Con esso è stato innalzato un muro portante che può certo prevedere pareti divisorie di diverso spessore, giusto per poter attingere anche da altri repertori.

Certo, i nostalgici ricordano e rimpiangono le composizioni di Perosi, Refice, Antonelli, Picchi, Vittadini, Caudana, Tosi, Migliavacca.

Però anche oggi c’è una bella schiera di compositori di canti all’unisono o polifonici.

Se le esecuzioni a volte lasciano a desiderare (e ciò dipende anche dal fatto che la fonte didattica spesso è Youtube, che fa dilagare dappertutto le storpiature se chi lo usa non vi sa discernere l’esecuzione più corretta fra le tante presenti), non è detto che nel passato tutto fosse impeccabile. «In realtà, nella grandissima parte delle piccole e piccolissime parrocchie non si sentiva altro che qualche pezzo massacrato della Messa degli angeli. E in quelle grandi le corali toglievano voce all’assemblea. Che poi chiamare assemblea i fedeli prima della riforma è grasso che cola» (Tonino Lasconi).

Se certi canti difettano di contenuto, di grammatica o di sintassi, mica possiamo riesumare certi canti popolari anacronistici nei contenuti e nella forma.

Si possono sì rimpiangere le belle messe di Perosi (il bel ritmo andante della Te Deum Laudamus!), di Refice, di Vittadini (Missa Jucunda!), di Tosi: resta però il fatto che la migliore Schola cantorum è l’assemblea tutta che canta all’unisono. «La vera gioia cristiana può essere espressa da come una comunità canta all’unisono, da come un prete pronuncia le preghiere del canone e le orazioni» (Von Balthasar).

Lasconi giustamente fa notare: «Adesso, con tutti i limiti, le storpiature, le scelte di canti non felici…, anche nelle piccole parrocchie, grazie a qualche giovane volenteroso con la chitarra o con la tastiera si “prega-cantando” molto di più. E, se chi presiede ha un po’ di testa e di passione, suggerendo, correggendo, incoraggiando, anche questi “raccapezzati” possono salire di livello».

Volendo concludere, riparto dall’inizio. La competenza liturgica deve riguardare tutti gli operatori: organisti, compositori, cantori, lettori, ministranti.

Il celebrante ha il compito di presiedere l’assemblea e deve quindi avere una competenza particolare in modo che la bellezza del nuovo rito erompa in tutta la sua bellezza e semplicità e faciliti il contatto interiore col mistero di quelli che vorrebbero tornare al passato non per chiusure mentali conservatrici, bensì per il desiderio inappagato di veder risplendere la bellezza nella liturgia.

Paragoniamo il Messale e il nuovo Ordinamento ad una partitura di una sinfonia: se il direttore d’orchestra è carente dal punto di vista tecnico e dell’arte dell’interpretazione, il risultato sarà un’esecuzione mediocre o infedele alla lettera e allo spirito del compositore. Se poi gli orchestrali sono carenti nel solfeggio o nella tecnica, il risultato sarà una esecuzione pessima, disgustosa non certo per colpa della musica scritta, ma del modo di eseguirla.

Il celebrante apprenderà l’ars celebrandi studiando la partitura (il Messale che, oltre alle rubriche, contiene i Principi e norme per l’uso del Messale Romano e, aggiornato nel 2004, l’Ordinamento generale del Messale Romano), in modo da avere una competenza sufficiente, anche se è carente di talento.

I grandi direttori o pianisti non si limitano a studiare lo spartito con un’accurata analisi musicale, ma approfondiscono la figura del compositore leggendone la biografia, la corrispondenza ed eventuali suoi scritti di carattere musicale, cercando di allargare l’orizzonte al contesto storico e culturale del compositore.

Allo stesso modo il celebrante non si potrà limitare al solo spartito (Messale e Ordinamento), bensì riserverà momenti di studio sulla liturgia, sullo spirito della liturgia e sul carattere performativo ed educativo dei riti.

Ad ogni liturgia domenicale va riservato un tempo sufficiente per l’approfondimento della Parola, per l’attualizzazione e la regia liturgica. Ci sono riviste di alto livello che uniscono esegesi e gusto liturgico, regia della celebrazione e, a volte, indicazioni sui canti più appropriati.

Chi presiede, insieme ai collaboratori, cercherà, a partire dalla Parola e dai testi eucologici, di cucire addosso alla liturgia del giorno l’abito adatto, così che il tutto risulti ben armonizzato, a partire dai canti.

Allora la celebrazione liturgica risulterà ben calibrata e favorirà la partecipazione interiore, la cosiddetta actuosa participatio.

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Un commento

  1. Vito 23 settembre 2019

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