Ma è davvero un Messale “nuovo”?

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nuovo messale

Con l’Avvento 2020 la Chiesa italiana ha inaugurato l’uso della nuova edizione del Messale romano. L’attenzione dei media cade inevitabilmente sulla traduzione del Padre nostro, che in realtà esiste dal 2008 nella nuova edizione della Bibbia CEI, si focalizza su una frase cambiata all’inizio del Gloria, sull’aggiunta di “sorelle” a “fratelli” nel “Confesso” e su poco altro. A pensarci bene, non si tratta di quella grande rivoluzione che, dopo diciannove anni di lavoro, ci si sarebbe aspettati.

Non scrivo come liturgista; non lo sono affatto né pretendo di esserlo; sono piuttosto docente di sacra Scrittura ormai da trent’anni, ma scrivo qui anche come parroco e, in quanto tale, non riesco ad unirmi ai commenti comprensibilmente entusiastici che varie autorità ecclesiastiche stanno rilasciando in questi giorni. Non intendo offrire una riflessione sistematica, ma solo qualche impressione nata da una prima lettura del nuovo Messale.

Un Messale nato… già maggiorenne!

A ben vedere, questa nuova edizione del Messale non contiene cambiamenti epocali, al di là di tante (ma non troppe) modifiche che in buona parte sono certamente positive; in realtà non si vede in questo Messale un vero e proprio progetto di fondo. La ragione è facile da capire e gli stessi estensori di questa nuova edizione del Messale ben la conoscono. Dal 2002 sino al 2017 il lavoro relativo a questo Messale è stato bloccato dal documento del 2001 Liturgiam authenticam che, a suo tempo, creò anche notevoli problemi alla revisione della Bibbia CEI 2008.

Non esito a definire Liturgiam authenticam un documento improvvido, il cui limite più evidente è stato certamente la pretesa di esigere una traduzione letterale dei testi liturgici dal latino e, per quanto riguarda la Bibbia, un costante riferimento alla Neovolgata.

Liturgiam authenticam è un documento che ignora i principi più elementari del tradurre e, per quanto riguarda le traduzioni liturgiche, ignora soprattutto il fatto che ogni lingua – e conseguentemente ogni cultura – è produttrice di nuovi testi e che la tradizione della chiesa non si protegge attraverso la difesa di un letteralismo legato a una lingua ormai morta.

Liturgiam authenticam non comprende affatto che la liturgia non è statica, ma dinamica per sua stessa natura e che ogni lingua e cultura produce e deve produrre testi propri; ragione in più per non porre la barriera del latino. Un documento che è frutto di quella stagione dalla quale non siamo del tutto usciti e nella quale sembrava si dovesse chiedere scusa ogni volta che si citava il Vaticano II o non lo si citava secondo la vulgata papale (o episcopale) di turno.

L’impasse provocata da Liturgiam authenticam è stata superata solo dal documento voluto da papa Francesco nel settembre 2017, Magnum principium, che ha consentito di fatto di completare il lavoro e, detto in termini più grossolani e certamente poco generosi, ha consentito di salvare il salvabile.

Mi rendo ben conto che, dopo tanti anni di lavoro, non si poteva certo lasciar cadere tutto, perdendo anche ciò che di buono era stato fatto. Ma c’è anche da chiedersi se, a questo punto, non si doveva trovare il coraggio di rimettere tutto in discussione, proprio alla luce del nuovo documento pontificio che ha permesso di superare tante resistenze.

Osservo di passaggio che per la revisione della Bibbia CEI era avvenuto l’esatto contrario: un lavoro di revisione sostanzialmente ben fatto, ormai concluso e consegnato dalla commissione dei traduttori ai vescovi prima del 2001, era stato bloccato e poi di nuovo rivisto tra il 2001 e il 2008, proprio a causa di Liturgiam authenticam.

All’epoca facevo parte della commissione per la revisione della traduzione della Bibbia CEI del 1971 e ho vissuto questi eventi dall’interno, fino appunto a Liturgiam authenticam. Il risultato è stato, in estrema sintesi, quello di una buona occasione sostanzialmente persa; una revisione certo con molti pregi, ma che avrebbe potuto essere notevolmente migliore, senza le pastoie vaticane (ma talora anche episcopali).

Un Messale nuovo in tempo di pandemia

Si dirà che questa è la Chiesa reale, con i suoi pregi e con i suoi difetti, una Chiesa spesso ahimé gattopardesca – cambiare qualcosa per non cambiare nulla –, da amare per quello che è; in ogni caso, bisogna essere soddisfatti di ciò che papa Francesco ha permesso di fare, soprattutto con Magnum principium. Anche se vi saranno sempre altri cattolici che, per ragioni esattamente opposte alle mie, saranno assolutamente scontenti e che se la prenderanno proprio con Francesco accusandolo di aver tradito la “Tradizione” [quella “tridentina” in questo caso].

Ma la vera ragione del mio mancato entusiasmo è piuttosto un’altra. Negli ultimi giorni di novembre (il 24/11) il consiglio permanente della CEI ha offerto un bel messaggio alla Chiesa italiana «in tempo di pandemia» nel quale, grazie a Dio, non si nomina neppure la nuova edizione del Messale, ma si richiama piuttosto, tra altre cose significative, la necessità di recuperare la dimensione domestica della preghiera.

Questi mesi di pandemia, come in un’altra occasione ho avuto modo di notare, sempre su questo sito dei “Viandanti”, ha rappresentato un tempo di crisi, soprattutto per la Chiesa e in modo particolare, in relazione a ciò di cui sto scrivendo, per la Chiesa cattolica in Italia. Le nostre chiese, almeno in Italia, sono ormai semivuote e non solo perché le persone hanno paura del contagio o perché le nostre celebrazioni sono così fredde e distanziate o perché le norme anticontagio ci consentono ingressi a numero limitato.

Vi sono ragioni ben più profonde. Il virus ha messo in luce l’incapacità della nostra Chiesa di dare, nel suo complesso, risposte profonde alla crisi che stiamo attraversando. Il modello di una Chiesa la cui attività è stata per lungo tempo quella di dispensare i sacramenti, di presentarsi come un’agenzia del sacro e come una produttrice di attività gestite essenzialmente dal clero o da fedeli ampiamente clericalizzati, è entrato radicalmente e forse definitivamente in crisi.

A parte papa Francesco, ad esempio nella Fratelli tutti, sono piuttosto rari gli interventi ecclesiali significativi che ci aiutano a riflettere su questa realtà di crisi legata alla pandemia. Con l’aggravante che le poche voci che sembrano far breccia tra molti fedeli cattolici sembrano affidate piuttosto alle farneticazioni di Radio Maria, senza che di questo nessun vescovo sembri scandalizzarsi più di tanto.

In questo contesto, non c’è motivo di rallegrarci se vi sono appunto alcuni vescovi, preti e qualche laico non di rado più clericale di loro che si illudono che l’uscita del nuovo Messale possa costituire in quanto tale un punto di partenza sicuro per rinnovare le liturgie delle nostre assemblee ormai stanche e svuotate. Rischiamo seriamente, quando la pandemia sarà passata, di risvegliarci all’improvviso come da un brutto sogno e di scoprire che le nostre chiese sono ancora più vuote di prima.

Forse era questo il tempo di puntare sulla riscoperta della dimensione domestica e familiare della preghiera e, per quanto riguarda l’Eucarestia, di puntare su una reale partecipazione attiva dei fedeli, non bloccata dall’insistere sulle norme di un Messale in ogni caso ancora legato agli schemi teologici dei Messali precedenti, vista anche la sua tormentata genesi.

Mi permetto un piccolo esempio di natura molto pratica: nell’ultima riunione dei preti del mio vicariato è venuta fuori l’affermazione, già del resto letta su canali ufficiali della CEI, che una delle novità positive del nuovo Messale è la possibilità di cantare il testo della Messa, in particolare il prefazio e la preghiera eucaristica, con melodie nuove, del resto evidenti anche graficamente nel testo del Messale di cui, detto per inciso, non mi dispiace del tutto l’impostazione grafica minimalista. Benissimo; ne siamo tutti contenti.

Ma siamo davvero convinti che sarà questo il genere di rinnovamento liturgico che riavvicinerà giovani, famiglie e bambini alle nostre celebrazioni? O ci troviamo di fronte, ancora una volta, a una tendenza estetizzante tipica di tanti liturgisti e di prelati che non tengono conto della realtà concreta della vita delle persone?

Un ulteriore esempio: è pur vero che nel rito Ambrosiano da secoli si usa il Kyrie eleison, che non è mai stato del tutto messo da parte neppure nel rito Romano; nel nuovo Messale lo si propone tuttavia come prima scelta per l’atto penitenziale; si pensi ora di farlo cantare a una assemblea di famiglie e di bambini! «Signore pietà» suona oggi tutt’a un tratto così male? È possibile. Ma in questo caso l’italiano poteva offrire formule diverse, anche bibliche, come «perdonaci, Signore». Rahner ci ricordava con fine ironia che la Chiesa cattolica del postconcilio, dopo aver smesso di parlare latino, ha iniziato con il greco…

Tra novità positive e progetti mancati

Non entro qui in dettagli che ci porterebbero lontano e per molti aspetti fuori strada; nella nuova edizione del Messale romano ci sono senza dubbio cambiamenti positivi, come ho già detto, pur senza che si veda un progetto globale, ma si tratta di una mano di vernice nuova data su un telaio purtroppo ancora vecchio.

Nonostante ciò, alcuni di tali cambiamenti hanno già fatto gridare allo scandalo manipoli di agguerriti tradizionalisti, come ad esempio l’aggiunta di “sorelle” accanto a “fratelli”, cosa che peraltro tanti di noi preti già facevamo, nella libertà dei figli di Dio, anche senza aspettare il Messale nuovo.

Mi chiedo tuttavia, a proposito di linguaggio inclusivo, come mai non si preveda anche che una donna non possa dire “Signore non sono degna”, come le mie “vecchine” – detto in modo affettuoso e senza alcuna intenzione di offendere – fanno da anni, senza bisogno di nuove traduzioni.

Come mai, inoltre, visto che ho ricordato i “fratelli”, è scomparso “fratello” a proposito di Gesù nella V preghiera eucaristica C; Gesù “fratello” è in realtà un tema biblico: la lettera agli Ebrei ricorda che Cristo non si vergogna di chiamarci “fratelli”: cf. Eb 2,11.

La «rugiada dello Spirito» presente nella Seconda preghiera eucaristica sarà poi senz’altro una bella immagine poetica, ma di sicuro non si trova come tale nelle Scritture e farla passare come “biblica” è dichiarare il falso; biblica è certamente la “rugiada”, ma non quella dello Spirito.

Un esempio forse meno evidente, ma a mio parere non marginale e per certi aspetti teologicamente preoccupante: la preghiera universale o preghiera dei fedeli è affidata – dicono le norme del Messale – prima di tutto al diacono, poi a un lettore, poi a un fedele idoneo; l’assemblea partecipa con un’acclamazione o con il silenzio. L’idea che le singole intenzioni possano nascere dalla stessa assemblea, preferibilmente in modo spontaneo e almeno in parte legate alla vita della comunità, non sfiora gli estensori del Messale. Che anzi offrono insieme al Messale stesso un secondo volume (Orazionale) interamente dedicato alle intenzioni preconfezionate della preghiera universale. Sono sicuro che tale volume verrà ampiamente usato, tarpando così ulteriormente le ali a qualunque forma di partecipazione attiva a questo riguardo (anche se non sarà peggio dei terribili foglietti liturgici in uso in tantissime parrocchie italiane).

Confesso un mio peccato: ho già fatto sparire quel volume, fresco di stampa, perché non nascano tentazioni in parrocchia; in questo tempo di pandemia, in queste celebrazioni statiche e con la chiesa semivuota, senza giovani e bambini, sto cercando di stimolare i miei pochi parrocchiani ancora rimasti a proporre intenzioni di preghiera sincere e autentiche per il mondo, per la Chiesa, per le persone che soffrono, per la nostra comunità, sia per i vivi che per i defunti, facendole a voce alta, dal proprio posto. Stimolando i fedeli ad essere loro stessi protagonisti della propria preghiera, al cuore dell’Eucarestia che celebriamo insieme.

Certo, la mia è una parrocchia piccola; in una parrocchia molto grande, con centinaia di persone che frequentano l’Eucarestia domenicale una preghiera realmente spontanea diviene problematica – e persino rischiosa (anche se le mie esperienze in America Latina mi spingerebbero a dire il contrario); ma che cosa vieta di affidare ogni volta ad alcuni fedeli la preparazione di intenzioni di preghiera legate alla realtà quotidiana e alla vita della comunità, senza dover attingere a testi preconfezionati?

Traduzione nuova, teologia vecchia?

In realtà, al di là dei dettagli e di soluzioni a volte anche interessanti, la nuova edizione del Messale rivela nel suo complesso il permanere all’interno del quadro di una teologia ancora vecchia. Questo è evidente in particolare nel campo dell’ecclesiologia; qui il problema degli estensori del Messale era il doversi confrontare con la Editio typica latina, il che ci dice che la questione è in realtà ancora più profonda.

Un esempio ci viene dalle preghiere eucaristiche: nella Seconda preghiera eucaristica, ad esempio, l’espressione «e tutto l’ordine sacerdotale» diviene «i presbiteri e i diaconi»; giusto: ma sarebbe stato bello vedervi aggiungere la menzione del popolo di Dio, che viene qui del tutto dimenticato. Il popolo di Dio è citato invece nella Terza preghiera eucaristica, ma qui il «collegio episcopale» è divenuto (seguendo il latino) l’«ordine episcopale», quasi come se quello episcopale fosse un sacramento a se stante distinto da quello dei presbiteri e dei diaconi.

Nella formula della consacrazione è stato felicemente evitato lo scoglio del «pro multis» caldeggiato a suo tempo da Benedetto XVI, ma non si è avuto il coraggio o semplicemente l’accortezza di togliere «in sacrificio» dalle parole sul pane, un termine peraltro neppure presente nel testo latino e in ogni caso assente dai quattro testi eucaristici neotestamentari. Per non dire che «offerto in sacrificio per voi» avrebbe dovuto essere tradotto, se davvero fosse stato seguito il latino («qui pro vobis tradetur»), con «che sarà offerto / consegnato per voi».

Così avviene che, nella formula della consacrazione usata in Italia, facciamo dire qualcosa che Gesù non ha certamente mai detto, per non parlare dell’introduzione, in questo contesto centrale della celebrazione eucaristica, dell’idea teologica di “sacrificio” che, come tale, è assente dai testi eucaristici di Matteo, Marco, Luca e 1Corinzi. Sono esempi di come, da un lato, si è voluto seguire il latino, dall’altro, non lo si è fatto proprio quando sarebbe stato più opportuno farlo.

Sui media, come ho già detto, si fa poi passare per novità la “nuova” traduzione del Padre nostro (in realtà del 2008), in particolare la formula «non abbandonarci alla tentazione», per giustificare la quale si è tirato spesso in ballo lo stesso papa Francesco.

Chi scrive è stato otto anni presidente della Associazione biblica italiana e in questa veste mi sono preoccupato di intervenire a suo tempo perché questa traduzione fosse modificata, dato che non corrisponde al testo evangelico, anzi, ne costituisce sotto molti punti di vista una sorta di travisamento, lasciando addirittura pensare che Dio possa persino abbandonarci. Non entro qui in spiegazioni esegetiche che ci condurrebbero troppo lontano e che altri hanno già offerto.

Il prof. Pietro Bovati sj, segretario della Pontificia commissione biblica, ha pubblicato al riguardo un profondo articolo su Civiltà Cattolica per difendere una diversa, possibile traduzione (cf. Civiltà Cattolica, quaderno 4023; I-2018; 215-227), ovvero quella che per lui è la miglior traduzione possibile: «non introdurci nella prova».

Bovati propone addirittura una traduzione più libera, secondo le equivalenze dinamiche: «non metterci alla prova»; questa è anche la traduzione offerta dalla Nuova Bibbia della Riforma, da poco pubblicata, che avrebbe anche il vantaggio di essere una traduzione ecumenica. Più letteralmente si potrebbe anche tradurre: «non farci entrare nella tentazione», come proponemmo con molti biblisti italiani.

Questo è un esempio che mi tocca direttamente come biblista e che rivela come una delle tanto conclamate novità della nuova traduzione usata dal Messale non sia affatto conforme al testo evangelico. E tuttavia, «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare…», per dirla con Dante. È raro che nella nostra Chiesa si torni indietro su decisioni prese, anche quando ci si rende conto che sono quantomeno inopportune, se non addirittura errate.

Libro del prete o punto di partenza per una liturgia davvero partecipata?

La situazione di pandemia che stiamo vivendo ha creato adesso condizioni che non sono certo dispiaciute a molti difensori della tradizione preconciliare e del vecchio rito tridentino: niente scambio della pace, niente movimenti in Chiesa, niente possibilità di comunione sotto le due specie, niente gesti strani al Padre nostro

A questo riguardo, il Messale prevede che vengano esclusi gesti non consoni con l’orientamento della preghiera al Padre, ma che si possono tenere le braccia allargate. Io non sono di per sé un entusiasta del tenersi per mano; eppure anni fa nella mia parrocchia, spiegando ai bambini la paternità di Dio, i bambini hanno iniziato a tenersi per mano al Padre nostro; se Dio è nostro Padre, noi siamo tutti fratelli (e sorelle, ovviamente).

In pochi mesi questo gesto si è esteso a tutta la mia comunità, anche ai parrocchiani più riottosi; non ho visto alcun motivo serio per ostacolarlo e, pandemia a parte che ora ce lo proibisce, non vedo ragioni per non doverlo continuare a fare.

Lo stesso dicasi del segno della pace (ora più biblicamente del “dono” della pace, anche se in verità solo Dio può realmente donare la pace, noi possiamo solo costruirla, trasmetterla); dovrò forse dire ai miei bambini, se ci saranno ancora, di non girare più per la chiesa a scambiare la pace un po’ con tutti, perché le norme liturgiche prevedono di farlo sobriamente solo con il vicino? Ma non è il popolo di Dio che deve adattarsi a una gestualità codificata da un libro e spesso estranea alla vita delle persone; è piuttosto la liturgia che deve prendere i suoi gesti da quelli che il popolo di Dio già vive e sente come suoi; del resto è così che ha fatto Gesù.

Quando la pandemia – lo speriamo – sarà passata, c’è il rischio che la nuova edizione del Messale divenga un ulteriore freno alla vita della Chiesa, se esso viene adesso presentato come un manuale da osservare puntigliosamente, come già si legge in un recente articolo di Avvenire: «No alle Messe fai da te» (Avvenire del 21 novembre 2020).

Il Messale non è tuttavia un dogma di fede né tantomeno un libro di scuola; è, o dovrebbe essere, un punto di partenza per un cammino di fede e di comunità, in vista di una liturgia realmente partecipata e creativa. In questo caso, se dal papa venisse un nuovo documento sulla scia di Magnum principium, se allo stesso tempo dal popolo di Dio nascesse un rinnovato senso liturgico, il Messale non sarebbe più il libro del prete, come salvo eccezioni lo è ancora adesso, con il vescovo di turno che raccomanda ai suoi preti di studiarlo, come se fosse appunto un libro di scuola, e di spiegarlo ai parrocchiani, come se essi fossero tanti scolaretti da istruire.

Questo Messale già maggiorenne nel momento in cui esce, con i suoi indubbi pregi e nonostante i suoi ancora molti difetti, diventerebbe così uno strumento di grazia e di fede per una liturgia realmente viva, creativa, partecipata.

  • Don Luca Mazzinghi è docente presso la Pontificia Università Gregoriana. Questo suo intervento è apparso sul sito dell’Associazione “Viandanti”.
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11 Commenti

  1. Marco Ferri 2 gennaio 2021
  2. Giovanni Pross 31 dicembre 2020
  3. Giuliana Babini 29 dicembre 2020
  4. Giuliana Babini 29 dicembre 2020
  5. andrea 24 dicembre 2020
  6. Simone 24 dicembre 2020
  7. don Marco Bassani 23 dicembre 2020
  8. Antonio 23 dicembre 2020
  9. Simonetta 23 dicembre 2020
  10. Stefania Manganelli 23 dicembre 2020
  11. Mimmo Pietanza 23 dicembre 2020

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