Don Asdrubale e l’altare

di: Elide Siviero

Siviero rubrica settimanale

Don Asdrubale, sempre preoccupato di intrattenere i giovani, ogni domenica mette sotto l’altare un segno che richiami le letture del giorno; in Avvento e in Quaresima si scatena, per enfatizzare l’attesa o il cammino verso la Pasqua. Sabbia e brocche, rocce e rami verdi, drappi colorati. tramutando l’altare in una sorta di proscenio davanti al quale si rappresenta qualcosa. Certo, tutto è davvero variopinto e crea stupore. A Pasqua ha messo la tomba vuota; a Pentecoste voleva mettere un razzo, un fuoco d’artificio, ma temeva che fosse pericoloso. I giovani ogni domenica si chiedono cosa avrà inventato quel prete geniale per loro.

Don Ubaldo non interviene, è dubbioso, ma tutto sommato anche a lui piace questa creatività che rallegra un po’ la solita messa della domenica.

Le chiese non sono degli hangar dove noi collochiamo delle cose che servono, ma sono spazi sacri costruiti attorno a questi fari di luce, che sono l’altare, l’ambone e il battistero: l’edificio chiesa scende come una nube che li ricopre e li avvolge.

È importante quindi che riscopriamo il valore di questi luoghi per lasciarci istruire da ciò che vediamo quando entriamo in una chiesa.

Roccia e mensa

Possiamo definire l’altare cristiano “la roccia e la mensa”: esso è una roccia levigata, perché lì sopra si deve posare qualcosa. Roccia, come roccia è il Calvario. Mensa come è mensa quel tavolo su cui Gesù ha mangiato l’ultimo pasto con i suoi e queste due realtà si fondono insieme. Quella roccia-mensa è il luogo e il simbolo di ciò che lui, Cristo Signore, ha fatto offrendosi come agnello immolato sull’altare della croce e ciò che lui ha donato nel segno del pasto rituale, l’eucaristia, presenza reale del suo sacrificio e della sua gloria.

I due elementi della roccia e della mensa sono inseparabili e portano l’annuncio del sacrificio e della comunione: l’altare non è semplicemente una tavola da apparecchiare, perché questo toglierebbe il simbolo del sacrificio di Cristo.

Quando celebriamo l’eucaristia, attorno a quella mensa-altare, siamo nel cenacolo, ma siamo anche sul Calvario e incontriamo il Risorto. Non stiamo semplicemente ricordando, ma siamo lì, perché veniamo resi presenti dalla grazia di Dio a quell’unico evento di salvezza che supera lo spazio e il tempo e che ci è contemporaneo.

Evidentemente quel luogo è anche centro di lode, di rendimento di grazie, luogo cioè di elevazione della preghiera. Quindi tre sono gli elementi da evidenziare: lì è il Calvario, la roccia; lì è la mensa; lì la preghiera sale a Dio.

L’altare, luogo della fede

Durante la celebrazione liturgica l’altare diventa simbolo di Cristo che è altare, vittima e sacerdote. Per questo il sacerdote, all’inizio e alla fine della celebrazione, lo bacia: egli bacia Cristo, non un tavolo o un oggetto. L’altare splende di santità nel momento in cui si celebra la liturgia.

Il credente esprime la sua devozione davanti all’altare durante la liturgia compiendo un inchino. È importante non trasformare mai l’altare in una sorta di mensola su cui si può appoggiare di tutto: solo il Libro dei Vangeli e poi il pane e il vino hanno diritto di stare sull’altare. Anche se non si può evitare di mettervi il Messale, si abbia almeno la cura di non appoggiarvi altro e di mantenere un grande rispetto per questo luogo della fede.

Trasformare l’altare nello sfondo di nostre iniziative, vuol dire privarlo della sua alta valenza simbolica (ricordiamo che il simbolo liturgico evoca, contiene e comunica il mistero di Cristo).

Don Asdrubale con le sue iniziative oscura il simbolo per eccellenza del sacrifico e della comunione di Cristo.

Fuori dalla liturgia l’altare è sempre degno di rispetto, ma non ci si inchina davanti ad esso e non lo si venera, perché rimane un arredo liturgico, un oggetto materiale, non più un simbolo.

Caro don Asdrubale, a te che sei sacerdote, dedico queste preghiera tratta dal Rito siro-antiocheno e maronita, riportato da Crispino Valenziano nel suo libro L’Anello della Sposa. Quando il sacerdote bacia l’altare prima di uscire dal presbiterio, recita questo saluto: «Rimani nella pace, Altare santo del Signore. Io non so se mi sarà dato di ritornare a te, ma il Signore mi conceda di rivederti nell’assemblea dei primogeniti scritti nei cieli; poiché in questa Alleanza io ripongo la mia fiducia. Rimani nella pace, Altare santo e santificatore. Il Corpo e il Sangue che ho ricevuto da te mi ottengano la remissione dei peccati e la sicurezza davanti al tremendo tribunale del nostro Signore Dio, per sempre. Rimani nella pace, Altare santo di Dio, Mensa della Vita. Intercedi per me, affinché io non lasci di pensare a te, ora e nei secoli dei secoli. Amen».

Se fossi un sacerdote la imparerei a memoria, consapevole della grandezza del dono che mi è stato fatto.

Caro don Asdrubale, difendi l’altare dalla intemperanze dello show, educa i tuoi ragazzi a riconoscere in quel simbolo l’Amore stesso che si dona per noi.

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