Giovedì Santo: un Dio che si abbassa

di: Nico Guerini

L’ingresso nel Triduo Sacro, che inizia con la messa del Giovedì Santo, non sembra molto promettente. Ci riporta usanze lontane e, per i più, poco significative: si parla di un agnello da arrostire, che deve avere certe caratteristiche, di norme minute sul modo di mangiarlo, di sangue con cui marcare le porte delle case, quel sangue che per di più evoca un Dio che distrugge i primogeniti degli egiziani. Ce n’è abbastanza per avvertire un certo disagio – questo è quanto provo io, e non credo di essere il solo. È un rito, e tale lo definiscono le norme precise da ripetere di anno in anno. Cominciamo da qui.

I riti

I riti, peraltro diffusi e frequenti (pensiamo agli aspetti cerimoniali che accompagnano le partite di calcio o altri sport, ai concerti rock ecc.), non godono di buona fama, soprattutto se hanno a che fare con la religione. C’è, in questo caso, chi pensa che se ne può allegramente fare a meno, e c’è chi, all’opposto, concentra tutta la sua attenzione sull’osservanza esatta delle regole, sulle formule di preghiera, sui vestiti da indossare.

Ai primi va ricordato che il rito è legato a fatti reali dei quali è deputato a conservare la memoria che, senza la ripetizione, rischia di svanire; ai secondi che il rito è la crosta esterna, necessaria e ineliminabile, che deve servire a guidare mente e cuore verso il “significato” interiore e spirituale dei fatti che vengono ricordati, fino alle conseguenze pratiche di ciò che tale memoria comporta.

Queste tre tappe inscindibili di un itinerario che parte dall’esterno (il rito), va verso l’interno (l’evento/mistero evocato e ripresentato), per finire in gesti concreti che si “celebrano” nel quotidiano, sono perfettamente rappresentate nella liturgia del Giovedì Santo, che costituisce in certo senso il tipo “ideale” di eucaristia. La messa inizia sull’altare, ma nei suoi effetti “comincia” veramente da quando si esce sul sagrato!

Come riconciliarci col rito cogliendone il significato? A leggere bene la prima lettura (Es 12,1-8.12-14), ci si dovrebbe render conto che, al di là di norme minute e poco comprensibili per la nostra esperienza, ciò che conta e va messo al centro è la ragione che sta dietro a questi riti. L’enigma è sciolto proprio alla fine del brano: «è la Pasqua del Signore», è, cioè, la memoria del gesto con cui il Signore libera il suo popolo, che giaceva oppresso dal potere degli egiziani, anche se questo è costato lo sterminio di un popolo! Se ci mettiamo dalla parte degli oppressi (e penso sia necessario farlo), non ci stupiremo più di una vicenda che ha la sua parte di crudeltà!

L’agnello offerto a Dio vuole esprimere la gratitudine di chi restituisce a Dio parte del dono ricevuto, e insieme però se ne nutre perché questo è necessario alla sua sopravvivenza. La differenza è mangiare ciò di cui ci si sente padroni, e nutrirsi di ciò che, offerto e benedetto, ci fa riconoscenti al Padre di ogni dono (cf. Gc 1,17).

Sintesi: il sacrificio, in questo caso quello di un animale, è un gesto di riconoscenza; la messa, ogni messa, prima di ogni altra cosa, è celebrazione della gratitudine.

L’evento/mistero

Capito questo, siamo pronti a comprendere il trapasso sostanziale che avviene con quanto compie Gesù di Nazareth nella sua Pasqua. Con un enorme salto all’indietro, quasi a ricuperare un profondo significato spirituale che esisteva già prima dell’Esodo, e che dunque va pensato anche in rapporto alle altre religioni (cf.. Eb 7), Gesù si ricollega al sacrificio di Melchisedek, «re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, che offrì pane e vino e benedisse Abram» (Gen 14,18).

Rispetto all’agnello, si può notare un progresso verso una più umile quotidianità, il pane della vita e il vino della gioia, ricuperando per il vero l’aspetto “comunitario” del sacrificio ebraico, che, proprio perché ricordava la liberazione di “un popolo”, esigeva che l’agnello fosse mangiato insieme. È quanto fa Gesù, e che ci è trasmesso da 1Cor 11,23-26.

Il testo paolino è di una importanza capitale: precede i vangeli e ci riporta la tradizione delle prime comunità cristiane che hanno presto riconosciuto nel gesto di Gesù la sintesi e il cuore del suo messaggio e della sua vita.

Il testo è ben noto, perché è ripetuto in ogni celebrazione dell’eucaristia, ma non sarebbe male che ogni tanto ne venisse ripresa la spiegazione per abituare i fedeli a dare tutto il loro peso alle singole parole. Troppo spesso, purtroppo, si dà del rito una versione perversa e inutile, perché la ripetizione delle formule può produrre, in celebrante e fedeli, un’“esecuzione” sciatta del programma stampato nel libro, perdendo così la serietà delle parole.

Non so quanti sono convinti che, più che a bei paramenti, fiori, luminarie e quant’altro, lo “stile” della celebrazione è primariamente affidato al modo, convinto, pacato e calmo, di pronunciare le parole!

Quanto poi al significato del gesto di Gesù, il salto di significato è evidente: l’offerta dell’agnello diventa in lui l’offerta di sé, il sangue non è più quello dell’animale, ma il proprio, per cui questa Alleanza è nuova nel doppio senso di diversa e ultima (novus indica ambedue le cose), mangiare e bere diventa segno di un rapporto intimo e totale con il Signore per cui diventiamo carne della sua carne, come dirà Leone Magno: «Il vero adoratore della passione del Signore, guardi il crocifisso con gli occhi del cuore, così da riconoscere nella carne di lui la propria»!

Due annotazioni importanti. La prima è che Gesù dice: «fate questo», il che implica che la «memoria» del gesto non si esaurisce nel ripetere delle «parole», come mostrerà lui stesso nel successivo brano evangelico.

La seconda riguarda il contesto, perché Gesù, «nella notte in cui veniva consegnato», risponde “consegnando” se stesso! Il doppio significato del verbo tradere, cioè “tradire” e “consegnare”, si incontra così in Gesù, che fa della sua morte un dono di sé, offrendosi insieme al Padre e ai suoi fratelli, così come consegnandosi alle mani del male, e con questo azzerandolo. [Come scrivevano i Padri, offrì il suo corpo, dentro il quale si nascondeva la sua divinità, come un’esca a Satana, che così divorò la “sua” morte: O mors, ero mors tua (O morte, sarò la tua morte), come canta un’antifona del Venerdì Santo].

Il gesto

Quello della lavanda dei piedi è probabilmente il rito che più colpisce la fantasia, magari anche per la sua rarità e straordinarietà. Non mi nascondo il rischio che cada nel pittoresco, perdendo così tutta la sua verità sconvolgente, che occorre invece ricuperare, facendo, ancora una volta, bene attenzione alle parole con cui Giovanni lo introduce nel suo vangelo (Gv 13,1-15).

Lavare i piedi ai pellegrini e ai viandanti che arrivavano in casa per un banchetto era, com’è noto, un servizio riservato agli schiavi: questo è il retroterra umano. In più Gesù fa questo gesto, destinato a preparare una comunità pulita e ordinata perché il pasto fosse decoroso, quando sapeva già che uno dei commensali l’avrebbe tradito, e probabilmente prevedeva che tutti gli altri l’avrebbero abbandonato.

Ma ancora di più, c’è un retroterra immenso e altissimo, perché Gesù sapeva che «il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava». Da qui, al successivo «depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto», il passaggio è abissale, un vero “tonfo” retorico.

Non so quante delle nostre celebrazioni riescono ancora a creare in noi lo sconcerto e lo stupore evidenti nella reazione di Pietro: dovremmo chiedercelo. E, per di più, Gesù è esplicito nel chiedere a noi di fare come lui ha fatto! Non si può sfuggire a questo realismo.

E se volessi stringere in estrema sintesi quale “memoria” dobbiamo risvegliare il Giovedì Santo, direi solo che “Dio si è abbassato”, così come nel Venerdì Santo il Figlio “sarà innalzato”, e che tale abbassamento dimostra che «ci ha amati sino alla fine», sino alla misura estrema, e questo perché noi impariamo a fare altrettanto. Ecco perché la messa (da missa = missio) comincia all’uscita sul sagrato!

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