I riti di comunione

di: Elide Siviero

eucaristia

Don Asdrubale, quando arrivano i riti di comunione, tira un sospiro di sollievo: tutto sommato, non c’è molto da vigilare. Lui non sa che il coretto gli ha preparato una bella sorpresa: ha imparato un Padre nostro, con delle parole nuove, su una musica di Simon & Garfunkel che renderà quel momento davvero raccolto, quasi romantico. E poi, per non farsi mancare nulla, anche un bel canto sulla pace, che trasformi in un vero momento comunitario quello cambio di saluti fra amici.

I riti di comunione si aprono con la preghiera del Signore: nella sua invocazione per il pane di ogni giorno, oltre a far riferimento al cibo per la nostra sussistenza materiale, vediamo la profezia del pane eucaristico che ci nutre per la vita eterna. L’innominabile e l’inaccessibile noi osiamo chiamarlo con il dolce nome di Padre, proprio come ci ha insegnato Gesù: l’introduzione a questa preghiera (“osiamo dire”) ci dice tutta la grandiosità di questo privilegio. Con essa «si implora anche la purificazione dai peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi» precisa il Messale.

Ovviamente, don Asdrubale si sente quasi svenire quando la preghiera del Signore viene stravolta e messa su una musica pop, ma ormai è sull’altare, i giochi sono fatti.

Si prosegue con il rito della pace, che non è la marcia della pace o la preghiera per la pace nel mondo o per fare la pace con i vicini. Nella liturgia si può pregare per la pace nel mondo nella preghiera dei fedeli. Qui si tratta di un’altra cosa: «Pace a voi», è il saluto del Risorto, il suo dono per noi. Non è la pace come la dà il mondo, ma il dono del Risorto alla sua Chiesa perché viva la comunione con lui e al suo interno. Infatti, il sacerdote dice: «Non guardare i nostri peccati», perché noi non siamo capaci di vivere l’unità, la comunione, la pace, ma solo riceverla nella fede dal Signore, perché, mangiando di questo pane e bevendo di questo calice siamo una sola cosa in Cristo.

Lo scambio del gesto di pace che facciamo tra di noi prima di mangiare e bere il corpo e il sangue del Signore vuole significare questa unità. Deve essere sobrio, limitato ai vicini, per non trasformare in una grande confusione un gesto che non vuole significare la pace sociologica, e nemmeno un saluto cordiale, ma la presenza del Risorto che ci rende uno in lui. Ecco il senso del rito della pace: lo Spirito scende sul pane e sul vino perché diventino il corpo e il sangue di Cristo, e noi, mangiando il corpo e sangue di Cristo diventiamo la Pasqua di Cristo, cioè un solo corpo e un solo spirito. La Chiesa è resa una dall’eucaristia. E, mentre si spezza il pane, unica fonte di unità, l’assemblea canta a quell’Unico che dona la pace: «Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, donaci la pace».

Non esiste canto per la pace, ma la litania per la frazione del pane: l’Agnello di Dio.

Stiamo dicendo: questa eucaristia è la Pasqua di Gesù, è il Risorto che spezza il pane perché la Chiesa sia una sola cosa, perché il nostro peccato è stato tolto da lui. Stiamo facendo comunione con Cristo per essere in comunione fra noi. Infatti, anche prima, nella Preghiera eucaristica si sono nominati «il papa, il vescovo, il collegio episcopale, il clero e il popolo che tu hai redento». Non è una preghierina per il papa o per il vescovo, ma il modo chiaro per sottolineare che l’eucaristia non può che essere in comunione con coloro che custodiscono la successione apostolica, perché l’eucaristia giunge da loro, ci è consegnata e nasce nella comunione con loro. Non c’è eucaristia che non sia in comunione con il vescovo.

Segue la comunione eucaristica. Il Signore ci ha consegnato la realtà del mistero pasquale sotto i veli del pane e del vino. Quando noi mangiamo e beviamo il corpo e sangue del Signore, noi “mangiamo” la dinamica d’amore che sta dentro a quell’evento, perché Gesù, facendoci mangiare il suo corpo e il suo sangue, versato e immolato, assimila tutti noi all’evento pasquale.

Qui don Asdrubale ha concordato con il coro il canto da eseguire: è tranquillo. Ma è un canto nuovo, che nessuno conosce e non c’è stato il tempo per fare almeno una prova del ritornello con l’assemblea, prima della celebrazione. Così, cantano solo i giovani e pochi comprendono le parole del testo.

Il Messale precisa: «Mentre il sacerdote assume il sacramento, si inizia il canto di comunione: con esso si esprime, mediante l’accordo delle voci, l’unione spirituale di coloro che si comunicano, si manifesta la gioia del cuore e si pone maggiormente in luce il carattere comunitario della processione di coloro che si accostano a ricevere l’eucaristia» (OGMR 86). Insomma, si va in processione cantando per ricevere l’eucaristia e il Messale raccomanda: «Si faccia in modo che anche i cantori possano ricevere agevolmente la comunione», perché il coro non sta facendo un’esibizione, ma sta celebrando insieme a tutta l’assemblea, aiutandola nel canto, l’unico mistero che ci rende cristiani.

Deve emergere simbolicamente, ritualmente, che noi siamo uno grazie all’eucaristia, non in virtù di simpatie o di accordi umani, ma per la grazia del Risorto vivo in mezzo a noi.

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