IV Per annum: Che vuoi, Gesù Nazareno?

di: Roberto Mela
Un profeta come me

A metà del secondo dei quattro grandi discorsi (1,1–4,43; 4,44–28,68; 28,69–32,47; 33,1–34,12) che il Deuteronomio mette in bocca a Mosè nelle steppe di Moab, prima di entrare nella terra di Israele, viene riportata una legge molto importante, fondamentale per la relazione di Israele col suo Dio YHWH. È la legge riguardante il profeta (Dt 18,9-22).

Il popolo che sta per entrare nella terra della sua libertà. Sarà posto nella tentazione di adeguarsi ai costumi locali riguardanti la consultazione della volontà di YHWH. Varie sono le pratiche divinatorie messe in atto nel paese di Canaan, immediatamente etichettate dall’autore come “abomini/tô‘ăbôt” (v. 9; cf. v. 12).

Sono otto sono le fattispecie dell’abominio prese in considerazione. Si tratta di chi immola il figlio e la figlia, facendoli passare per il fuoco; chi si esercita nella divinazione, nel sortilegio, nell’augurio, nella magia; chi fa incantesimi; chi consulta gli spiriti o gli indovini; chi interroga i morti.

La condanna e la proscrizione di tali pratiche è assoluta, perentoria, apodittica, senza spiegazioni aggiunte. Esse «si fondano sulla capacità umana di scoprire e manipolare l’occulto; sono tecniche che si possono imparare da un maestro e quindi possono essere trasmesse a chiunque» (G. Papola).

Israele deve essere invece “perfetto/integro/irreprensibile ritualmente/tāmîm” (v.13): «… ma per quanto riguarda te, non è così il dono che YHWH tuo Dio ti ha fatto/lō’ kēn nātan lekā YHWH ’Ĕlōhêkā» (v. 14).

Israele ha ricevuto un dono da YHWH, il profetismo. L’ha ricevuto all’Horeb – altro nome con cui viene chiamato il Sinai – in occasione della rivelazione meravigliosa e tremenda di YHWH che voleva donare l’espressione della sua volontà, recepita da Mosè nelle due tavole delle Dieci Parole.

Il profetismo è una relazione personale, dono di Dio, di YHWH con il profeta, fondata sul dono della parola. Il profeta è un fratello tra fratelli, un intermediario e un intercessore tra il popolo e il Dio, di cui esso ha forte timore e da cui teme di subire la morte qualora lo vedesse di persona.

Ascoltare in obbedienza

Il profetismo è nato all’Horeb e Mosè è il modello dell’uomo che ascolta la parola di YHWH e la trasmette al popolo, che deve ascoltarla con atteggiamento di ossequiosa obbedienza. Non si tratta solo di “ascoltare/šāma‘”, ma di “ascoltare verso/ascoltare attentamente/obbedire/šāma‘ ’el” YHWH. Il rapporto con YHWH è una relazione interpersonale fondata sull’ascolto, sulla fiducia, sull’obbedienza pronta che porta la vita.

Dio non può essere manipolato, ma solo ascoltato nelle pieghe della storia, con l’aiuto delle persone a cui egli ha donato di essere fini di cuore e di orecchio spirituale per saper rapportare la volontà di Dio alle vicende storiche. E fare questo facendo percepire “la differenza” tra gli altri popoli e il popolo di Dio, il popolo di Israele.

L’ascolto e la pratica mettono in moto il cuore e l’affetto del credente, che non deve tanto “fare delle cose” per far piacere al suo dio, manipolandolo sottilmente con la logica perversa del do ut des, quanto mettere in gioco la propria fiducia, affidando il proprio cammino alle indicazioni gratuite donate da Dio stesso.

Senza presunzione

Il profeta del futuro (che diventerà nell’attesa di Israele “Il Profeta che deve venire”, una figura messianica escatologica) avrà la stessa qualità di Mosè: ascolto attento delle parole imperiose che YHWH vorrà “comandare insindacabilmente/iwwāh” – e solo quelle – e la loro trasmissione fedele, pedissequa, al popolo. Nessun protagonismo nell’uomo di Dio, intermediario della sua volontà.

Il profeta è preso fra “i fratelli” che compongono il popolo, per pura grazia di Dio. Nel suo comportamento e nel suo dire egli dovrà evitare qualsiasi “presunzione/ yāzîd (v. 20), zādôn (v. 22)”. Dovrà annunciare solo ciò che ha percepito da YHWH, senza agire di propria iniziativa e senza aggiungere o alterare in alcun modo la parola ricevuta dall’alto. Men che meno egli deve vendersi al servizio di altri presunti dèi, cadendo nell’idolatria e inducendo il popolo a fare altrettanto.

Il profeta deve essere – come tutto il popolo – un uomo retto, “perfetto/integro”, disinteressato, umile, distaccato da sé.

I vv. 21-22 offrono uno dei difficili criteri di identificazione del vero profeta rispetto a quello falso. La realizzazione della parola deporrà a favore del vero profeta. È un criterio a posteriori, valido, ma che lascia il popolo nell’incertezza del tempo frammezzo.

L’integrità di vita, la sensibilità spirituale accentuata, il distacco dagli interessi materiali, l’annuncio anche di realtà sgradite al popolo (e non sempre annunci di pace facile e di prosperità garantita…), insieme ad altri criteri forniranno uno spettro ermeneutico della vera profezia. Essa ha richiesto, ieri come oggi, attenzione globale da parte del popolo e delle autorità religiose e capacità del profeta di soffrire per trovarsi spesso all’avanguardia del cammino del popolo, intravedendo e annunciando novità non immediatamente comprese e accolte dalla maggioranza.

Il profeta che deve venire

Verrà “Il Profeta che deve venire”, colui che parla in modo definitivo e autorevole a nome di Dio di fronte al popolo/pro-phēmi. «Sei tu il profeta?» (Gv 1,21), chiederanno i giudei – sacerdoti e leviti – inviati dai farisei (Gv 1,24) al Giordano in qualità di commissione di inchiesta ufficiale sul suo status.

Anche la Samaritana percepisce che Gesù è un profeta (Gv 4,19), come lo riconosce meravigliata la folla dopo che egli rivivificò il figlio unico della vedova di Nain (Lc 7,16: «Un grande profeta è sorto fra noi»).

Ma è la folla che ha assistito alla moltiplicazione/suddivisione prodigiosa dei pani ad andare più in profondità, pur sbagliando nell’esito regale voluto per lui: «Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «“Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo».

Gesù è il profeta escatologico che dice le parole rivelatorie (laleō) del Padre: «… io non ho parlato (elalēsa) da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare (tí eipō) e che cosa devo dire (tí lalēsō). E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me» (Gv 12,49-50).

Di sabato, in sinagoga

L’evangelista Marco fa iniziare a Gesù “La giornata di Cafarnao” (Mc 1,21-34) con la sua entrata in sinagoga, in giorno di sabato. E lì Gesù inizia a insegnare.

Marco dipinge dinanzi a noi una giornata tipica, esemplare, dell’attività di Gesù. Essa inizia con il suo insegnamento nella sinagoga del villaggio.

La sinagoga è un luogo di ritrovo del popolo per la lettura e la meditazione della Torah, per un confronto aperto su di essa. La memoria collettiva di Israele si coltiva e si accresce riandando continuamente con amore contemplativo alle sorgenti narrative della nascita e della crescita del popolo, attestate nelle sacre Scritture. È un luogo di studio, prima ancora che di preghiera.

Come ogni altro ebreo maggiorenne religiosamente, Gesù può leggere la Torah e spiegarla, rapportandola alla vita concreta del popolo. Nel corso del cosiddetto “Primo viaggio missionario” (43-48 d.C.), ad Antiochia di Pisidia, Paolo e i suoi compagni faranno lo stesso: «Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisidia e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagoga mandarono a dire loro: “Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!”. Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse…». Paolo proclamò così il suo primo grande discorso missionario. Egli fu invitato dai capi della sinagoga locale a farlo, mentre Gesù prende con autorevolezza la parola senza esservi invitato da nessuno.

«La sinagoga e il sabato costituiscono lo spazio e il tempo destinati a plasmare e a custodire l’identità dell’ebreo, attraverso la via della memoria, dello studio e del confronto» (G. Perego).

La celebrazione del sabato ha due motivazioni nella Bibbia.

La prima è creazionale (Es 20,8-11): Dio ha consacrato il sabato al termine della sua opera di creazione come momento del suo “riposo” dopo aver creato l’umanità a sua immagine e, tendenzialmente, a sua somiglianza. Di sabato, Israele e l’umanità deve riconoscere il suo essere creatura, la più grande delle creature di Dio. Deve riposare – uomini, animali e creato stesso – e lodare il Creatore.

La seconda è una motivazione esodica (Dt 5,12-15): di sabato, Israele deve ricordare la sua liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e vivere con gioia la propria libertà assieme ai propri familiari, agli schiavi che lavorano in casa, ai forestieri residenti e perfino al bestiame. Di sabato l’uomo deve celebrare la sua libertà dalla schiavitù.

Posseduto

È quindi paradossale e ironicamente tragico che nella “loro sinagoga” – Mc nel 70 d.C. sottolinea “la separazione/the parting of the ways/le déchirement” ormai iniziata tra gli ebrei e gli ebrei credenti in Gesù – si trovi di sabato un uomo «totalmente posseduto da uno spirito impuro/en pneumati akathartōi». Nel luogo dove si legge la Torah del Totalmente Santo, del Totalmente Altro, del Totalmente Buono, si trova stabilmente (c’era/ēn) un uomo “totalmente avviluppato dentro/en” le spire mortifere del Signore del campo opposto a Dio, il campo dell’impurità e del male!

Come è possibile questa convivenza accettata e portata avanti dagli ebrei del luogo? Forse perché non si leggeva la Torah in modo liberante, ma fissista, legalista, dimentico dell’uomo nella sua concretezza, mettendo forse le esigenze di Dio contro quelle dell’uomo? Di sabato, quell’uomo non celebrava il suo essere stato creato a immagine e – tendenzialmente – a somiglianza di YHWH!

Come potevano gli abitanti di Cafàrnao vivere il sabato comandato da YHWH con ben due motivazioni, sopportando il fatto che fra loro ci fosse stabilmente un uomo completamente posseduto dal potere schiavizzante e umiliante del potere avverso a Dio?

Com’era possibile che, dopo tante celebrazione sabbatiche, quell’uomo, di sabato, vivesse totalmente oppresso da una schiavitù peggiore di quella egiziana? Un maniaco religioso, potremmo forse dire oggi col nostro linguaggio. Un maniaco esagitato che pretende di “conoscere” e quindi di dominare e di manipolare – senza obbedirvi – colui che è il Santo, la presenza in terra del Santo dei cieli?

Forse perché in quella sinagoga si leggeva in maniera scorretta la Torah, non favorendo il fiorire dell’uomo pienezza di immagine e – tendenzialmente – somiglianza di YHWH?

Una situazione davvero incresciosa, che rivela l’inconcludenza e l’infruttuosità di un’assemblea sinagogale che, al suo interno, vede vivere un uomo demoniacamente scisso in se stesso, non sereno, schiavo di una religiosità non corretta e disumana?

Autorità

Gesù stava insegnando con autorità/exousia, e il popolo ne era “colpito/ekplēssonto”. Era colpito dal contenuto del suo insegnamento e dalla modalità della sua esposizione.

Gesù non seguiva un metodo di spiegazione della Torah accademico, basato su citazioni di autori precedenti o illustri che confermassero con la loro autorevolezza il suo dire. Gesù parla con autorità propria, di Figlio che annuncia la volontà originaria del Padre nella rivelazione pedagogicamente progressiva della sua volontà. La sua autorità è nativa, sorgiva, fresca, autorevole di per se stessa. Nasce da una profonda unione di cuore e di volontà salvifica che unisce il Figlio col Padre.

Per un ebreo un figlio è tale perché fa le cose uguali a quelle che fa il padre. Gesù ha l’autorità/autorevolezza e anche la capacità giuridica – è axios – di proporre una spiegazione della Parola che sia “nuova”, creatrice di bene e di vita, attenta alle persone, liberante come lo era la volontà originaria del Padre nel donare i suoi “comandamenti/mizwôt”.

L’Impurità

Il mondo opposto a Dio/l’Impurità – dilaniante e spersonalizzante – si sente minacciato mortalmente nel suo dominio nemico dell’uomo. «Che cosa abbiamo in comune con te, Gesù nazareno?» – così meglio tradotto –, inizia a gridare (anekraxen) contro Gesù l’Impuro che schiavizza e spersonalizza schizofrenicamente l’uomo.

Al plurale – l’Impurità/gli impuri e l’uomo posseduto/le tante anime presenti nel posseduto – gridano con grande tensione emotiva la loro sofferenza e la loro repulsione, l’assoluta diversità e opposizione di prospettive, tipica di due nemici in questo caso (diverso è il caso di Gesù con Maria in Gv 2,4, semplice diversità di prospettive).

L’Impurità avverte il proprio potere minacciato a morte definitivamente, escatologicamente (apolesai < apollymi).

L’Impurità è uno spirito sottile, intelligente, spiritualmente fine nella malvagità. Pretende di “conoscere” il Santo, Gesù, ma la sua non è una conoscenza obbedienziale, discepolare. Conosce, ma non obbedisce e non segue. Quindi non conosce! Tenta di manifestare il nome, l’essenza di Gesù, in modo da prenderne possesso e dominarlo. Ma Gesù respinge il nemico con un “rimprovero/epetimēsen” che è ben più di una parola esorcistica – assente nel vocabolario della letteratura esterna al Nuovo Testamento (cf. G. Perego). È una parola bellica, che annuncia una guerra all’ultimo sangue.

La museruola

«Mettiti al museruola ed esci da costui» è il grido di guerra di Gesù contro L’impurità spersonalizzante. E l’Impurità deve sottomettersi e obbedire, sconfitta dal grido di guerra vittorioso del Santo di Dio. Il Male fa tutto il male possibile all’uomo, fino alla fine. Dopo averlo straziato (sparaxas) un’ultima volta, emette un urlo lugubre di sconfitta ed è costretto ad uscire da una casa che non ha il diritto di abitare, perché fatta a immagine e – tendenzialmente – a somiglianza di Dio.

Insegna e comanda

Ora lo spazio della sinagoga rimbomba tutto di meraviglia (ethambēthēsan) e di discussione che ricerca con una certa veemenza (syzētein) la verità delle cose.

I presenti si interrogano con foga le ragioni dell’unica cosa/touto: la stretta correlazione di insegnamento autorevole nel contenuto e autorevolmente trasmesso con potenza sorgiva propria con l’autorevolezza di comando sopra il mondo dell’impurità opposto a Dio e spersonalizzante l’uomo. Non sembrano due ambiti distinti dell’attività di Gesù, ma le due facce di una stessa medaglia.

L’insegnamento di Gesù, fatto con autorità di Figlio amante degli uomini, porta a compimento le radici genesiache ed esodiche per cui era stato comandato il Sabato da parte di YHWH creatore e liberatore.

La parola autorevole di Gesù libera e unifica l’uomo.

La parola di Gesù spazza la casa e la rende ambiente accogliente e giardino lussureggiante per l’uomo.

YHWH e l’uomo ora sono amici, felici insieme.

Di sabato, nella sinagoga.

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Un commento

  1. Giorgio De Checchi 27 gennaio 2018

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