La conversione, tra benignità e pietà di Dio

di: Nico Guerini

lavanda

Dans tempus acceptabile
et poenitens cor tribue
convertat ut benignitas
quos longa suffert pietas.
Col tempo favorevole
donaci un cuore docile,
converta la benignità
chi la pietà già tollera.

È la seconda strofa dell’inno feriale per le Lodi di Quaresima. Che questo sia un tempo “favorevole” è fuori questione. Come l’Avvento, la Quaresima è chiamata “tempo forte” per il particolare impegno che richiede nella vita spirituale.

Il senso letterale del latino acceptabile è ancora più significativo. L’immagine è già implicita nel verbo dans, “dando, mentre dai”, omesso nella traduzione, ma ripreso nel successivo “donaci”, che ricupera anche il senso di tribue.

L’immagine, però, va tenuta ben presente, perché è cruciale. Nella prospettiva di fede il tempo è Dio che lo dà: a noi tocca, per logica conseguenza, accettarlo dalle sue mani, anche se capita, beninteso, che si ignori tale origine o che la si rifiuti, quando si considera il tempo, insieme a molte altre cose di cui godiamo, come nostra proprietà assoluta, di cui possiamo disporre a nostra volontà.

La Quaresima, tempo “favorevole”

Per il credente il tempo è dunque un “favore”, un’opportunità che, in linea di principio, sarebbe sciocco respingere o trascurare. Ecco perché è bene dire subito che il dono di Dio ha come due facce: è un “dono”, che chiama di riflesso un “cuore docile” che lo capisca, lo accolga, ne faccia tesoro, e lo trasformi in terreno fecondo di frutti. Tutto è detto nei primi due versi.

Viene ora da chiedersi cosa abbia di particolare il tempo di Quaresima per essere qualificato come “favorevole/accettabile”. L’espressione finita nell’inno viene da san Paolo (2Cor 6,2) che, a sua volta, la prende da Isaia, e in sé pare non riferirsi a un tempo specifico; piuttosto sembra un principio applicabile a qualsiasi ora, quella lunghissima ora che è l’interim, il frattempo, il tempo di mezzo tra la venuta di Cristo e il suo ritorno. Il tempo, cioè, rimane un elemento che indica una durata. Che sia poi un dono di Dio da accogliere, da far fruttare, da “redimere” (Ef 5,16; Col 4,5) dal rischio del nulla e dell’insignificanza, dipende dall’occhio che lo guarda, dal cuore che lo accoglie per farne buon uso.

Che tale percezione trovi un’occasione privilegiata nella stagione quaresimale è un’intuizione successiva, che appare già chiara nelle regole monastiche, nei secoli in cui andò formandosi il ciclo liturgico attorno alle due grandi feste di Pasqua e Natale, e ai relativi tempi destinati a prepararle nel cuore dei credenti. Così, per l’impegno ascetico che comporta, e per il riferimento al mistero centrale della Pasqua, la Quaresima ha finito per attirare su di sé tutto ciò che qualifica un tempo come “favorevole”, al punto che il cristiano dovrebbe vivere, idealmente, in un perenne stato quaresimale.

È solo perché ciò non è materialmente possibile che una sana pedagogia ha previsto un tempo speciale in cui, in certo senso, uno si rifà le ossa e i muscoli in vista di una lotta che deve affrontare ogni giorno. Se la Quaresima è tempo favorevole per antonomasia, ciò che lo rende tale deve funzionare, in misura più o meno rilevante, nei segmenti ordinari della quotidianità.

Non credo sia necessario richiamare il gruppo di pratiche e di riti che marcano questo tempo: il trio preghiera-elemosina-digiuno (Mt 6,1-18), le “penitenze”, la sobrietà nelle sue varie forme, il deserto come esercizio del silenzio, la sospensione dell’alleluia, la meditazione sulla Passione, centrata sul pio esercizio della Via Crucis ecc.

La svolta “penitenziale”

Nello stile estremamente sobrio degli Inni, tutto questo si riassume in una sola parola: poenitentia. Il termine rimanda a un celebre proclama che segna in Marco l’inizio del ministero di Gesù: il tempo è compiuto, il regno dei cieli è vicino, pentitevi e credete al vangelo. È ancora questione di tempo, come si vede.

La svolta “penitenziale” è accentuata dal rito delle “ceneri” che segna l’ingresso in Quaresima. Ci è chiesto di ricordare che siamo “polvere”, che però, plasmata dalle mani di Dio, fa di noi una persona umana. È detto tutto. Nel tempo, la polvere che si affida al suo creatore, entra gradualmente nel regno, impara a credere all’incredibile e conquista la gioia del vangelo, la verità e la realtà della “bella notizia” che salva.

Tutto considerato, tradurre poenitens cor con “cuore docile” mi pare la scelta giusta, in grado anche di togliere quel che di lugubre e triste che pare inguaribilmente incollato al termine “penitenza”. Meglio vivere la quaresima come allenamento che rinvigorisce in noi una novella primavera, una fatica che si fa volentieri in vista di un traguardo felice.

Il cuore docile, quello cioè che si lascia ammaestrare e guidare, che sa piegare la durezza orgogliosa per farsi attento e malleabile, si trova nel mezzo di due aspetti complementari di Dio: la benignitas e la pietas. La prima “converte”, la seconda “tollera”.

La forza propulsiva della benevolenza ci è di stimolo, la pazienza della pietà ci impedisce di cadere nell’inerzia e nella disperazione a causa di frequenti insuccessi e fallimenti. Ciascuno impara per sé, conoscendosi, su quale di queste due leve puntare perché il dinamismo della sua vita spirituale si mantenga vivo e non indugi in troppe pause sterili.

Non è senza significato che l’inno ami sottolineare come la pietas costituisca una risorsa inesauribile, longa, sempre lì, sempre disponibile, sempre offerta.

Il verbo suffero, che certo significa tollerare, sopportare, contiene però anche una dimensione di fatica, di sofferenza, che è utile ricordare per togliere alla pietà ogni connotazione dolciastra e fatua. Niente di meglio, in proposito, che ricollegare questo termine alla figura dell’Ecce homo, diffusissima tra il Trecento e il Seicento come imago pietatis, resa ancor più famosa dalle moltissime Pietà, con in mezzo, a fare da perno tra queste due immagini, la figura del Crocifisso letto come speculum patientiae.

Entrano in scena i “novissimi”

Per lungo tempo la predicazione sulla conversione ha puntato molto su motivazioni che privilegiavano una sorta di terrorismo psicologico. Gli Esercizi Spirituali, nati al tempo della Riforma, facevano perno sui Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Tre su quattro di questi temi non miravano certo alla consolazione e al conforto.

Ricordo ancora molto bene come, negli anni Cinquanta, nel seminario dove trascorrevo gli anni della mia adolescenza e giovinezza, il meccanismo vagamente terroristico che doveva condurre alla liberatrice confessione generale, funzionava alla perfezione.

Ritrovai gli stessi discorsi, con le stesse citazioni bibliche, nel Ritratto di un artista da giovane scritto da Joyce nel primo Novecento. Ma anche qui, la storia riserva interessanti sorprese.

Ho letto di recente una raccolta di saggi sulla predicazione del Giudizio finale nel medioevo. Risulta che l’uso della paura legata a temi “apocalittici” è piuttosto raro. Prevaleva la presentazione del Giudizio alla luce di Mt 25,31-46, la parabola delle pecore e dei capri, come invito a considerare la responsabilità nelle scelte morali.

Altrettanto dominante era la rappresentazione del paradiso, raffigurato come città dell’ordine e dell’amicizia, in contrapposizione all’inferno letto come spazio del caos e dell’odio. L’iconografia del tempo mette bene in luce questi due quadri contrapposti, pure se certi toni d’allora oggi possono sembrare eccessivi.

Le ultime realtà, nel medioevo, erano presentate, come dovrebbe essere, in quanto esito e specchio di ciò che accade nell’oggi, e in questo il positivo prevale nelle motivazioni che invitano a conversione. È la scelta tra incantare col bene e spaventare col male.

Gli effetti nelle relazioni

Così l’inno antico. Le fonti della conversione sono la benevolenza di Dio e la sua lunga, inesauribile pazienza. Forse capiremmo meglio e di più tali motivazioni se fossimo noi stessi a praticare generosamente queste due virtù. Magari invece siamo facili a deprecarne la mancanza in chi ci tratta male, e si mostra con noi gretto e meschino invece che benigno, irritabile e intollerante invece che paziente. È sempre molto utile, anche nella catechesi su Dio, partire da noi stessi e lì concludere, pena fare discorsi astratti e inefficaci, belli forse, ma inutili.

Ascoltando certe prediche e istruzioni mirate a descrivere il comportamento amabile del Dio della Bibbia, mi è capitato spesso di percepirle come discorsi zoppi e monchi, perché, come amo dire, privi della “prolunga relazionale”. E questo è molto strano, perché quello che diciamo di Dio non può che risultare da ciò che sappiamo dei nostri sentimenti e atteggiamenti, e da come li nominiamo.

È triste quando accade che, arrivati a Lui e a una comprensione di come agisca il suo cuore, restiamo come sospesi per aria, dimenticando da dove parte il discorso e dove dovrebbe arrivare: la nostra realtà, soprattutto quale traspare dalle nostre relazioni.

Con i tanti modelli che ci offre la Bibbia, essi stessi compresi alla luce della nostra esperienza, possiamo arrivare a scoprire il dinamismo salutare del Dio-Trinità, del Dio-comunione, del Dio-relazione, ove benignitas e pietas prendono tutto il loro spessore.

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