Quando la messa perde sapore

di: Nico Guerini

Ho svolto la gran parte del mio ministero (anno di ordinazione 1961) nella periferia di una grande città. Da poco più di un anno mi trovo a seguire la messa dalle panche nel mio villaggio natale, una parrocchia di circa 4.000 abitanti. Vado la domenica mattina alla messa delle 8, frequentata – come si può immaginare – per lo più da gente di una certa età.

Dico subito che ogni volta ne esco sconfortato, per lo spettacolo di una celebrazione formalmente corretta, ma che per alcuni dettagli percepisco come sciatta e frettolosa, non particolarmente amata dalla mezza età in giù.

Vorrei provare a dire perché, senza voler dare la colpa a nessuno, ma solo nella speranza che qualcosa possa essere fatto, almeno per non essere costretti a pensare che “questa” liturgia è destinata a scomparire con la generazione, alla quale io pure appartengo, che ha la pazienza di continuare a frequentarla.

In testa a questo discorso, e da subito, metto la convinzione che mi sono fatto, con tristezza, in questo anno: mi pare che preti e laici abbiano raccolto della riforma liturgica solo il fatto che si è passati dal latino all’italiano, perché tutto si svolge come se le parole del messale andassero in automatico, in chi presiede la celebrazione e in chi vi partecipa.

E ne aggiungo una seconda, che spiega quanto ho appena detto, ed è che si dimentica che la comunità liturgica non è mai fatta e ancor meno cresce da sola.

La partecipazione alla liturgia dev’essere costantemente educata, motivata e ravvivata, e questo dipende in gran parte dallo stile della celebrazione, che non è una questione da esteti (l’estetismo è una malattia fastidiosa quanto la sciatteria, perché ambedue ignorano il cuore della faccenda), ma è semmai un problema morale e spirituale. Procedo per punti.

Della puntualità o del ritardo

Parto dal senso e dal “mito” della puntualità, almeno per noi del Nord. Appena la campana batte le otto, al primo colpo parte la “corazzata”; se uno entra in chiesa mentre batte il terzo o il quarto colpo, sente che si sta già cantando il canto di ingresso! Non intendo certo dire che si può essere approssimativi sull’orario, ma mi permetto solo di osservare che tale rigidità suppone che, allo scoccar dell’ora, la comunità esista già! Non è detto. Anzi, temo che proprio questo presupposto sia la radice degli altri guai che andrò elencando.

Faccio un esempio. Perché invece di partire subito con il segno di croce, non si prende un po’ di tempo per rispondere alla domanda: perché siamo qui questa mattina, a fare che cosa?

E sarebbe magari l’occasione per ricordare che la prima ragione che ci convoca in assemblea nel giorno del Signore è per ringraziare Dio di tutti i suoi doni, che è poi il senso della stessa parola “eucaristia”, e questo prima di chiedere grazie, prima di pensare ad ascoltare, o a subire, l’omelia.

In paese – e questo è bello – quando entro in chiesa trovo già la comunità riunita, rarissimo chi arriva in ritardo.

Nella grande città, soprattutto alle messe di tarda mattinata, era una disperazione: dovevano passare anche venti minuti e più prima di vedere l’assemblea radunata. Una volta trovai l’occasione di un gesto un po’ fuori dell’ordinario.

Uscii sull’altare all’ora prevista, e lessi a quelli che c’erano, forse la metà di quelli che poi sarebbero arrivati, una norma del messale che recita: «Quando il sacerdote vede che l’assemblea è riunita, dà inizio alla celebrazione», e continuai così: «Le prime dieci panche vuote dicono che mancano ancora molte persone, e dunque, siccome la parola di Dio, con riferimento alla cena eucaristica, dice: fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri (1Cor 11,33), ora ci sediamo e aspettiamo che la comunità sia riunita».

Lascio immaginare la sorpresa dei molti ritardatari che, entrando, trovavano un grande silenzio e vedevano che non succedeva niente.

Alle 11,50 iniziai la celebrazione, tranquillizzando i fedeli: «Non temete per il pranzo: l’omelia non durerà più di tre minuti, perché quello che avevo da dire l’ho già detto col gesto che abbiamo fatto». Non sono certo cose da fare tutti i giorni: perderebbero di efficacia, ma un richiamo o un insegnamento ogni tanto non credo che farebbe male.

Del ritmo e della sonorità

Ho detto che una comunità di paese, dove si conoscono tutti, ha i suoi vantaggi e i suoi rischi. Uno, e forse il più grave, è di dare tutto per scontato, di procedere nella preghiera e nel canto come in automatico, quasi che a celebrare fosse un popolo di mummie. Se si nota un “movimento”, e non certo virtuoso, è nel modo di cantare e di intervenire nelle acclamazioni o per rispondere agli inviti del presidente. In ambedue i casi si rivela o la compostezza di un’assemblea coesa e compatta o la poco allegra confusione di un “popolo” dove ognuno pare che stia per conto suo.

Nel canto, per esempio, non manca mai qualcuno/a che sente il dovere o il bisogno di distinguersi elevando la voce ben al di sopra degli altri. Qui c’è l’idea che si sta celebrando in una “comunità”, ma questo funziona in modo perverso: la si vive come in uno stadio, dove si fa a gara a chi primeggia o arriva prima degli altri. Il tema del distinguersi nel canto penso sia vecchio quanto la Chiesa: ne dà una versione scorticante Aelredo di Rievaulx (XII secolo) nel suo Specchio della carità (2,67), nel capitolo dedicato alla vanagloria, ma ne parla pure D. Bonhoeffer (XX secolo) là dove parla della preghiera del mattino in La vita comune (pp. 82-83).

Si potrebbe fare una divertente antologia dei tanti passi che ricorrono nella letteratura su questo tema, su cui interviene persino san Francesco nella Lettera all’Ordine 41-42 (FF 227), echeggiato da uno dei suoi primi seguaci, il francescano tedesco Davide di Augusta (sec. XIII), che ne La composizione dell’uomo esteriore e interiore (Paoline, 2018) scrive: «Nell’Ufficio divino la tua intenzione dev’essere soprattutto diretta a trarre dalle parole della sacra Scrittura un’intelligenza spirituale e un sentimento di devozione più che a spremere cantando le note in modo affettato o a esaltare la voce come una tromba, anche se alcuni religiosi ritengono inutilmente con questo di prestare ossequio a Dio (Gv 16,2); perché, se Dio si dilettasse con la sonorità della voce, allora anche la musica degli strumenti e degli uccelli gli sarebbe fonte di dolcezza, perché a loro modo sono molto dolci» (p. 171).

Dell’acclamazione e dell’Amen

Simile spirito di competizione appare pure – e questo crea un fastidio ancora più insopportabile – negli interventi dell’assemblea che, nello spirito della riforma liturgica, avrebbero dovuto stimolare ed evidenziare la “partecipazione” al rito, prima pressoché totalmente sequestrato dal presidente.

Ciò che risalta vistosamente, invece, è la fretta e la confusione di una comunità dove le voci non trovano modo di accordarsi, il che implica che ciascuno “ascolti” gli altri per mettersi al loro ritmo, cosa che spesso esige una voce guida che non sovrasti, ma appunto “guidi” con delicatezza il cammino di tutti. Da questo spirito di gara che induce alla fretta della corsa non si salva niente. C’è persino chi lancia il suo Amen ancora prima che la colletta termini!

A proposito, c’è mai qualcuno che spieghi il senso di questa paroletta così densa di significato? È bello che, per rendersene conto e farla propria con piena consapevolezza, qua e là si sia preso la bella abitudine di cantarla, anche tre volte, come nel caso dell’Amen che conclude l’Anafora.

Lo stesso accade con «Tuo è il regno ecc.», dove i tre splendidi sostantivi ruzzolano l’uno sull’altro come si trattasse di una generica lista da sbrigare in fretta. Perché non prendere l’abitudine, ancora una volta, di cantare questa grande acclamazione, magari sulla facilissima melodia del Christus vincit?

E che dire del «Signore, non son degno»?

Ma là dove il ritmo raggiunge il delirio e la confusione è nella risposta al «Pregate, fratelli…», tale che viene da chiedersi: ma cosa stanno chiedendo queste persone? Il testo dice: «Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio / a lode e gloria del suo nome / per il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa».

Sono tre i membri di questa preghiera, che implicano tre atteggiamenti spirituali:

1) che Dio gradisca ciò che noi offriamo in sintonia con Gesù;

2) anzitutto a lode di lui;

3) in subordine per il bene della Chiesa.

Il modo di recitare tale formula mostra sonoramente che nessuno pare pensi a ciò che sta dicendo. L’unica speranza di una recitazione calma e decorosa si può avere quando il testo non superi le cinque parole, come in certi ritornelli del salmo responsoriale, perché se si va oltre parte la baraonda.

Del Gloria e del Credo

Non ho ancora parlato di Gloria e Credo, testi di una straordinaria densità.

Sul Credo cito solo la bellissima Introduzione al cristianesimo del card. Ratzinger e, quanto al Gloria ricordo che una volta predicai un ritiro d’Avvento facendo ascoltare, con l’opportuno commento, sei versioni musicali dell’inno, dal barocco ai contemporanei, dove ogni interpretazione sottolineava un modo particolare di intendere un testo che possiede una varietà incredibile di suggestioni. Ma questo è un altro discorso, anche se mi rattrista il fatto che sia sfruttato ancora troppo poco il potenziale catechetico e spirituale della musica: si pensi, anche solo per fare un esempio, a quanto si impara dall’ascolto della versione musicale di un salmo o di una messa.

Il lettore, a questo punto, credo capirà la mia sofferenza di quando avverto che, anche in questi testi che – non lo si dimentichi – sono la prima “scuola della fede” (e anche per questo non sarebbe male qualche volta prendere il tempo di spiegarli, visto che l’omelia può avere come soggetto qualsiasi parte della messa, a partire dell’Amen), è proprio chi presiede l’assemblea a lanciare la corsa!

E qui mi si permetta di ricordare che uno stile decoroso di celebrazione implica che si dia il dovuto risalto alle parole, evitando sia l’enfasi indebita come la pronuncia frettolosa e incolore. Perché accade di sentire, anche in esempi che vengono dall’alto, che quando si predica si percepisce la passione della convinzione, e quando poi si passa al “copione” previsto (colletta, anafora ecc.) la voce sembra spegnersi in un tono spiccio e senza sentimento?

Del silenzio o del rumore

Ho lasciato per ultimo il silenzio. È costante il lamento che ce n’è troppo poco nella liturgia. Viviamo in un tempo dove il chiasso, in tutti i sensi del termine (intendo non solo il rumore, ma anche il profluvio di parole nel cicaleccio radiofonico e televisivo), imperversa dovunque. Non si può ricuperare la serietà e il valore morale della parola se non fasciandola di silenzio.

I testi che, nella messa, esigono un’attenzione assoluta sono le collette, in particolare quelle antiche, pregevoli per la loro densità e concisione, due qualità che, soprattutto oggi, le espongono al rischio di passare inosservate.

Le rubriche prevedono un momento di silenzio dopo l’invito “preghiamo”. Si sa che non tutti sanno riempire il silenzio in modo fruttuoso, e in effetti quella pausa di fatto si dissolve con la velocità della luce. Spesso, utilizzando il fatto che i fedeli hanno tra le mani il foglietto con i testi della messa, usavo introdurre così la colletta: «Ora leggerò in nome vostro una preghiera alla quale voi metterete la firma con il vostro Amen. Per non firmare in bianco, e per stare attenti a quello che dirò, usate un momento di silenzio per leggere con calma il testo prima che io lo pronunci».

Ripensandoci, queste potrebbero parere fisime di un povero vecchio, «pensieri di un cervello arido in una stagione arida», come scrive T.S. Eliot nel poemetto Gerontion. Credo, invece, che siano il prodotto di una situazione che il prete celebrante rischia di non vedere. Partecipare all’eucaristia “dalle panche” potrebbe mostrare, invece, quanto possa essere feconda la visione dai margini!

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Un commento

  1. Michele Ferrari 23 novembre 2018

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