Messale nuovo e teologia vecchia?

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Il “de officiis” e la teologia sistematica

L’ormai prossima entrata in uso della III edizione del Messale romano implica conseguenze non solo di carattere liturgico, ma di carattere sistematico. Una pacata discussione sul linguaggio teologico a proposito dell’eucaristia appare ancora più urgente, visto che ci troviamo ormai a 50 anni dalla prima edizione del Nuovo Messale postconciliare. Mi sembra allora interessante considerare, in modo dialogico, una posizione classica, espressa in un garbato articolo di 10 anni fa da Francesco Arzillo, che si riferisce alla festa del Corpus Domini, e l’indiretta risposta che offro in un mio articolo di prossima pubblicazione. Di solito non si considera come le “categorie sistematiche” della tradizione latina medievale implichino alcune questioni di non facile soluzione, proprio a causa della loro forma logica. Un’ontologia pensata in termini di sostanza e di accidenti/specie fatica a valorizzare la dimensione simbolico-rituale. Per questo motivo, a una consapevole recezione della riforma liturgica, deve accompagnarsi un’esigente e paziente revisione delle categorie sistematiche con cui la tradizione eucaristica viene pensata ed espressa. Nel suo articolo F. Arzillo ritiene che:

«questa presenza (eucaristica) è veramente e radicalmente reale perché sostanziale. Il ricorso alla nozione di transustanziazione è quindi imprescindibile: ogni altra spiegazione rimane al di qua della radicalità del dono».

Io non credo, invece, all’imprescindibilità della categoria di transustanziazione. Ritengo che credere nella presenza di Cristo nella celebrazione eucaristica non implichi ex necessitate un linguaggio che utilizzi per forza le categorie di sostanza e di specie. In altri termini, dire “presenza” non implica necessariamente parlare di “sostanza/specie”.

Per una valorizzazione dell’azione rituale, e per la recezione della nuova edizione del Messale, ritengo che questo passaggio ad altre ed ulteriori nozioni possa risultare fondamentale. Spesso infatti le difficoltà di recezione della riforma liturgica dipendono dalle categorie inadeguate con cui continuiamo a pensare e ad elaborare il mistero di Cristo e della Chiesa.

L’articolo, di cui presento qui solo i primi due paragrafi, uscirà tra breve per la rivista Giornale di Bordo (III/50, 2019, 46-56). Una versione più ampia della argomentazione si trova in A. Grillo, Eucaristia, (Nuovo Corso di Teologia Sistematica, 8), Brescia, Queriniana, 2019 (soprattutto alle pp. 301-431).

Presenza sostanziale e presenza rituale:
sui limiti simbolici del concetto di transustanziazione

Lo sviluppo della tradizione latina

L’elaborazione della nozione di transustanziazione, termine tecnico elaborato dalla tradizione cattolica in riferimento all’eucaristia, è avvenuta nel corso di un complesso confronto tra diverse componenti della tradizione cristiana medievale, ed è poi stata utilizzata in quel momento di difficile crisi in cui il cattolicesimo fu costretto a confrontarsi con le varie forme di “protesta evangelica”. Essa è servita, almeno fino al XVI secolo, per mediare con sapienza tra diversi eccessi – realisti o simbolisti – presenti non soltanto nella teologia dell’eucaristia, ma anche, e forse soprattutto, nella cristologia.[1] Il concetto di transustanziazione deve essere dunque riconosciuto, in origine, come il frutto di una preziosa mediazione a salvaguardia della comunione ecclesiale. Ciò ha tuttavia comportato – al di là delle migliori intenzioni – una forte trascrizione dell’esperienza cristiana nelle categorie della teoresi filosofica, intellettualistica e metafisica di derivazione greca e di elaborazione scolastica, determinando una declinazione della presenza reale impostata secondo l’articolazione dell’essere come “sostanza” e come “accidente”.[2]

Questo sviluppo ha introdotto, inevitabilmente, una sopravvalutazione dell’invisibile (cui accede l’intelletto aiutato dalla fede) e una sottovalutazione del visibile (considerato soltanto nella sua funzione di supporto come elemento/materia o come oggetto della rubrica). L’intenzione originaria per cui la distinzione tra sostanza e accidenti è stata concepita, ossia l’unità del reale in divenire, ottiene nella dottrina eucaristica un effetto diverso e capovolto, un risultato di scissione e di separazione cui poi sarà difficile rimediare. Oltre a ciò, la stessa essenzializzazione della presenza nel solo momento della consacrazione ha di fatto ridotto ad usum tutto il resto dell’esperienza di presenza, nella Parola, nella preghiera eucaristica e nella comunione.[3]

Il recupero di queste tre fondamentali dimensioni della presenza del Signore nell’eucaristia – come evento ed esperienza di Parola proclamata e ascoltata, come evento ed esperienza di preghiera eucaristica ecclesiale, e come evento ed esperienza di comunione all’unico pane e all’unico calice – ha inevitabilmente indebolito e ridimensionato ogni pretesa di identificare la presenza soltanto nella conversione della sostanza assicurata dalla (sola) consacrazione. Un realismo temperato, che era l’obiettivo che ha orientato l’elaborazione della categoria dottrinale di transustanziazione con l’intento esplicito di moderare sia le pretese del semplice simbolismo sia quello del duro realismo, è stato sostituito da una progressiva distrazione dall’azione rituale, dalla sua contingenza e sensibilità, e dalla sostituzione di essa con una relazione diretta e misteriosa con la sostanza del sacrificio, che nulla ha più di liturgico e di simbolico. Se la transustanziazione, per la sua forma logica, fa perdere all’eucaristia la sua dimensione sacramentale – liturgica e simbolica – allora tale nozione pretende un’evidenza fisica e/o metafisica che trascrive irrimediabilmente l’esperienza sul piano dell’infrazione a una legge universale.[4] Questo spostamento epistemologico è diventato, lungo i secoli, causa e motivo di perdita dell’esperienza liturgica e rituale, sostituendo progressivamente il processo con l’atto, la sequenza con l’istante. E il cuore dell’eucaristia è diventato un atto di contemplazione, non un’azione rituale.

Ricontestualizzare uno sviluppo dottrinale

Non si tratta, perciò, di smentire il lavoro teologico secolare che ha elaborato e strutturato la teoria della transustanziazione a difesa di un realismo moderato. Si tratta invece di ricontestualizzarlo all’interno di un’esperienza più ampia e più complessa dell’evento eucaristico, anche secondo una nuova riflessione, offerta dall’attuale produzione filosofica, nella quale l’impiego di termini come sostanza e accidenti è diventato altamente problematico. E non sarebbe sufficiente emancipare la nozione di sostanza dalla terminologia filosofica, spostandola sul terreno del linguaggio comune, perché in questo modo si perderebbe il guadagno che la nozione classica ha introdotto. In un certo senso il movimento liturgico, il movimento patristico, il movimento biblico e il movimento ecumenico, che hanno caratterizzato in modo efficace la teologia dei primi decenni del XX secolo, hanno contribuito, ognuno per la sua parte, a questa ricontestualizzazione della verità eucaristica, permettendo di riconoscere, conclusivamente, due limiti teologici della nozione di transustanziazione, accanto a quelli legati più in generale alla transizione culturale tardo-moderna.

Infatti, per dire la presenza reale del sacrificio del Signore, il ricorso al linguaggio della conversione di tutta la sostanza resta legittimo, possibile, talora anche raccomandabile, ma non è in sé necessario. Non costituendo una verità diversa dalla presenza reale, ne costituisce un’autorevole esplicazione, ma non è “altro” dall’affermazione della presenza reale del corpo e del sangue del Signore Gesù nel pane e nel vino dell’eucaristia. Non si tratta di credere altro dalla presenza, ma di affidarsi a un’autorevole mediazione, il cui intento non è la testimonianza della fede, ma la sua spiegazione.

Inoltre, per dire la presenza del Signore nella cena eucaristica, la nozione di transustanziazione non è sufficiente a restituire l’integralità di esperienza cristologica ed ecclesiale che l’azione eucaristica istituisce, essendo concentrata solo su un momento della celebrazione e prendendo in considerazione soltanto una sequenza limitata del processo rituale. A una proposta di sostanzializzazione della presenza occorre sostituire una proposta di estensione e di articolazione della medesima: a una logica concettuale e statica deve essere sostituita una logica temporale e dinamica. In questo passaggio, muta radicalmente il ruolo dell’esteriorità, che non può essere relegata nell’ambito dell’accidentale o dell’apparente. Le specie e gli accidenti non sono solo apparenze non reali e contingenze non necessarie.

Una dottrina non strettamente necessaria e certamente non sufficiente

L’affermazione della non necessità e della non sufficienza della nozione di transustanziazione – desunta dagli argomenti sopra indicati – non implica in alcun modo un’intenzione di negare la presenza reale, bensì indica il compito di una “traduzione della tradizione”, mediante cui poter restare fedeli a quanto fecero i pastori e i teologi del XIII e XIV secolo: come essi tradussero nella relazione tra le categorie di sostanza e accidenti la fede eucaristica nella presenza del Signore – fede che nei molti secoli precedenti non si era espressa mediante questa terminologia – così noi oggi non dovremmo aver timore nel cercare categorie nuove per tradurre la medesima fede, con l’intento di restituire all’esperienza eucaristica integrale maggiore spessore di azione e più limpida unità di esperienza.

Così come per i teologi e i pastori dei secoli passati la costruzione del concetto di transustanziazione fu un lavoro lento, graduale e non privo di fatica, così è e sarà anche per noi il compito della sua revisione e del suo approfondimento. Per delineare tale obiettivo in maniera meno imprecisa, direi che il compito della revisione della nozione di transustanziazione dovrà poter fare esperienza dell’eucaristia non solo con l’intelletto, ma anche con tutta la sensibilità e attraverso il magistero dell’azione: una comprensione dell’eucaristia affidata soltanto alla categoria di sostanza – e perciò inevitabilmente legata al primato dell’intelletto, senza coinvolgimento della sensibilità – non può riuscire a valorizzare appieno né la dimensione sensibile dell’esperienza della figura e della similitudine, né le ragioni originarie dell’azione rispetto alla sola contemplazione, rischiando così di ridurre l’accidente e la specie ad elemento accidentale e “speciale”, mentre le ragioni originarie della stessa formulazione medievale della nozione di transubstantiatio attestano bene, quanto meno in sede teorica, che nell’eucaristia gli accidenti non possono mai essere semplicemente accidentali. Proprio questo forte limite, legato forse più allo sviluppo del concetto che alla sua intenzione originaria, determina oggi l’esigenza di una precisa revisione di questo “modo conveniente ed appropriato” – ma in senso assoluto non necessario e non sufficiente – di spiegare il dogma fidei, il quale consiste nella confessione della presenza del dono che il Signore fa di sé alla Chiesa radunata in assemblea per la celebrazione eucaristica.

Pubblicato il 7 gennaio 2020 nel blog: Come se non.


[1] Cf. U. Cortoni, «Habeas corpus» Il corpo di Cristo dalla devozione alla sua umanità al culto eucaristico (sec. VIII-XV)  (Studia Anselmiana, 170), Roma, 2016.
[2] Bisogna ricordare, infatti, che la terminologia della coppia “sostanza/specie” o “sostanza/accidenti” deriva da una riflessione aristotelica sull’essere, che “pollakòs légetai”, che “si dice in molti modi”. Sostanza e accidenti/specie sono, per l’appunto, due modi diversi dell’essere. Pertanto non si tratta di affermare o negare l’essere, ma di articolare l’essere dell’eucaristia su piani diversi. L’operazione di “messa a punto” della nozione di “transustanziazione” va compreso in questo ambito di una differenziata “affermazione dell’essere”.
[3] Questo secondo fenomeno è dovuto ad una diversa “coppia concettuale”, quella di “essentia/usus”, che permette di distinguere non i livelli della realtà, ma la necessità delle azioni. Così mentre con la coppia “sostanza/specie” si gestisce la relazione tra visibile/invisibile, con la coppia “essenza/uso” si gestisce la rilevanza delle diverse azioni, rispetto ai compiti del singolo e alla validità dell’atto.
[4] Cf. le belle osservazioni di Z. Carra, Hoc facite. Studio teologico-fondamentale sulla presenza eucaristica di Cristo, Assisi, Cittadella, 2018.

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