Padre nostro: uno in 5 minuti o 5 in un minuto?

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liturgia

Il titolo dell’articolo è il titolo intrigante di un simpatico libretto del vescovo Angelo Spina destinato ai ragazzi che mi ha indotto a riflettere sul fatto che la recita del Padre nostro in tante assemblee viene liquidata in 30 secondi.

Capisco che, in tempo di pandemia, sollevare queste osservazioni può sembrare un’operazione peregrina a fronte di tanti problemi che insorgono quotidianamente. Però vedo che sulle nostre riviste la ricerca e gli approfondimenti non cessano di essere prodotti.

D’altronde, pur nel dimezzato numero di partecipanti, penso che sia il caso di offrire l’occasione per migliorare le nostre liturgie con l’attenzione a quella parte denominata Riti di comunione.

Due motivazioni mi hanno spinto: una di ordine teologico e l’altra di ordine storico con riferimento alla Tradizione viva da cui abbiamo sempre da imparare qualcosa.

Cosa ci dice la riflessione teologica

Se si esamina la Preghiera eucaristica notiamo che essa non è che lo sviluppo della preghiera testamento di Gesù (Gv 17), intessuta di afflato trinitario.

«Quando viene pregata, siamo uniti ai sentimenti e ai desideri di Cristo. La comunità cristiana nella Preghiera eucaristica desidera essere nel Padre e con il Padre, a imitazione dell’atteggiamento di Cristo, di gustarne la presenza trasformante, d’essere e di divenire la sua persona in una comunione che non avrà mai termine. Attraverso la preghiera, nella quale è attivo lo Spirito Santo, noi tutti veniamo plasmati dal Padre perché emerga sempre dalle nostre persone la luminosità di Cristo. L’esperienza del Padre ci conduce all’essenzialità e alla semplicità con la quale celebriamo i linguaggi liturgici e che ci permettono di non distrarci dalla visione del Padre alla quale lo Spirito e il Cristo ci conducono» (Donghi).

Il Padre nostro in questa prospettiva, proclamato nella giusta maniera, rappresenta con tutta evidenza un momento performante nell’azione liturgica.

Non ha senso scandire le parole della consacrazione e poi recitare con una certa disinvoltura la preghiera del Signore: non viene facilitata l’azione educativa alla fede del Rito in questione.

Difatti, ci ricorda Guardini che «il testo di cui si tratta è Rivelazione, e lo si può intendere solo dalle labbra e dall’anima di colui che lo da. Gesù ci ha fatto dono del Padre nostro perché esso sia la nostra preghiera e noi dobbiamo dirlo nel suo spirito e con la nostra mano nella sua. Quando diciamo – pregando – le parole del Padre nostro, dobbiamo farlo in tutta semplicità e con quella riflessione che è possibile, e niente di più, per non ostacolarne il fluire».

Fluidità non significa quindi recitare il Padre nostro manco fosse una preghiera a cascata, una corsa a chi la finisce prima, come a volte capita di sentire.

Si comprende la giusta osservazione di A. Gentili: «Ma come non rimanere stupiti, per non dire scandalizzati, notando che soprattutto le nostre assemblee hanno trasformato lo stesso Padre nostro nella più sconcertante battologia, impoverendone o neutralizzandone la sacramentalità con una recitazione a dir poco chiassosa, precipitosa e impersonale!».

Il fluire della preghiera non sarebbe nemmeno facilitato da una maniera stilizzata, insopportabilmente lenta nello stacco e nelle pause, come certi modi di salmodiare, né da una scansione enfatica.

Gelineau suggerisce giustamente che «il Padre nostro non è uno dei canti della messa. Esso deve restare quello che è: preghiera che appartiene a tutta l’assemblea dei cristiani. Quindi, una recitazione lenta, meditativa, a mezza voce rimane un modo assai efficace di dire questa preghiera durante la messa».

Ciò non significa che debba essere una recita meditata, bensì aderente alla pregnanza delle singole invocazioni; la meditazione è per altri momenti della vita.

Significativa e liturgicamente aderente al senso teologico delle parole che diciamo è dunque una proclamazione non certo frettolosa, ma rispettosa dell’intervallo seppur lieve fra una invocazione e l’altra, in un crescendo di intensità per le invocazioni che toccano la nostra vita, la nostra fragilità, laddove si invoca l’aiuto del Padre perché si possa realizzare il suo Regno e la sua glorificazione della nostra vita salvata dalle seduzioni del male.

Padre Gardeil suggerisce il clima di quella preghiera: «È l’immagine dello stato interiore dell’anima veramente cristiana; anzi è qualcosa di più e di meglio di un’immagine: è l’anima stessa che si dilata, che vive in profondità il mistero della sua vita interiore. Nessuna ispirazione di poeta è mai stata capace di elevarsi all’altezza dell’anima che prega il suo Pater» (La vera vita cristiana, pag. 266).

Il Padre nostro dovrebbe avere la solennità dei corali che Bach strategicamente inseriva dopo recitativi e arie nelle Passioni e nelle Cantate sacre.

Cosa ci suggerisce la Tradizione

Tanta insistenza sul modo di recitare la preghiera del Signore è giustificata anche dal fatto che «nelle principali liturgie greche al Pater noster si pronuncia: “Facci degni Signore di poter osare fiduciosamente e senza rimorso di chiamare te, Dio del cielo, nostro Padre”.

Nell’anafora siriaco-orientale degli Apostoli la preghiera dice: “Lascia che la tua quiete, o Signore, dimori tra noi e la tua pace nei nostri cuori, e che la nostra lingua annunci la tua verità, che la tua croce guardi le anime nostre, affinché si faccia della nostra bocca nuove arpe e si parli con le nostre labbra di fuoco una nuova lingua. Facci degni, Signore, con la fiducia che deriva da te, di dire al tuo cospetto questa pura e santa preghiera che la tua bocca, dispensatrice di vita, ha insegnato ai tuoi fedeli discepoli, figli dei tuoi misteri: quando pregate, dovete pregare, confessare e dire: Padre nostro”.

L’entusiasmo per la grandezza di questa preghiera che vibra da tali parole, trapela in forma più contenuta anche da quelle che la precedono della nostra Messa romana. Comprenderemo anche meglio questo rispetto profondo se terremo presente come il Padre nostro venisse tenuto celato a suo tempo non solo ai pagani ma anche ai catecumeni, fino al momento che, col battesimo, divenivano figli del Padre Celeste» (Jungmann, Missarum sollemnia, 2004, pagg. 215-216).

Dopo alterne vicende nell’antichità cristiana, ad un certo punto, in Oriente, si pervenne alla prassi della recita comunitaria in base al presupposto che, se la preghiera del Signore era destinata alla preparazione alla comunione, essa dovesse essere recitata da tutti.

Nella Liturgia romana solo dal 1958 poté essere recitata dal popolo, inizialmente solo in latino, e, dal 1964, in canto, ma sempre in latino.

In che senso il “Padre nostro” è preparazione alla comunione?

Un motivo ulteriore per dare il giusto rilievo al Padre nostro è il fatto che questa preghiera introduce alla comunione eucaristica.

La terza sottosezione della Liturgia eucaristica ha una pregnanza comunitaria rilevante espressa da tutta la sequenza rituale fatta di parole e gesti significativi che acquistano ulteriore valorizzazione se preceduti da una recita significativamente solenne della preghiera del Signore: con essa inizia la preparazione prossima alla comunione soprattutto a motivo della richiesta «rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo…».

È l’eco del pressante insegnamento di Cristo nel discorso della montagna: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24).

Misericordia e perdono sono le premesse per la pace e l’unità nei rapporti umani. A questo vogliono condurre, nella loro sequenza rituale, l’embolismo, la successiva preghiera per la pace, il gesto della pace e la frazione del pane. Questi ultimi elementi hanno la finalità fondamentale di manifestare con evidenza l’unità, la carità, la fraternità di quelli che ricevono la comunione. Sono riti che inducono a vivere ciò che significano con parole e gesti, e sono tutti corollari della preghiera del Signore.

Il canto dell’Agnello di Dio, con la richiesta di perdono e di pace, suggella tutta la sequenza che è un invito a rendersi conto che, per ricevere la comunione, sia essenziale la fraternità vissuta: il sì a Cristo deve diventare per grazia il sì al fratello. L’invito a darsi la pace sottintende: «Fratelli, prima di fare la comunione con Cristo, fatela con i vostri fratelli, e non solo quelli che sono riuniti in chiesa, ma nella concretezza, varietà e difficoltà dei rapporti umani».

La terza edizione del messale dà il giusto rilievo ai Riti di comunione: del Padre nostro viene data la versione in canto gregoriano; lo stesso per l’embolismo, la successiva preghiera per la pace, l’augurio e l’invito a scambiarsi la pace.

Il canto dev’essere una sorta di cantillazione fatta senza una particolare impostazione della voce, ma con un tono piano e con l’accortezza di non trasformare il canto gregoriano in canto figurato, trasformando cioè in sestine le invocazioni più lunghe. La sillabazione legata alle note sarà fatta con scioltezza legando le sillabe fra di loro, evitando così una scansione rigida e troppo ieratica.

È stato eliminato il segno di breve pausa all’inizio della preghiera in modo che, d’ora innanzi, non ci si deve più fermare appena iniziato Padre nostro, com’era prassi, fosse anche per una breve pausa che logicamente e musicalmente non aveva senso.

Tutto l’insieme della sequenza rituale assume una dignità e un’espressività particolari: «Il canto esprime la comunione della Chiesa. Nell’assemblea godiamo di una fede creduta, cantata, testimoniata a beneficio dell’umanità tutta, e in questo atteggiamento viviamo l’unione per la quale Gesù ha dato la vita e continua a essere presente in mezzo ai suoi» (Donghi).

Mi viene spontaneo un riferimento musicale: penso all’ultimo movimento della prima sinfonia di Brahms, dove un solenne corale, che mi fa pensare alla dossologia, introduce un sereno inno alla pace (quasi una ripresa di quello della Nona): la recita o il canto distesi e fiduciosi del Padre nostro.

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