“ProgettOmelia” e dintorni

di: Bruno Scapin

Abbiamo posto a don Paolo Tomatis, docente di liturgia alla Facoltà teologica di Torino e direttore dell’Ufficio liturgico dell’arcidiocesi subalpina, alcuni quesiti in merito al “ProgettOmelia” promosso dall’Ufficio liturgico nazionale.

Don Paolo, la CEI si è fatta promotrice del “ProgettOmelia” collaudato in alcune diocesi. Ha dato buoni frutti questo esperimento?

Siamo ancora in fase di progettazione: 40 diocesi hanno risposto subito all’appello, altre si sono prenotate per una nuova sessione; in ogni caso, si potrà fare una verifica dei frutti solo dopo un tempo adeguato. La forma del laboratorio, che coinvolge un numero apparentemente esiguo di partecipanti (5 ministri ordinati), obbliga a misurare su tempi lungi l’efficacia della proposta.

Intanto, uno degli obiettivi del progetto è quello di dotare le Chiese locali di un progetto di formazione permanente, che sottolinei la necessità e la possibilità di una continua verifica e di un costante lavoro di miglioramento del proprio stile omiletico. Di fronte alle persistenti lamentele sulla qualità delle omelie, è doveroso che la Chiesa non resti muta, ma possa offrire una risposta concreta e mirata.

In questi decenni, abbiamo attivato corsi su molti aspetti della pastorale liturgica e in genere, segno di un’attenzione crescente ad alcuni temi (ad esempio, il canto, la lettura, la catechesi). La cosiddetta omiletica è invece confinata negli anni di preparazione al ministero, in corsi, che – come abbiamo rilevato da un’analisi di ciò che si fa nei seminari e nelle facoltà teologiche – sono per lo più troppo teorici e troppo corti, arrivando per alcuni aspetti troppo tardi (nell’ultimo anno), e troppo presto per altri, dal momento che non si è ancora entrati nel ministero della predicazione. C’è bisogno, invece, di una formazione permanente, che sia strutturata, agile e accessibile.

Il “ProgettOmelia” si propone di lavorare sulla forma dell’omelia. Si tratta di riproporre un’“ars oratoria”?

Sì e no. Sì, perché predicare è un’arte, che se, da una parte, suppone un carisma, dall’altra, richiede l’impegno e la competenza che il ministero esige. No, se intendiamo l’ars oratoria come un insieme di regole da studiare e da applicare con meticolosità. Ciò sarebbe impossibile e inopportuno, per ciò che riguarda il genere particolare dell’omelia, che rimanda ad un dialogo paterno e insieme “materno”, fraterno e amicale.

Già i grandi maestri della retorica cristiana se n’erano accorti: Agostino nel De doctrina christiana inizia a impostare un trattato di retorica sulla scia della retorica classica, ma a distanza di anni – complice la svolta antipelagiana, che attribuisce l’intero peso della predicazione alla forza della Parola più che allo sforzo dell’oratore – riprende la scrittura del trattato e rinuncia a seguire l’obiettivo dell’ars oratoria. Esso, infatti, richiede troppo tempo, e risulta troppo impegnativo per ministri senza un’adeguata formazione di base. Meglio imparare per imitazione, apprendendo la varietà degli stili e la sensibilità per la forma dai modelli della Scrittura e dei padri.

In ogni caso, l’attenzione per la forma è essenziale. Come diceva uno dei maestri del rinnovamento della teologia della predicazione in ambito protestante, «la forma non è solo un cavalletto, un attaccapanni, un filo sul quale stendere il proprio discorso; è piuttosto qualcosa di vivo e di attivo, capace di dare il suo contributo (talvolta non meno convincente del contenuto vero e proprio del discorso) a quello che intende dire o fare chi parla» (Craddock).

– Molte omelie sono povere di contenuti, frutto evidente di una preparazione culturale e teologica piuttosto scarsa. Non le potrà certo salvare una “forma” anche se eccellente.

Siamo d’accordo. E tuttavia chi si è sporcato le mani sul campo, offrendo corsi e percorsi di omiletica, ha fatto la sconfortante esperienza di quanto sia difficile intervenire sui contenuti. Intanto perché questo tocca ambiti molto personali, nei quali si può reagire o difendendosi («il mio modo di predicare è questo, e va bene così»), oppure umiliandosi. Per questo motivo, chi più avrebbe bisogno di ProgettOmelia se ne sta accuratamente alla larga, per non mettersi in discussione!

In secondo luogo, c’è un margine di soggettività per cui vi possono essere diverse scelte e diversi stili che condizionano il contenuto (più teologico ed esegetico, più concreto e parenetico, più spirituale e “mistico”). Non è raro sentire sulla stessa omelia commenti diversi, e non è raro che gli stessi fautori di omelie ricche di contenuti “scrivano” testi omiletici astratti e troppo intellettuali, da far compatire le assemblee chiamate ad ascoltarli.

– Che fare dunque?

La scelta di dedicarsi ad alcuni tra i fondamentali aspetti comunicativi è stata a lungo meditata, e non è stata attuata per ridurre la complessità e la profondità dell’omelia ad una questione di tecniche comunicative, quanto piuttosto per offrire un aggancio sufficientemente solido, concreto e il più possibile condiviso per prendere in mano le proprie omelie.

Si è consapevoli che una delle grandi sfide dell’omelia è relativo al contenuto, nel rispetto del contesto liturgico. L’ascolto delle esperienze di formazione omiletica ci ha tuttavia persuasi della bontà di questo metodo, che non si permette in prima battuta di “giudicare” il pensiero altrui, ma che, a partire dall’attenzione ad alcuni elementi di fondo relativi alla forma (c’è una struttura, c’è un obiettivo comunicativo? C’è un tema di fondo?), può ritornare in seconda battuta, con umiltà e fiducia, sulle questioni relative ai contenuti. Per questo motivo, grande attenzione è posta sullo stile con cui gli “osservatori”, cioè gli ascoltatori delle omelie proposte dai partecipanti nel laboratorio, sono chiamati ad offrire un feed-back e un consiglio.

La logica deve essere quella positiva e propositiva di chi invita a fare un passo in avanti, valorizzando il positivo, riconoscendo i punti di forza, e stimolando a cogliere i punti deboli con garbo e spirito di potenziamento.

– Il clero giovane, che viene dai nuovi linguaggi della comunicazione, può dare suggerimenti su come impostare l’omelia?

La “fauna” del clero giovane è variopinta: si va dalla reincarnazione di don Camillo al prete rapper, passando per il mistico, lo strillone, il simpatico mattatore, il prete “normale” e quello che si trasforma nella voce e nella postura. Indubbiamente, chi vive a contatto con le giovani generazioni, e più in generale con gli adulti che vivono in un mondo dalla comunicazione veloce e digitale, può offrire una capacità di comunicazione più immediata ed efficace, ma questo non è affatto scontato, e nessuno è al riparo dalla necessità di prestare un’attenzione mirata all’ordine, alla chiarezza, alla sintesi, alla concretezza che non rinuncia alla profondità.

– Molte omelie pronte per l’uso sono perfette lezioni di Scrittura, ma la vita è pressoché totalmente assente, mentre nelle omelie di papa Francesco la vita vi fa irruzione alla grande.

Sono d’accordo. Scherzando, quando mi chiedono se pensiamo veramente che con il ProgettOmelia i preti e diaconi possano migliorare il proprio stile omiletico, rispondo con una domanda: «Quante persone, secondo te, hanno migliorato la propria predicazione dopo aver letto il capitolo di Evangelii gaudium sull’omelia?». Mi guardano attendendo una risposta, che arriva puntuale: «Secondo me, neppure uno», perché anche la migliore riflessione sull’omelia rischia di rimanere una bella predica sulla predica.

Credo, invece, che molti possano essere stati stimolati e provocati dalle sue omelie quotidiane, con quel suo modo di parlare e di far riferimento alla vita che viene da un lungo esercizio di ascolto e di sguardo, unito al contatto con il popolo di Dio e all’odorato di chi sente l’odore delle pecore.

Ora, è chiaro che noi non possiamo predicare come papa Francesco, e neppure come un altro: il nostro stile omiletico è così legato alla nostra personalità, che solo sino ad un certo punto possiamo imitare un altro prete. E tuttavia, nel nostro modo di predicare abbiamo riferimenti, esempi dai quali attingere, tanto nella figura di predicatori, quanto nella vita delle persone che ci stanno accanto.

Detto questo, il collegamento della Parola con la vita, all’interno del contesto liturgico, è tanto necessario quanto delicato, perché le situazioni che sono davanti a nostri occhi sono tante e diverse tra loro, e occorre un’esemplificazione che non sia banale, né troppo discutibile, sino al limite di innervosire.

Dietro una certa ritrosia a voler applicare in modo immediato la Parola alla vita, non c’è solo la distanza dal popolo di Dio, c’è anche l’intelligenza di chi sa che la vita è molto più grande e complessa delle nostre piccole istruzioni per l’uso.

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