Un problema con la liturgia

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La notizia recente dell’appoggio di Benedetto XVI al cardinal Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino, attraverso l’ovvio strumento di una postfazione (o prefazione) al suo ultimo testo, suscita riflessioni senza fine e apre la via a domande curiose, neanche tanto semplici da ordinare brevemente.

Infatti, le angolature dalle quali osservare quanto accade sono tante, come tanti sono gli argomenti che, da ciascun approccio, prendono vita. Nel mio piccolo, ho preferito la strada di una “lettura fondamentale”, meno avvezza allo specialismo e più capace di cogliere gli attimi. Il mio tentativo muove dunque in questa direzione.

La liturgia al centro della “tensione”

Su tutto ciò a cui la scelta di Ratzinger rimanda, risalta indubbiamente un “problema liturgico” che si pone alla base dell’intera vicenda. È la liturgia il vero punto nodale delle questioni più recenti ed è sempre la liturgia che contraddistingue la tensione teologica ospitata dal papa emerito. Lo è perché sin dalla sua elezione al soglio pontificio, papa Benedetto si caratterizzò per uno stile diverso e opportunamente “distanziato” dai suoi immediati predecessori.

Il pontificato di Francesco, in questo senso, ha recuperato una densità liturgica specificamente conciliare, quasi a mo’ di correzione di alcuni “movimenti” che, ora più ora meno, subiscono assestamenti ben avvertibili.

La sensazione è che il dibattito provocato dal prefetto Sarah in occasione della proposta di una “riforma della riforma”, per esempio, non mirasse direttamente ad un «adattamento» (cf. SC 40), sull’esempio di quelli passati, bensì ad una riacquisizione, avente per oggetto un modello liturgico sì definito ma superato.

La discesa in campo di papa Francesco, che ha sollevato l’insostenibilità della proposta, va compresa entro le linee di un sostanziale riallaccio conciliare, come si può notare dagli stessi termini espliciti da lui utilizzati, e quindi entro i toni definitori del Concilio come di un fattore ineludibile per la Chiesa di domani. Rimane fondamentale il principio espresso da Sacrosanctum concilium e mai troppo approfondito: «La revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale» (SC 23).

Solo una corrispondenza tra questi tre elementi può condurre ad esperienze liturgiche corrette. La questione è definitivamente di natura ermeneutica: emergono qui due diverse interpretazioni del Vaticano II, dove la liturgia tiene banco perché anticamera del “resto” conciliare.

Una dissociazione tra liturgia ed ecclesiologia

Un altro elemento che merita di essere rilevato è l’impressione che certi dibattiti odierni tendano ad una separazione netta tra gli ambiti della liturgia e dell’ecclesiologia.

Contrariamente a quanto si possa pensare, il “peccato originale” di questa dissociazione non sta nella mancata considerazione dei legami profondi tra rito e comunità, fatto presentatosi solo debolmente, senza vere ripercussioni, ma nella ridefinizione asimmetrica di quei legami, dunque portatori di interazioni filtrate, indirette, difficili. Con l’indubitabile conseguenza che l’azione non trova più giustificazione nell’assemblea orante, lieta di riunirsi nel rispetto della fede che professa, ma nell’arbitrarietà soggettiva.

La distanza che alcuni eventi hanno cercato di introdurre, forse non direttamente, nei rapporti tra due indiscutibili aspetti della fede cristiana, ha generato problematiche interpretative e inteso la liturgia come la concretizzazione di un “potere” esclusivo (cf. EG 95). Benché la mossa di Benedetto XVI non persegua questo obiettivo, non si può nascondere il rischio di assecondare questa distanza e di aggiungere ulteriori capitoli ad una storia triste, già bloccata da un comunicato della Santa Sede dell’11 luglio 2016 e dallo stesso Francesco in un’intervista a padre Antonio Spadaro.

Si dovrebbe tenere a mente, in conclusione, quanto il dettato conciliare ci ha consegnato sulla res della liturgia: essa è «culmine verso cui tende l’azione della Chiesa» e, al tempo stesso, «fonte da cui promana tutta la sua energia» (SC 10). Si capisce, per dirla con Andrea Grillo, che recepire il Concilio è la sola ermeneutica possibile (cf. Settimananews.it 19 e 21 maggio 2017).

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