V Per annum: Guarì molti

di: Roberto Mela

Davanti a YHWH, Dio della vita, al Padre fonte di ogni bene, la Chiesa oggi presenta la schiera innumerevole dei suoi membri dolenti per la malattia e le ferite della storia. Sono il suo tesoro più prezioso, perché sa che il suo Signore volge su di essi il suo sguardo privilegiato di amore e di compassione.

La Chiesa domanda a lui per tutti loro e per tutta l’umanità la salvezza e, se è sua volontà a maggior sua gloria e a vantaggio del Regno, anche il sollievo fisico e psichico, non esclusa la guarigione completa.

Gesù risorto accoglie tutti nella novità della sua carne pasquale, irradiata dallo Spirito. «Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo, divenne spirito datore di vita/zōiopoioun» (1Cor 15,45, cf. Gen 2,7).

Nel dies dominicus la Chiesa invoca per l’umanità colpita dalla fragilità e dal male l’aiuto potente di Gesù risorto, speranza e vita di ogni uomo che vive sotto il sole.

Militare e giornaliero

Dolente la lunga protesta di Giobbe nei confronti di YHWH. Nel primo dei tre interventi dell’“amico” Elifaz (Gb 4,1–5,27), nell’ambito del primo ciclo di discorsi (Gb 4–14), a Giobbe viene illustrata la sorte dei malvagi, secondo la rigida legge della retribuzione venerata dalla tradizione classica di Israele («Ricordalo: quale innocente è mai perito e quando mai uomini retti furono distrutti?», 4,7) ma disumana nella sua applicazione meccanicistica (oltreché scorretta teologicamente, col senno di poi…).

Gb risponde ad Elifaz di Teman lamentandosi con Dio. In una prima protesta/lamento verso Dio (6,1-13) Giobbe esprime tutta la sua nausea della vita; nella seconda (6,14-30) egli dibatte sulla freddezza mostrata dagli “amici” nei suoi confronti; nella terza (7,1-11) egli denuncia a YHWH la sua vita come quella di uno schiavo; nella quarta (7,12-12) grida a YHWH, domandandogli per quale motivo l’abbia preso a bersaglio puntandogli addosso uno sguardo fisso indagatore e asfissiante.

Schiavo indifeso

Il dolore di Giobbe non lo lascia riposare neanche di notte e gli popola la mente di sogni mostruosi e di incubi ricorrenti. Nella prima strofa della sua risposta (7,1-4) ad Elifaz, Giobbe si sente un uomo oppresso dal peso del “servizio militare/ābā’” – definizione attuale dell’esercito israeliano e del servizio militare ad esso commesso –, duro lavoro reso obbligatorio da Salomone (1Re 9,19 e 10,26). In esso si attende con ansia il cambio di turno di sentinella (Gb 14,14).

A volte Giobbe si sente invece un “salariato a giornata /šākîr”, un giornaliero, un lavoratore pagato a cottimo. Al livello più basso del proletariato, egli era sospeso «alle varianti del mercato delle braccia e alle speculazioni degli intermediari» (G. Ravasi), tanto da dover essere protetto da leggi apposite del Deuteronomio che gli garantissero la consegna della paga la sera stessa della lunga giornata di lavoro (cf. Dt 24,14-15).

Al di sotto del salariato giornaliero, nella scala sociale c’era lo schiavo/‘ebed, «un uomo privato della sua libertà, almeno per un certo tempo, acquistato e venduto, possesso di un padrone che lo usa a piacimento» (R. de Vaux). Anche lui godeva di qualche legge umanitaria, rispetto a Roma, dove lo schiavo era considerato un instrumentum genus vocale, «una specie di attrezzo dotato di parola» (Varrone).

Lavorare dodici ore sotto il sole implacabile del Medio Oriente è un supplizio che ben conoscono anche i lavoratori in nero, migranti per disperazione, sfruttati nei campi di pomodori dai “caporali” che li prelevano alle tre o alle quattro di notte, pagandoli € 2,50 all’ora e trattenendo loro le spese per il trasporto. Il giornaliero sospira un momento di riposo all’ombra che, con il caldo secco, si gusta appieno ed è veramente una manna che fa rifiatare. Così pian piano verrà sera, il momento della paga, e poi si potrà tornare a casa…

Come la spola

Ma a Giobbe sono toccati mesi senza paga, mesi di “vacuità/illusione/šāwe” e notti di “fatica/dolore/pena/afflizione/‘āmāl”. Nella notte non c’è riposo, ma un agitarsi smanioso nell’attesa del primo filo di luce. «La mattina spero di non arrivare alla sera, e la sera spero di non rivedere il mattino» (s. Teresa del Bambino Gesù, Gli scritti, cit. da G. Ravasi).

Fra Luis de León – agostiniano, uno dei più grandi scrittori e poeti spagnoli (Belmonte [Cuenca] 1527 – Madrigal de las Altas Torres 23/8/1591) – lo applica al combattimento della vita e alla sua conclusione desiderati: «Così deve capire colui che nasce, che nasce assoldato per la pena e il pericolo… Poiché in tutte le ore della vita c’è pena: nella fanciullezza da ignoranza e debolezza, nella giovinezza da passioni e ardori, nell’età adulta dalle pretese e dalle competizioni, e nella vecchiaia pene causate da essa stessa, e in tutte le ore l’infermità aggredisce, la morte regna ed è poderoso il disastro…» (cit. da L. Alonso Schökel).

Nella seconda strofa (vv. 5-8) della sua risposta all’“amico” Elifaz (ma in fondo Giobbe si rivolge in lamento contro YHWH), Giobbe applica a sé quello che l’Amico aveva detto dell’empio ma, nello stesso tempo, fa emergere un filo ininterrotto che segna tutta la parte in prosa del libro: la ferrea legge religiosa del retribuzione fa a pugni con l’esperienza vitale concreta delle persone, almeno quella di Giobbe.

Anche se ci fosse stata qualche colpa nella sua vita – accusa che in genere Giobbe rigetta ma che, a volte, ammette – bisogna riconoscere che la punizione ricevuta è oltremodo sproporzionata e ingiusta da parte di YHWH. La vita di Giobbe è totalmente avvolta dall’ansia psicologica e dalla tensione interiore, ma anche il fisico è ormai ridotto a brandelli. Le giornate scivolano via tra le mani più veloci e leggere della spola nel telaio (cf. Pr 31). Hanno un «andirivieni altero e inquieto… aggiungendo ciascuna volta una linea di tela alla vita, senza speranza di finire il disegno, poiché gli taglieranno l’ordito d’un solo colpo» (L. Alonso Schökel).

Ricordati!

“Fa’ conto/ricordati/zekōr”, grida Giobbe a YHWH, attingendo alle grida dolenti dei salmisti (v. 7; cf. Sal 25,6s; 74,2; 89,51; 119,49; 132,1: 137,7). Ricordati YHWH che la mia vita è “soffio/respiro di un attimo/spirito vitale/rûa”; è un “ebel/soffio”, secondo Qohelet, e «chi sa se il soffio vitale dell’uomo sale in alto, mentre quello della bestia scende in basso, nella terra?» (Qo 3,21). Sono convinto, ormai – grida Giobbe –, che i miei occhi “non/lō’” torneranno più a vedere “il bene/il bello/ôb”. Una collana nerastra di “non/lō’” (vv. 7b.8a.9b.10a.10b.11a) è ormai appesa al collo di Giobbe. La vita è un fiume che scorre unicamente verso la tomba, la morte.

Tutti noi non vedremo più i luoghi a noi familiari, ed essi faranno a meno di noi… Il bene è la vita, la luce, il bello, YHWH. Non vedrò più YHWH, si lamenta in fondo, dolente, Giobbe.

Non è giusto soffrire. Soffrire poi senza il bene, senza YHWH, è addirittura tragico.

La casa

Sta per finire per Gesù la sua lunga “giornata di Cafarnao (Mc 1,21-34). La sua giornata-tipo, la giornata-ideale trascolora su Gesù che esce dall’ambito pubblico di studio e di discussione religiosi (la sinagoga) all’ambito privato, raccolto e accogliente, del calore di una “casa/oikia”. È la casa di Simone e di suo fratello Andrea, che egli ha appena chiamato a seguirlo per diventare “pescatore di uomini» (vivi, per una vita nuova) (vv. 16-20).

Probabilmente Simone aveva già offerto stabilmente una stanza della sua abitazione al suo illustre ospite, il Maestro, il rabbi sceso da Nazaret a Cafarnao, la vivace cittadina di frontiera posta sulla trafficatissima Via maris che dall’Egitto porta a Damasco e nei lontani territori della Mesopotamia.

Nella sinagoga di Cafarnao Gesù aveva esorcizzato un uomo totalmente preso dal suo male proveniente dal mondo dell’Impurità opposto a Dio. Un maniaco religioso è dilaniato e spersonalizzato da una molteplicità di presenze che si oppongono al Bene che viene a distruggerle definitivamente/escatologicamente (apolesai < apollymi, v. 24).

Nella “casa”, grembo della crescita del popolo messianico rinnovato, radunato e istruito dal Messia, Gesù incontra il male fisico, la “febbre” che fa “giacere in posizione simile a quella della morte/katakeito” la suocera di Simone.

I presenti immediatamente parlano di lei a Gesù, intercedendo implicitamente un suo intervento guaritore. Gesù non prende le distanze dal male e dal malato e non resta indifferente alle situazioni dolorose che toccano la carne delle persone. Non pronuncia alcuna parola. Le parole devono rimanere sempre molto prudenti e vigilate di fronte all’umanità ferita e sofferente.

Mano nella mano

Gesù – che con i suoi era già “entrato/elthon eis” nella casa – si “avvicina/proselthōn”, si rende ancor più “prossimo”, fa prontamente i passi necessari per mettersi accanto alla persona immobilizzata nel suo letto di sofferenza/morte.

Gesù “fa risorgere/solleva/rialza/risveglia/ēgeiren” la donna “dopo averla afferrata con forza/kratēsas” per mano. Mano nella mano. La mano, implicitamente la destra, il luogo della potenza e dell’abilità. Una stretta di mano che è alleanza, trasmissione di forza, promessa di vicinanza e di custodia. Non sarai mai solo. Io sono con te, esisto solo in quanto sono con te e per te, per liberarti. Io sono il Figlio di YHWH, “Sarò Colui che è in quanto è per te/’ehyeh ’ăšer ’ehyeh” (Es 3,14) Il figlio è colui che fa le stesse cose del padre.

A contatto con la Vita, la “febbre”, alterazione dell’equilibrio vitale, sintomo provvidenziale – nella sua pesantezza spossante – della necessità del medico, “lasciò/perdonò/aphēken” immediatamente la donna.

Risorse e serviva

La Vita fa recedere l’alterazione (mortale) della vita, ridona equilibrio e capacità rinnovata di “stare in piedi”. I racconti paralleli di Mt e di Lc si servono dei due verbi di risurrezione per descrivere l’alzarsi della donna guarita: ēgerthē, Mt 8,15 (cf. detto di Gesù risorto: Mt 16,21;17,9; 27,63.64; 28,6.7); anastasa, Lc 4,39 (cf. riferito a Gesù risorto: Lc 18,33; 24,7; 24,46). Marco lo presuppone.

Gesù rimette in piedi le persone del popolo messianico. Con lui si è avvicinato il regno di Dio fino a lambire potentemente la vita degli uomini (cf. Mc 1,14-15). Non è ancora il “paradiso” sulla terra, ma alcuni segni della sovranità di Dio sugli uomini e sul mondo sono posti con chiarezza.

Il male – con tutto il suo codazzo di sintomi e di esiti mortali – non è collegato direttamente a una colpa personale (cf. la decisiva affermazione liberante di Gesù in Gv 9,3, mai pienamente assimilata neanche ai nostri giorni). Esso resta, però – male fisico compreso –  una spia del fatto che il mondo attuale è fratturato, scomposto, non pienamente umano e umanizzante.

Nella casa/comunità/Chiesa la risurrezione porta immediatamente al “servizio duraturo e ripetuto/diēkonei” dei fratelli, dei discepoli di Gesù (per poi aprirsi al mondo vasto delle relazioni più varie, cf. Mt 25,31-46).

L’evangelista Matteo concentra il servizio della donna riferendolo al solo Gesù (Mt 8,15). Nel Maestro si riconosce la fonte della vita rimessa in piedi. Il servizio non tarderà a scendere su tutti i fratelli che vivono insieme nella dolcezza. Sarà come olio che scende sulla barba di Aronne (cf. Sal 133,1-2). La sposa sarà vite feconda nell’intimità della casa; i figli saranno virgulti d’ulivo in torno alla mensa (cf. Sal 128[127],3).

Guarì “molti”

Terminato il giorno di sabato, gli ebrei osservanti portano a Gesù tutti i loro malati non in pericolo di vita. Nella “casa” messianica Gesù aveva già guarito la suocera di Simone, facendole gustare in pienezza la gioia del sabato. Esso era stato comandato agli israeliti da YHWH per godere il riposo di Dio a sua immagine e – tendenzialmente – a sua somiglianza e per gustare la libertà proveniente dal Dio dell’esodo, liberatore del suo popolo (cf. Es 20,8-11, Dt 5,12-15). Gesù guarisce “molti” malati, cioè tutti quelli che gli venivano portati. Occorre tener presente che il semita non apprezza tanto l’opposizione “greca” “uno” / “tutti”, quanto quella fra “pochi” / “tanti”.

A Cafarnao, alle prime ombre della sera, calato il sole, nel primo giorno della settimana (cf. Mc 16,2 tēi miai tōn sabbatōn; yôm rî’šôn “primo giorno” in ebraico moderno), i malati e gli “indemoniati” appartenenti all’osservanza rigorosa del sabato possono gustare l’interpretazione definitiva e messianica di quel comando dato da YHWH grazie alla persona di Gesù, alla sua libertà di Figlio, interprete definitivo e insuperabile della volontà originaria del Padre.

Il popolo viene liberato. Il popolo cresce nel suo essere stato creato e liberato a immagine e somiglianza di YHWH.

Inizia per “molti” la vita guarita dalla pasqua di Cristo.

Le ferite vengono assunte da lui.

Il male di vivere e la protesta di Giobbe non sono tacitate ma accolte e trasfigurate dal Divino Paziente, risorto il primo giorno della settimana (cf. Mc 16,1-2).

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