VI Istruzione/3: il latino liturgico

di: Andrea Grillo

«Il dibattito nato attorno alla traduzione dei testi liturgici nelle principali lingue moderne mi sembra che viva e si nutra principalmente di fraintendimenti, nati da una certa confusione tra lingue veicolari e lingue vernacolari, e una poca considerazione del latino liturgico come particolare lingua sviluppata dal latino cristiano.

La stessa traduzione della Quinta Istruzione liturgica, De usu linguarum popularium in L’uso delle lingue vernacole, lascia intendere un uso poco consapevole dell’aggettivo vernacolo, che se inteso nel senso comune di domestico e familiare, aprirebbe ad una serie di riflessioni intono alla ricerca di una semantica e di uno stile da trovare interrogando la madre in casa, i bambini in strada, e il popolo al mercato».

Con queste parole inizia il testo di C. U. Cortoni che qui presentiamo. Per superare le difficoltà che sono scaturite dalla V Istruzione, occorre riflettere non solo sui criteri di traduzione dal latino alle lingue moderne, ma anche sulle caratteristiche peculiari del rapporto che si istituisce tra il latino liturgico e tali lingue. Su questa delicata relazione, lo studio di Cortoni appare particolarmente prezioso. Esso aiuta a comprendere tre punti fondamentali:

  1. a) Il latino liturgico si è formato in una storia nella quale ha assunto il ruolo di “lingua vernacolare”, con caratteristiche di “lingua d’uso” dipendente dalle traduzioni della Scrittura;
  2. b) A ciò si aggiunge la caratteristica di essere concepito e utilizzato come “lingua di proclamazione” prima che come “lingua di lettura”;
  3. c) la lingua di arrivo della traduzione deve quindi oggi rispettare la memoria delle fonti di un’assemblea celebrante.

Dall’analisi offerta in questo breve ma intenso studio, l’approccio solo filologico di interpretazione del testo liturgico perde una parte fondamentale sia della sua intenzione, sia della attenzione per il destinatario, che nel testo risulta originaria.

Qui di seguito il testo di C. U. Cortoni – professore di teologia sacramentaria medievale presso l’Ateneo S. Anselmo – che offre suggerimenti preziosi in vista di una VI Istruzione.

Come poter passare da una lingua veicolare ad una vernacolare?

di Claudio Ubaldo Cortoni

Il dibattito nato attorno alla traduzione dei testi liturgici nelle principali lingue moderne mi sembra che viva e si nutra principalmente di fraintendimenti, nati da una certa confusione tra lingue veicolari e lingue vernacolari, e una poca considerazione del latino liturgico come particolare lingua sviluppata dal latino cristiano.

La stessa traduzione della Quinta Istruzione liturgica, De usu linguarum popularium in L’uso delle lingue vernacole,lascia intendere un uso poco consapevole dell’aggettivo vernacolo, che se inteso nel senso comune di domestico e familiare, aprirebbe ad una serie di riflessioni intono alla ricerca di una semantica e di uno stile da trovare interrogando la madre in casa, i bambini in strada, e il popolo al mercato.

Il vernacolo e il dialetto standardizzato

In Liturgiam authenticam una delle prime preoccupazioni è quello di fissare le lingue idonee per la traduzione dei testi liturgici, distinguendo tra lingue e dialetti, lasciando intendere che sono preferibili lingue veicolari, partendo, forse, dal presupposto che il latino liturgico possa essere ascritto a questo particolare gruppo linguistico.

Lingua veicolare è quella usata come mezzo di comunicazione tra parlanti che appartengono a comunità linguistiche diverse (T. De Mauro), il che farebbe pensare che il latino liturgico fu scelto in ragione della lingua in uso nella parte occidentale dell’Impero, anche dopo che questo venne meno lasciando il posto ai Regni romano barbarici.

Questo è vero solo in parte, il latino liturgico è una lingua di traduzione che costruisce il suo lessico, se non addirittura parte della sua sintassi, prima dalle numerose traduzioni latine della Bibbia (Gregorio Magno, Lettera a Leandro di Siviglia), e poi dalla Vulgata di Girolamo [P. Stotz, Il latino medievale, Firenze, SISMEL, 2013, 43-74; cf. la voce del 2010 «Chiesa e lingua» di R. Librandi in http://www.treccani.it/enciclopedia/chiesa-e-lingua_(Enciclopedia_dell’Italiano); cf. la voce del 2010 «Cristianesimo e lingua» di C. Marazzini in http://www.treccani.it/enciclopedia/cristianesimo-e-lingua_(Enciclopedia_dell’Italiano)/ ].

Il latino liturgico è molto più vicino alla lingua sognata da Gregorio Magno e annunciata a Leandro di Siviglia nella lettera di dedica al suo commento morale a Giobbe del 591, lontana dalla regole di Donato e piena di barbarismi e metacismi, secondo il principio che è più che giusto che il figlio messo al mondo (il commento biblico) esprima questa somiglianza con sua madre (la Sacra Scrittura). Il lungo scritto di Gregorio Magno aprì un confronto senza pari nella storia della traduzione per i rapporti tra Chiesa latina e greca, divise sulla resa del senso o della lettera in sede di traduzione.

Si può affermare che il latino liturgico è in una certa misura qualcosa di diverso da una lingua veicolare, è essa stessa una lingua di arrivo nella traduzione, rispetto ad esempio alla tradizione greca, in questo senso, o meglio nello spirito della Quinta Istruzione liturgica, si può affermare che il latino liturgico è una lingua vernacolare. Ma cosa si intende per lingua vernacolare?

Una lingua vernacolare, o vernacolo, si contrappone a lingua ed è distinta da dialetto, rispetto al quale è più popolare e locale (un po’ come in francese patois si contrappone a langue e si differenzia da dialecte). Anche se il termine deriva da verna, lo schiavo nato in casa del padrone e quindi a lui più familiare e affezionato che lo schiavo comprato, il che farebbe pensare allo sviluppo di un eloquio famigliare, il latino liturgico, che appartiene al più complesso sviluppo del latino cristiano, può essere considerata una lingua settoriale o speciale, nel senso di una variante standard o dialetto standardizzato rispetto al latino classico.

Il problema non è dunque capire quale lingua veicolare possa essere migliore per la traduzione del latino liturgico, ma comprendere che il latino liturgico rientra in una variante standard del latino, con caratteristiche proprie fissate, che debbono essere conosciute prima ancora di passare alla traduzione del testo liturgico in altre lingue.

Il latino liturgico una lingua veicolare impropria

Si può parlare a ragione di latino liturgico nel più ampio orizzonte del latino cristiano, o meglio di una lingua connotata da caratteristiche proprie, che la distinguono in parte dall’uso classico della lingua latina nella sua evoluzione tardoantica e altomedievale.

La base del latino liturgico sono le traduzioni latine delle Sacre Scritture, che forniscono immagini, semantica e modelli per i testi liturgici, che alla fine del Tardo Antico iniziano a trovare una propria stabilità.

La fine del Tardo Antico rimane per la lingua liturgica il punto di partenza e il modello principale al quale ogni altro sviluppo della lingua rituale si richiama per secoli: da qui la peculiarità di questa lingua e anche la difficoltà a tradurla nelle lingue correnti.

Una seconda peculiarità del latino liturgico è la sua appartenenza alla medio-oralità, e cioè caratterizzata da testi composti per la pubblicazione orale, per essere cioè letto ad una assemblea (cf. L. Sbardella, L’Oralità. Da Omero ai mass media, Roma, Carrocci, 20143).

Una corretta interpretazione del testo liturgico, sia esso tratto da un sacramentale o un inno, l’uno è modello spesso per l’altro, deve tenere conto della composizione del testo:

  1. Rintracciarne cioè il modello biblico, nella corrispettiva fonte latina delle Sacre Scritture, per ricostruirne lo sfondo scritturistico che sostiene il piano teologico della specifica preghiera liturgica, ricondurlo poi alla ratio celebrativa, per rendere quello che potremmo chiamare l’efficacia dell’orazione, lo scopo per la quale è stata composta.
  2. Quando si rende necessario, ed è possibile, rintracciare anche le fonti patristiche del testo, che si aggiungono gradualmente al patrimonio della lingua biblica già nell’Alto Medioevo, per entrare ancora maglio nella specificità di un linguaggio organizzato per celebrare un determinato evento.
  3. Rispetto allo studio del lessico non dimenticare mai la necessaria differenza tra la ricerca di una precisione filologica e la natura del testo liturgico, che risponde ad esigenze proprie: un esempio è la disputa sulla traduzione del verbo battezzare, nei Vangeli e nei testi liturgici, tra Erasmo da Rotterdam, difensore della ricerca lessicografia ante litteram, e Lutero, che invitava l’umanista agostiniano a non vanificare il senso teologico di questo termine sacrificandolo alla correttezza filologica. La formula io ti bagno in luogo di ti battezzo ovviamente finiva per depotenziare l’efficacia rituale della formula.
  4. Nell’acquisire tali informazioni sul testo si tenga sempre presente la modalità tardoantica e altomedievale con la quale si citano passi della Scrittura e dei Padri, distante dalla sensibilità moderna formatasi sull’esegesi positiva della fonti; e quando si affronta la traduzione di testi liturgici moderni, prima si confronti sempre la struttura con quello che sembra essere il modello di riferimento, per poi comprendere differenze e progressi nella composizione letteraria dello specifico scritto.
  5. Al momento della traduzione le informazioni acquisite sul testo debbono essere riportate alla contemporaneità, nel senso di ricercare i testi delle fonti nella propria lingua di arrivo, cioè di traduzione, per conferire alla preghiera, o all’inno tradotto, quell’efficacia che lo contraddistingue nella lingua di partenza, consapevoli che tradurre è dire quasi la stessa cosa (Umberto Eco sull’esperienza della traduzione).
  6. L’appartenenza del latino liturgico alla medio-oralità, oggi meno diffusa che un tempo, chiede al traduttore l’accortezza di adeguare il cursus del testo ad un assemblea che dovrebbe ascoltare e non leggere. E dunque il lessico deve essere riconoscibile all’orecchio del fedele, per un rimando efficace tra sfondo biblico, che lo ispira, ed esperienza del rito.

Una conclusione: dal testo liturgico al latino liturgico

Il problema della traduzione dei testi liturgici, già tra di loro molto diversificati, nasce dall’eccessivo carico che viene dato al testo, prima ancora che alla lingua, il latino liturgico, che appare già come lingua di arrivo, e cioè di destinazione, e non di partenza. Se poi consideriamo che la lingua, che fornisce lessico e morfologia al latino liturgico, è quella della traduzione latina della Scrittura e dei Padri, che a sua volta una lingua di arrivo nella traduzione, il circolo ermeneutico diventa infinito.

Una vera possibilità per rendere il senso del testo liturgico in un’altra lingua, potrebbe essere quello di ricomprendere le fonti del testo nella lingua d’arrivo o di destinazione, dopo aver compreso, però, il senso con il quale la terminologia biblica e quella patristica è usata nel latino liturgico, e cioè la lingua di partenza.

I testi essendo composti per essere recitati e dunque recepiti da un’assemblea liturgica, secondo le leggi che regolano la medio-oralità, debbono rispondere, nella traduzione, alla memoria effettiva del lessico e dei richiami scritturistici, secondo l’attuale traduzione conosciuta dall’assemblea. In breve la lingua di arrivo della traduzione deve rispettare la memoria delle fonti di un’assemblea celebrante, dando per scontato che le fonti del testo liturgico siano ancora quelle bibliche.

Pubblicato il 11 marzo 2016 nel blog: Come se non

 

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