VI Istruzione/8: “impasse” in Germania e imbarazzo negli USA

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È diventata di dominio pubblico, durante il Convegno parigino dell’ISL dei primi di febbraio – che celebrava i 60 anni dalla fondazione dell’Istituto Superiore di Liturgia – la condizione di “impasse” che Liturgiam authenticam ha determinato in molte Chiese nazionali. In particolare il racconto, fatto da un esperto tedesco, durante il dibattito del Convegno di Parigi, appare singolarmente significativo; esso si unisce ad un crescente disagio del mondo anglosassone, che, dopo lunga fatica, si è dotato di uno strumento “inutilizzabile”: in qualche modo, se per evitare l’abuso si arriva a rendere impossibile l’uso, qualcosa di molto profondo non funziona e chiede un intervento tanto autorevole quanto urgente. Segnalo allora sia questa interessante “narrazione” della “impasse” tra Conferenza Episcopale Tedesca e Congregazione, sia la recezione anche negli USA del dibattito su una nuova Istruzione.

“Impasse” tra Conferenza Tedesca e Congregazione del culto

Nel novembre scorso i vescovi tedeschi hanno presentato alla Congregazione per il culto divino una situazione molto grave: con gli attuali criteri di orientamento e di giudizio sulle traduzioni – che riguardano anzitutto la nuova edizione del Messale romano – non è possibile procedere ulteriormente. Se si osservano i criteri imposti, si producono traduzioni incomprensibili. Se si vuole rendere comprensibile il testo, si debbono violare i criteri stabiliti. In questo modo si è determinata una condizione di tale imbarazzo e contraddizione, che l’esito non può essere altro che una totale paralisi. Il racconto riferiva che i Vescovi tedeschi avrebbero detto apertamente al prefetto card. Sarah la loro ferma intenzione di non presentare più alcun testo per la recognitio finché il criterio di giudizio sarà costituito da Liturgiam authenticam.

È evidente che si tratta di una posizione di estremo rilievo, e che segnala un problema di fondo, che non può essere affrontato seriamente senza prendere di petto la questione di una nuova Istruzione, che modifichi profondamente il modo di operare nel tradurre e di giudicare sulle traduzioni.

Se è vero che il card. prefetto avrebbe risposto proponendo ai vescovi – alla conclusione dell’incontro – «una accorata meditazione sulla importanza della obbedienza nella Chiesa», va riconosciuto che la questione non è affatto quella della obbedienza, ma piuttosto quella della impraticabilità di una normativa alla quale non è possibile obbedire senza causare un imbarazzo e un danno maggiore.

Il dibattito negli USA: latino liturgico e controllo della unità dottrinale

Anche negli USA, che pure hanno a lungo creduto di poter trovare in LA un criterio sicuro per offrire traduzione migliori alla Chiesa anglofona, emerge una forte insoddisfazione. Alcuni testi, che hanno ripreso di recente il dibattito europeo, mostrano chiaramente la insoddisfazione e la critica nei confronti della V Istruzione.

Riporto qui sotto il testo originale con cui Rita Ferrone solleva alcune questioni importanti in merito al “tradurre liturgico” rileggendo alcuni commenti sul blog www.praytellblog.com, dove si metteva giustamente in luce la interferenza tra LA e il disegno di difendere la tradizione dottrinale dal pericolo della “frammentazione” causata dalla molteplicità delle lingue moderne. Già al tempo del Concilio gli oppositori alle lingue vernacole avevano ritenuto di dover combattere proprio questo pericolo.

Secondo la Ferrone, la V istruzione

«ha trasferito nel campo delle traduzioni liturgiche le stesse preoccupazioni di frammentazione e di confusione dottrinale, attribuendo al latino il compito di difendere la verità (“autenticità”) della liturgia. Preservare la liturgia in accordo con LA significa appiattirla sul latino, come se la latinità fosse un salvagente, a garanzia di ciò che è dottrinalmente vero e puro nella tradizione. Questo è un non senso».

Infatti lo Spirito Santo è molto più ricco e imprevedibile di questa logica che vorrebbe controllarlo. Nelle lingue moderne possiamo ascoltarlo “in modo originale” e non solo “in traduzione”. Ecco il testo in inglese della Ferrone:

«In their zeal to promote the study and use of Latin, some of the commenters posting on this thread are taking us off track. The issue is NOT whether or not to suppress Latin. The issue is what shall dominate our translation policies and protocol.

If the concern to reproduce Latin syntax and vocabulary, ideas and sentence structure strangles the vernacular liturgy, it helps neither Latin nor those who love Latin. It’s as simple as that. The living liturgy as celebrated by faithful disciples living in today’s world, the liturgy as “act” rather than the liturgy as printed page, is not served IN THE VERNACULAR by using Latin as a means of control and uniformity.

At Vatican II, in the language debate, the pro-Latin forces argued for Latin as precisely that: a means of insuring doctrinal uniformity. They lost that debate. And rightly so. Because the fathers who argued against it, persuasively, argued that our unity resides not in worship in a single language, but is a gift of the Holy Spirit still at work today, as at Pentecost, in a multiplicity of languages.

What LA did is to transfer the same anxiety about fragmentation and doctrinal confusion into the translation arena, while championing Latin as the unique repository of truth (“authenticity”) in the liturgy. “Preserving” the liturgy according to LA is accomplished by tying the liturgy tightly to Latin, as if Latinity is a lifeboat — the guarantor of what is doctrinally true and pure in the tradition.

This is nonsense. The Holy Spirit is more gloriously manifold than this, and is still abroad in the varieties of people and languages on earth. LA was always intended to strangle inculturation, from the day it was produced up until today. That’s the real issue, not whether or not you can say “hot pants” in Latin, or whether seminarians can pass a competence exam».

Pubblicato il 21 marzo 2016 nel blog: Come se non

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