A caccia di “ruoli”

di: Massimo Nardello

Il senso di fede, che LG 12 presenta come un dono dello Spirito rivolto a tutti i battezzati che li abilita a comprendere più pienamente la fede e ad esprimerla in modo sempre migliore nella loro vita, è un tema ricco di implicazioni per la nostra riflessione sull’evangelizzazione. Tale dono implica che la vita cristiana non sia un vestito uguale per tutti, ma che ogni battezzato sia chiamato a compren­derla e a viverla in un modo originale, delineato non solo dalle proprie caratteristiche umane (il genere, l’età, la cultura ecc.), ma anche da una singolare azione dello Spirito nel suo cuore.

Del resto, la fede è essenzialmente una relazione, e neppure nell’ambito umano possono esistere due relazioni assolutamente identiche. A maggior ragione il rapporto con Dio rappresenterà una storia originale d’amore che egli costruisce con ciascun credente grazie alla sua infinita fantasia.

Dunque, se ogni battezzato è chiamato a prendere parte alla missione evangelizzatrice della Chiesa, divenendo comunicatore del Vangelo nei contesti in cui vive, il suo senso di fede gli consentirà di svolgere questo compito trasmettendo la sua originale esperienza di fede, e non un modello astratto di fedeltà a dottrine e a principi etici. Evidentemente, gran parte di questa esperienza non potrà es­sere comunicata, sia per ovvie ragioni di riservatezza sia per il limite delle parole umane, ma qual­cosa potrà e dovrà trasparire come testimonianza di quell’originale relazione che il Signore Gesù e il Padre suo stanno costruendo nei suoi confronti.

Purtroppo, però, questa dinamica non sempre si realizza nel modo appropriato. Uno dei pericoli più gravi che possono impedire questo stile coinvolgente di evangelizzazione e farlo regredire verso una mera comunicazione di modelli astratti di vita cristiana è dato da un modo sbagliato di vivere il pro­prio ruolo ecclesiale, come quello del presbitero, del diacono, del catechista ecc. Di per sé, un ruolo dovrebbe servire a istituzionalizzare un servizio che un credente svolge all’interno della Chiesa, e questo servizio dovrebbe corrispondere ai carismi che effettivamente quella persona ha ricevuto, nonché presupporre una sufficiente maturità umana e spirituale. Insomma, un ruolo ecclesiale do­vrebbe essere espressivo di un’identità credente solidamente fondata. Purtroppo non sempre le cose vanno così.

Non è mai facile costruirsi un’identità personale, neppure sul piano della fede e dell’esistenza ec­clesiale, perché occorre fare un lungo e faticoso lavoro di conversione, seppure reso possibile dalla grazia di Dio. Un modo per aggirare questa fatica è quello di assumere un ruolo ecclesiale senza aver maturato un’identità credente ben definita, ma pensando che sia possibile mimare questa identità facendo e dicendo quelle cose che tutti si aspettano dal ruolo che si è scelto. In questo modo il pro­prio operato, in particolare il proprio lavoro di evangelizzazione, non nasce da una vera esperienza spirituale, ma semplicemente dal dover corrispondere alle esigenze del proprio ruolo.

Nascono così delle figure ecclesiali pittoresche, che sono tutte e solo in quello che fanno, nei loro compiti, nel loro dovere, nel loro modo di parlare e di vestire, ma dietro a tutto questo sostanzial­mente non c’è nulla. Manca una solida identità credente, forgiata faticosamente nel cammino della conversione e della fede, capace di dare sostanza e spessore al proprio ruolo e alla propria attività pastorale. Questa situazione genera una sorta di sterilità spirituale, perché l’evangelizzazione funzio­na soltanto come testimonianza di un’esperienza credente che effettivamente si sta vivendo, e non come insieme di parole o gesti che sono semplice espressione di un ruolo.

Certo, Dio si può servire anche di persone in questa situazione di immaturità per realizzare il suo disegno di salvezza, ma or­dinariamente sceglie di non farlo. Egli, infatti, si avvale normalmente di collaboratori che accolgono liberamente la sua parola e fondano gradualmente su di essa la loro identità, e non di marionette che accettano semplicemente di ripetere quello che la consuetudine impone loro di dire e di fare.

Da questo punto di vista, sarebbe interessante rileggere la differenza, ben nota alle sacre Scritture, tra i veri profeti, testimoni travagliati di una parola di Dio che ha faticosamente plasmato la loro identità, e quelli falsi, che vivono il loro compito come un ruolo, finendo per dire sempre e solo quello che vuole il potente di turno. La mancanza della vera profezia nella Chiesa, soprattutto quella scomoda, potrebbe avere anche questa causa.

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