Bose e non solo

di:

vecchiaia

Quello che è successo a Bose in questi mesi ci fa riflettere, e molto. Io credo, però, che non abbiamo a che fare con un caso unico: ci sono molti altri casi simili, meno eclatanti, che spesso accadono dentro alla Chiesa.

Bisogna fare una premessa importante: dare per scontato che a Bose non ci siano fatti non conosciuti e rimasti segreti e che siamo di fronte al classico caso di un fondatore che era diventato troppo ingombrante e che è stato costretto a trovarsi una casa lontano dalla propria creatura, per non dare ombra ai nuovi superiori.

Quello che stupisce, piuttosto, è l’avallo del Vaticano e del papa stesso a tutta l’operazione. Enzo Bianchi (di cui avremo sempre una grande ammirazione) non si era preparato a mettersi veramente di lato e la comunità di Bose non era organizzata per un ruolo diverso del fondatore e le conseguenze sono davanti a noi, con il rischio proprio di mettere fine a un’esperienza unica e meravigliosa.

Io ho avuto l’occasione di andare per tre volte da quelle parti, negli anni ’70 e ’80 e già allora si sentiva tra quelle mura e quelle persone la presenza di una proposta forte a profetica: permettere la convivenza tra uomini e donne e tra persone provenienti da esperienze religiose diverse. Bose è sempre stata un centro di ricerca teologica e la casa editrice Qiqajon ne è il punto di diffusione. Chiudere questa esperienza sarebbe una cosa gravissima per tutta la Chiesa e non solo!

Bisogna quindi cogliere questa come un’occasione per riflettere, tutti insieme.

San Francesco d’Assisi, negli ultimi anni della sua vita si era messo da una parte, convinto di aver concluso la sua missione e permettere così che i suoi frati potessero fare delle scelte, anche diverse da quelle che erano sulle sue corde. Ma ha lasciato fare! E chi ha continuato, era preparato a fare senza il fondatore.

Succede anche in altri contesti

La mia riflessione vuole andare oltre a Bose e al destino di Enzo Bianchi e vuole utilizzare questo fatto solo come punto di partenza per una riflessione. Lo faccio perché ci sono moltissimi altri casi analoghi nelle diocesi, negli ordini religiosi, nelle parrocchie e in altri contesti ecclesiali dove esista una gerarchia.

Per questo voglio ricordare il mio vecchio parroco, alla guida di una piccola comunità vicentina, Santa Maria di Camisano: don Giovanni Baraldi. Per carità: un carattere difficile, ma questo non può privarlo del titolo di “grande pastore”. Arrivato a 41 anni, nel 1966, come parroco; per 34 anni, fino al fatidico 75° anno, guida appassionata e intelligente.

Certo, ci sono stati molti momenti difficili, alcuni proprio con chi sta scrivendo, ma nessuno ha potuto dimenticare le innumerevoli relazioni che in quegli anni erano nate attorno a lui: Santa Maria era diventata la sua casa e la sua famiglia.

Però, nel settembre 2000, era arrivata la fatidica soglia dei 75 anni e, senza contestare la regola e con l’obbedienza di chi aveva sempre difeso le norme ecclesiali, don Giovanni accettò l’evento con le dimissioni e il suo ritorno nel paese natale, Cologna Veneta.

Lui stava bene, anche se alcuni acciacchi per l’età erano presenti. Dopo solo tre mesi, fine dicembre 2000, morì! Una morte che una volta avrebbero diagnosticato come “crepacuore”, un dolore troppo grande e non sopportato!

Don Giovanni non era preparato alla solitudine, al vivere in una normale casa e non avere più quelle relazioni da parroco che per 34 anni lo avevano sostenuto, a non avere più un ruolo riconosciuto. Il mondo gli era crollato addosso e così non ha retto.

La solitudine dei preti

Ecco il problema che accomuna Enzo Bianchi e don Giovanni: la solitudine dei preti e degli uomini di Chiesa arrivati all’anzianità. Finito il proprio ruolo, uno si accorge di essere poco, quasi nessuno. O trova le energie per continuare a rivestire un ruolo o deve accettare la solitudine.

Da alcuni anni c’è l’abitudine di lasciare nel ruolo anche chi ha superato le soglie di età per essere pensionati. Ma è un’ulteriore conferma che si decide solo in base alle emergenze (la carenza di clero) e così il problema viene rimandato o camuffato. È giusto tutto questo? In un contesto, come il mondo attuale, dove le persone anziane sono spinte a rimanere protagoniste il più possibile?

Una delle priorità che dev’essere messa in gioco per permettere ai preti e alle persone consacrate un’esistenza più serena, il più gratificante possibile e quindi capace di offrire un approccio più tranquillo all’anzianità, è che possano avere anche loro “una famiglia”.

Logicamente non parlo della famiglia tradizionale che imporrebbe l’abolizione del celibato obbligatorio (tema questo da affrontare in altri contesti), ma della indispensabilità anche per il prete di poter gustare delle presenze umane nella sua quotidianità, che gli permettano di sentirsi “persona”, dentro a una rete di relazioni durature e autentiche che gli concedano di uscire dalla solitudine e che possano assicurare continuità, stabilità, fedeltà, fiducia.

Parlo, per fare degli esempi, di un gruppo di famiglie, di un’associazione, di un movimento, di una cooperativa (il mio caso), di qualsiasi altra realtà che possa permettere al prete di non essere un single circondato da yes man.

Un tempo la solitudine per un prete era considerata quasi logica, tranquillamente accettata da una persona a servizio totale della Chiesa, senza però considerarne le tristi conseguenze.

Ci sarebbe da approfondire proprio questo lato psicologico della vita di tanti presbiteri che vivono nella solitudine e questa viene accettata quasi sempre con sacrificio e magari con eroismo, ma spesso è anche portatrice di conseguenzemolto dolorose per tutti.

Nell’impianto tradizionale la famiglia per ogni prete era la Chiesa. Sappiamo tutti, se siamo onesti, che non è così! La sua missione non può diventare l’unico ambito relazionale, perché in ogni rapporto c’è sì un dare, ma ci deve essere anche un ricevere. Il suo ruolo non può diventare lo scopo della sua vita!

La proposta che sto facendo, in fondo, è qualcosa di molto semplice, solo che bisogna fare un salto culturale di non poca portata. Quando la rete delle proprie relazioni veramente umane non esiste, la tentazione per chi è chiamato a vivere nella Chiesa un ruolo da protagonista è proprio il “protagonismo”, è l’evidenza del proprio ruolo che dev’essere sempre più confermata, nonostante gli anni e gli acciacchi del tempo.

Come la mettiamo con la logica del sale (Mt 5,13) o (Gv 12,24) del chicco di grano caduto in terra e che muore? Il dover essere protagonisti sempre, fino all’ultimo respiro, non fa altro che creare sofferenza e impedire anche ogni logica di staffetta e di passaggio di consegne nella serenità dell’esistenza impostata nell’eternità.

Per molte persone dentro la Chiesa, il protagonismo è come fosse la propria famiglia! Vedere il proprio nome sempre presente nei media dà loro la motivazione per procedere sul piano esistenziale e offre una ragione per vivere. Ma, prima o poi, ogni uomo è costretto a confrontarsi con la stagione del silenzio imposto dagli anni e dagli acciacchi del tempo. Questo diventa un dramma per molti uomini di Chiesa!

L’importanza delle relazioni

Per carità, non tutti i preti sono così e molti riescono a trovare una dimensione di serenità anche dopo le proprie dimissioni, ma non sono certo la maggioranza.

È giusto tutto questo? È giusto che gli ultimi anni della loro vita, quelli più delicati per tutte le esistenze, siano vissuti in un contesto diverso da quello è stato il loro ambiente per anni, costringendo le persone a relazioni nuove proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno di relazioni vecchie e assodate?

In una normale famiglia, la persona anziana non viene messa da una parte quando non ci sono più le forze per continuare ad essere attivi e protagonisti, ma si cerca di creare un ambiente vitale che la accompagni serenamente fino alla morte senza tante storie, utilizzando magari soluzioni di supporto con qualche badante e ricorrendo alla Casa di Riposo solo per i casi ingestibili.

Perché non potrebbe essere così anche per il prete? A Vicenza, come in altre diocesi, è stata eretta da decenni una struttura per preti anziani, soprattutto se non autosufficienti. Una cosa buona, per carità, utilissima soprattutto in casi di grave malattia. Ma è questo il vero progresso? O siamo davanti a una regressione?

Combattere la solitudine dei preti sarebbe una delle carte migliori per la campagna vocazionale, nella ricerca di nuovi candidati per la vita presbiterale e per fare questo è necessario trovare nuovi scenari di vita.

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10 Commenti

  1. corazza franco 13 aprile 2021
  2. savino pezzotta 13 aprile 2021
  3. Giuliana Babini 13 aprile 2021
  4. Alfredo Bianco 12 aprile 2021
  5. Federica 12 aprile 2021
  6. Fabrizio Mastrofini 11 aprile 2021
    • Federico L. 13 aprile 2021
      • Federico L. 13 aprile 2021
  7. Bregolin Adriano 10 aprile 2021
  8. Adelmo li Cauzi 10 aprile 2021

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