Cappellani nella Grande Guerra

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Nel 1914-15 il mondo cattolico italiano è attraversato da tensioni divaricanti; è prevalentemente neutralista, sebbene risenta del richiamo triplicista sia per la simpatia con cui guarda al modello di convivenza tra Chiesa e Stato nell’Impero austro-ungarico, sia – in senso opposto – per la forte corrente di ostilità verso il processo di laicizzazione che segna i rapporti tra Chiesa e Stato nella Repubblica francese. Registra però anche le progressive prove di avvicinamento alla politica italiana dopo il lungo periodo del non expedit intransigente, che non rispondono solo a decisioni prese dall’alto, ma registrano i fermenti di un laicato e di un clero giovane ansioso di misurarsi con un mondo pieno di conflitti sociali, che vive le pulsioni politiche di una società in rapida trasformazione dentro la quale intravede un nuovo campo di azione pastorale.

Cappellani militari

Il clero e il laicato intellettualmente più aperti sono tentati quindi di “dimostrare” la compatibilità tra fede e patriottismo, e quindi guardano alla guerra come ad un appuntamento da non rimuovere, anzi. La guerra sembra rappresentare per alcuni cattolici l’occasione per trovare la propria legittimazione all’interno della nazione. Per altro, in tutta Europa i cristiani – vescovi, clero, intellettuali – si schierano con i propri governi: inglesi, francesi, belgi, austriaci, tedeschi, russi.

Come la Chiesa italiana entra nella guerra

La Chiesa dà del conflitto in corso un giudizio storico-teologico: è un castigo divino originato dall’apostasia del mondo moderno; il castigo ha una funzione catartica (come sembra dimostrare il “risveglio” di fede riscontrabile nella ripresa della pratica religiosa nelle parrocchie e tra i soldati) e deve essere accettato con umiltà: il mondo si converta, così Dio sospenderà la punizione.

In ogni caso, il magistero prescriveva che, anche se contrario all’entrata in guerra, comunque il cristiano dovesse rispettare l’autorità costituita.

Per tutto il periodo della neutralità, in Italia la guerra può essere osservata come in vitro e a distanza, ma i cattolici mostrano la stessa incapacità di comprendere la realtà di quella guerra.

Una novità di grande rilievo viene adottata dai militari: con la circolare del 12 aprile 1915, il generale Luigi Cadorna riassegnava ai vari corpi dell’esercito dei cappellani. Questa offerta di collaborazione fu immediatamente colta e l’idea che la guerra offrisse alla Chiesa l’opportunità straordinaria dell’assistenza spirituale ai soldati, già sperimentata embrionalmente durante la guerra di Libia, entusiasmò la Chiesa italiana. E per i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia quella decisione fu ben più importante di tanti altri provvedimenti.

Anche i preti fecero dunque l’esperienza della mobilitazione: una parte – circa 2.500 – prestando servizio come cappellani militari nei reggimenti o nei servizi (qualcuno al Comando supremo), il numero maggiore (circa 22.000) in uniforme di soldato, senza particolari privilegi, spesso nella sanità, talvolta in trincea.

Il clero soldato e i cappellani militari

Quello dei cappellani militari fu un servizio di capitale importanza per l’esercito e per le famiglie.

Un «capitolo di delega – o di supplenza – dello Stato e della società alla Chiesa. […] ciò che viene affidato alle cure dei […] cappellani militari non è [solo] buona parte del tempo libero del soldato, cioè il corpo e l’anima del soldato da vivo; sono il corpo e l’anima del militare da morto».[1]

Del soldato vivo il cappellano si occupa facendo ciò che faceva in tempo di pace: fornendo il servizio religioso fatto di riti, di simboli, dando un contesto di senso al mondo in cui si trova, proponendogli un percorso di vita cristiana.

Occupandosi del soldato di fronte alla propria morte o morto, al cappellano militare vengono riaffidate le funzioni di chi accompagna i vivi nel trapasso, e soprattutto i rapporti con i loro familiari, il che significa le relazioni con il dolore, la perdita, il lutto nella loro fase nascente, nel momento della morte e della sepoltura.

Il cappellano militare diventa così, da un lato, mediatore tra l’esercito e il soldato, da confermare nella disposizione verso la guerra e nelle motivazioni della guerra, come pure tra l’esercito e la famiglia, chiamato dunque a gestire lo spazio tra speranza e angoscia, tra il fronte e le retrovie, tra mondo dei vivi e il grande popolo dei morti.

Non c’è dubbio che la forza morale del corpo dei cappellani rappresenterà uno dei pilastri della tenuta dell’esercito e del paese in guerra.

Al cappellano si rivolge una moltitudine di singoli, che egli non conosce: familiari di soldati che chiedono informazioni, confratelli che raccomandano qualche parrocchiano, qualche seminarista: tutti bisognosi di rassicurazioni, di notizie, di dettagli personali, tutti sperimentando una condizione di subalternità nei confronti del cappellano, il quale può alimentare un flusso speciale di notizie tra il Paese e il fronte, diverso da quello generato dalla stampa e dalla stessa corrispondenza privata.

Il cappellano che non può – anche se lo volesse – manifestare sentimenti pacifisti o critici verso la guerra, rappresenta uno dei canali più affidabili di comunicazione: per l’autorevolezza che gli è riconosciuta, per il potere di intermediazione che gli è affidato.

Come gestisce il cappellano questa relazione fatta di corrispondenze epistolari che si accumulano – ciascuno scrive una, due, tre volte – in cui non sono ammessi l’errore, la sottovalutazione, la dimenticanza? Con lo scrupolo di un funzionario. Egli deve rassicurare, incoraggiare, esortare, giustificare, ma anche misurarsi con ufficiali di complemento, giovani universitari o neolaureati, spesso portatori di una cultura scettica, spesso non praticanti, indifferenti alla sensibilità religiosa, non di rado polemici verso la Chiesa. Ma anche grati per ciò che il cappellano può fare al loro posto.

Quando è mosso da passione pastorale, il cappellano sta con i soldati, amministra i sacramenti, si fa apprezzare per la disponibilità a condividere pericoli e condizioni della vita del soldato. Non di rado, invece, cerca riparo nei privilegi che il grado di ufficiale gli assicura: uno stipendio, la possibilità di stare nelle retrovie, di vivere in un ambiente socialmente più gratificante. Le sue mansioni riempiono la giornata.

Chi sono i cappellani militari

Nel 1915, per la legge italiana, preti e seminaristi sono soggetti all’arruolamento (saranno quasi 25.000 ad esserne toccati, di cui 15.000 sacerdoti): 2.400, scelti tra quanti ne avevano fatto domanda, entrano a far parte del servizio dei cappellano militari, ottengono i gradi di ufficiale, si sottraggono agli obblighi della truppa, «restituiti a una missione, certo istituzionale e di confine, ma comunque più consona alla [loro] condizione e preparazione»;[2] circa 22.000 furono preti-soldato.

Monsignor Angelo Bartolomasi, il quarantenne vescovo castrense, così delinea la figura dei cappellani: «devoti alla bandiera, simbolo della Patria, attenti ad eseguire con pronta disciplina gli ordini dei superiori e a dividere con i commilitoni lavoro, gioie, dolori, propositi e speranze, armonizzando con la virtù le condizioni di sacerdote e di militare».[3]

La sua lettera pastorale del Natale 1915 ne descrive il comportamento modello: zelanti nell’apostolato, rispettosi esecutori delle leggi ecclesiastiche e militari, sostegno morale per le truppe, pronti ad incitarle alla disciplina e al dovere militare, specialmente nei combattimenti più difficili, precisi nel celebrare gli atti di culto e nell’amministrare i sacramenti (comunione, confessione, estrema unzione, a volte la cresima, talvolta il matrimonio per procura).

I cappellani si occupano anche dell’Ufficio Notizie e corrispondono con analoghi Centri che raccolgono e smistano informazioni.

E naturalmente vivono con soldati e ufficiali, parlano con loro, distribuiscono doni di associazioni patriottiche, coperte, biancheria, carta da lettera, tabacco, santini e immaginette sacre, biglietti di partecipazione alla comunione pasquale, foglietti di propaganda religiosa, medagliette, scapolari, libretti di preghiere: tutti segni graditi ai combattenti.

Se la guerra è un fatto della vita, se è un castigo divino attirato dall’immoralità degli uomini, preoccupazione dei cappellani sarà la formazione morale dei militari e loro compito esortarli a una vita buona contro i vizi della bestemmia, dell’alcol, dell’impurità, della menzogna, facendo crescere il senso della disciplina. «La convinzione sottesa era che un buon cristiano è anche un buon soldato e viceversa».[4]

«Il cappellano durante i combattimenti, a volte preceduti da assoluzioni collettive, oltre che soccorrere i feriti e confortare i moribondi, identificava i caduti, raccoglieva e trasmetteva tutti gli effetti personali trovati sul campo di battaglia e cercava di dare ai morti una dignitosa sepoltura preoccupandosi che le tombe potessero essere sempre ritrovate in modo da rendere possibili eventuali esumazioni e identificazioni».[5]

In mezzo a queste incombenze, lo leggiamo nei loro diari, i cappellani erano spinti ad avvicinarsi al popolo, che non di rado scoprivano diverso da quello che solitamente frequentava le parrocchie; con un misto di delusione e di sorpresa sottolineavano l’ignoranza diffusa, la superstizione onnipresente, accanto a segni di disorientamento. Scriveva don Cortese l’11 febbraio 1917: «Ma quanto c’è da lavorare nell’anima di questi soldati: ci sono delle lacune lacrimose. […] In fatto a religione sono un po’ freddi. Crederanno in Dio ma lo bestemmiano. Tutti dicono […] che se esistesse, non li avrebbe abbandonati».[6]

Dovevano, inoltre, occuparsi di vegliare su quegli ecclesiastici e quei chierici che, non selezionati per fare i cappellani, erano destinati ad altri servizi e che spesso non avevano nessuno cui rivolgersi e si sentivano «come un agnello tra i lupi… Chi mai, tre anni fa si sarebbe immaginato una simile tragedia? Mentre eravamo nel fervore degli studi è sorto questo improvviso uragano a disperderci chi qua e chi là come foglie secche al vento».[7]

L’esperienza della trincea

Alcuni cappellani manifestarono spiccate attitudini organizzative, in qualche caso perfino militari, e svolsero veri ruoli di comando.

Anche per la Chiesa la guerra fu totale, toccò ogni aspetto della vita quotidiana perché coinvolgeva fedeli e pastori. Anche per la Chiesa, il «mondo di prima» fu messo in discussione, ogni convinzione sottoposta alla prova, ogni esistenza e ogni coscienza costretta a fare i conti con se stessa. La guerra investì la totalità dell’esperienza, mise le persone di fronte alla pratica diffusa della violenza, all’uso della forza bruta e della potenza distruttiva, non solo nella forma della eruzione episodica ma anche in quella della violenza pianificata e organizzata, resa possibile dallo sviluppo tecnico e dalla dimensione di massa degli eserciti.

La Chiesa aveva tentato di “controllare” la guerra e a limitarne le manifestazioni elaborando la teoria della «guerra giusta» (proporzionata alle offese, ai fini, circoscritta…), ma la Prima guerra mondiale aveva scardinato lo schema: sul piano politico, rivelando quanto i cattolici – immediatamente schierati su contrapposti fronti patriottici – fossero in realtà immersi in quella modernità che respingevano a parole; sul piano militare, mostrando come non ci fosse alcuna relazione tra obiettivi della guerra e prezzo pagato dalla società, tra potenza militare impiegata e tutela delle popolazioni, tra diritti rivendicati e torti imposti.

Benedetto XV cercò in tutti i modi di contrastare la guerra, prodigandosi a favore delle vittime della guerra (prigionieri, feriti, profughi, famiglie dei richiamati) e cercò di impedire l’estendersi del conflitto. Definendo la guerra in corso una «inutile strage», Benedetto XV poneva una pietra tombale sulla dottrina della «guerra giusta». Rimase isolato: rispetto ai governi in guerra, ai partiti loro sostenitori, ma anche agli episcopati nazionali schierati al loro fianco. Per non incorrere in un anacronismo, dobbiamo però osservare che, come scrive don Bruno Bignami, il papa «si muoveva all’interno dello schema della cultura cattolica intransigente e ciò è comprovato dal fatto che la sua neutralità non seppe tradursi in un chiaro richiamo alla fraternità tra gli uomini».

Cosa successe ai preti-soldato e ai cappellani militari? Don Giovanni Rossi, cappellano militare del 1° Reggimento Granatieri, il 18 agosto 1916 si trova sul Carso e, nel pieno di una battaglia, annota sul diario la sua esperienza. In queste righe si trova una descrizione di ciò che fu la guerra per milioni di uomini: «Bombardamento intenso nella Ermada dello Stol. Rimango a Valletta Catanzaro, coll’intenzione di salire a Dolina de Lys la sera. Domani è festa, voglio celebrare alle 4 e poi partire. Dormo poco, e riposo meno. Celebro la mattina alle 4 e alle 5 mi accingo a partire. Comincio a tossire e lacrimare: sono i gas – aspetto 2 ore e parto alle 7 e 30. […] Il bombardamento è spaventevole. Eppure, in un momento di quasi diminuzione, parto e via. È spaventoso. Le trincee di prima linea sconvolte, sotto le mie mani cadaveri sfracellati del genio e sotto ai quali trovo qualche altro vivo, istupidito, intontito. Corro alla Dolina de Lys, non si può entrare, è incendiata. Saltano le bombe. Il colonnello è ferito e corro sopra i morti alla dolina Bono. Respiro. Continua il bombardamento, mi è possibile uscire. Quali battaglie! Quali barbarie! Che stragi! Venne la sera: il bombardamento continuava. Confusione per l’acqua. Feriti a morte».[8]

cappellani militari

Come vive il cappellano questa continua tensione, questa aspettativa serrata che gli viene manifestata, questa necessità di consolare, di spiegare, di informare sugli aspetti tragici della guerra? Difficile trovare nei diari domande sulla guerra. Gran parte dei diari che ci sono pervenuti mostrano cappellani saldi nel loro ruolo di legittimatori della guerra, dediti a consolare e a rincuorare, in qualche caso a rinviare al dopoguerra la riscossione del pegno di giustizia per il quale si era combattuta quella guerra.

Non è un caso che l’idea che, nel conflitto con il mondo moderno, il cristianesimo abbia smarrito la sua capacità di far risuonare la voce di Cristo cominci ad affiorare nei campi di prigionia: «Mi sembra impossibile – scrive don Peppino Tedeschi in un campo di prigionieri in Austria-Ungheria – che l’uomo possa trattare così duramente un suo fratello, per quanto d’altro paese, per quanto in guerra, dopo venti secoli di civiltà cristiana».[9] E si chiedeva: «Dov’è tutta quella rifioritura cristiana, o almeno spirituale, nell’anima del soldato che venne strombazzata ai primi tempi della guerra?».[10]

La vita di trincea logora anche i cappellani: «Sono come un naufrago: quanta tempesta in questi due mesi, memorabili, indimenticabili, gloriosi, eroici ed amari e lacrimosamente rossi – scrive don Cortese –. I miei occhi ormai stanchi, incavati dall’attesa, dalla vigilia, portano scolpite certe forme, certi visi spaccati, rovinati, certi corpi deformi, flagellati, certi sguardi senza sguardo, con una malinconia straziante, che tutti cercavano il cielo, che tutti cercavano una cosa vaga, indistinta, che noi gente umana di questo mondo non troverà giammai!».[11] «Dio, mio governo, mia forza, mio scudo, mio rifuggio – perché mi abbandoni?».[12]

Ma la guerra trova anche elaborazioni di grande intensità morale, pastorale e politica: letta attraverso la formazione di don Giovanni Minzoni, giovane sacerdote cresciuto negli anni della lotta al modernismo e nelle aperture della Democrazia cristiana di Romolo Murri, la guerra è una condizione alla quale è impossibile sottrarsi; il cristiano deve sapersi misurare con essa come con una prova generale della propria formazione e della propria fede.

I riconoscimenti

Don Annibale Carletti, cappellano militare del 207° reggimento della brigata Taro, sulle pendici del monte Zugna, per due volte nella primavera del 1916 condusse al’assalto il suo reparto rimasto privo di ufficiali in azioni belliche nel corso dell’offensiva austriaca. Chiamato nel dopoguerra a dare ragione del suo comportamento, scrive: «E io dovevo ordinare di ammazzare? Sì, io volontariamente, coscientemente ordinai di uccidere i nemici d’Italia, i primi che si erano armati per calpestare i diritti di tutte le piccole Patrie. Dovevo decidere tra la viltà e l’onore; dovevo decidere della mia vita, ma soprattutto della vita di centinaia di soldati. E udivo l’invocazione dei nostri feriti, e pensavo al pericolo che incombeva sulla Patria. Arrendermi? All’intimazione dell’ufficiale austriaco, risposi «No, giammai!». Dio e la Patria mi comandavano di resistere, di combattere, di vincere, e decisi il nostro olocausto. Ordinai il fuoco e la lotta col nemico di molto superiore di forze durò per ore sotto il più violento fuoco d’artiglieria, ma riuscimmo a ricacciare il nemico, a liberare i nostri compagni feriti e a rioccupare le trincee perdute».[13] Non più solo cappellano militare, ma prete-soldato, anzi, prete e soldato. Per queste azioni, ma anche per la sua abnegazione come cappellano militare, don Carletti fu insignito della medaglia d’oro al valor militare.

Don Giovanni Minzoni, prete di formazione democratico-cristiana, interventista per amore della giustizia, giovane parroco di Argenta, cappellano militare, alterna le omelie delle messe al campo con le conferenze di propaganda rivolte ai soldati per sostenerli nel loro compito. Non solo: il 15 giugno sul Piave, durante l’ultima grande offensiva austriaca, in due occasioni, impugna il fucile e partecipa direttamente, come ufficiale, ad azioni nelle quali condivide con i suoi soldati gli stessi pericoli. Fu decorato di medaglia d’argento con questa motivazione: «Instancabile nella sua missione pietosa di confortare i feriti, di aiutare i morenti, durante il combattimento, impugnato il fucile e messosi alla testa di una pattuglia di arditi, si lanciava all’assalto contro un nucleo nemico, faceva numerosi prigionieri e liberava due nostri militari d’altro corpo precedentemente catturati». La porterà con orgoglio nel dopoguerra, rivendicando il proprio patriottismo e la sua anima popolare e democratico-cristiana. Per questo fu ucciso da una squadra fascista nel 1923.

Don Giovanni Rossi, di cui abbiamo letto qualche riga del diario, ricevette la Medaglia d’argento al valor militare con questa motivazione: «Cappellano militare di un reggimento granatieri durante dodici giorni continui di aspri e sanguinosi combattimenti non venne mai meno ai doveri della sua nobile missione. Primo fra tutti, in prima linea dette tutta la sua attività per rincuorare e sollevare i feriti colla parola della fede e della speranza. Durante le stesse giornate procedette, inoltre, di giorno e di notte, allo scoperto e sotto il continuo fuoco dell’artiglieria avversaria, all’inumazione dei caduti sul campo, dando così esempio di abnegazione sublime e alto spirito del dovere. Carso, 23 maggio-5 giugno 1917».[14]

Nel dopoguerra chiese di essere mantenuto nel ruolo di cappellano dei granatieri, ma fu assegnato all’attività pastorale in varie parrocchie del Veneto e, dal 1925, a Roncaiette vicino a Padova, dove rimase fino alla morte.

I reduci

Al termine del conflitto, tra il clero arruolato si contarono 845 morti, 795 feriti, 1.243 decorati.

Per il clero reduce dalla guerra si aprirono più strade. Tutti dovettero sottoporsi ad un periodo di riammissione basato su esercizi spirituali, referenze e colloqui. 350 sacerdoti-soldati (sui 12.000 arruolati quando avevano ricevuto gli ordini superiori) furono sospesi a divinis. Altri abbandonarono di loro iniziativa il sacerdozio.

Don Annibale Carletti traccia queste tipologie di esperienze: «La guerra è passata come un uragano sulla vita degli uomini […] Spiritualmente che cosa si è perduto e che cosa si è salvato […]? Parlo di sacerdoti-soldati. Una parte non ritorneranno più perché hanno fatto olocausto di sé sui campi di battaglia alla religione di Cristo e della Patria, e nulla potrà oscurare e profanare lo splendore della loro virtù e del loro martirio.

Altri furono travolti dalle passioni, furono acciecati dalle loro libertà e hanno lasciato il sacerdozio con la stessa indifferenza con cui vi erano venuti, come un uomo cambia di mestiere.

Altri, che sono parecchi, in divisa di soldato e di ufficiali non hanno saputo resistere alla prepotenza dei sensi, non hanno saputo conservarsi fedeli a tutti quegli obblighi morali e a tutte quelle leggi disciplinari che giudicavano indispensabili per il loro ministero. Questi, che hanno sempre camminato senza una volontà e una fede proprie, facili ad accettare ogni sorta di adattamenti e di transizioni pur di vivere quietamente la vita, rivestiranno l’abito talare, riprenderanno le solite abitudini, le solite pratiche, e saranno i più obbedienti, i più ortodossi e i più intolleranti, ma anche i più dannosi al progressivo sviluppo dell’idea cristiana […].

Poi ci sono quelli che si sono conservati puri, mondi e immacolati nello spirito e nella carne. […] Sono dei giovani che, ritornati, desiderano e vogliono con rinnovato entusiasmo continuare la loro missione di pietà e di bontà, desiderano lavorare con ardore per conquistare, non alle forme esteriori del cristianesimo, ma allo spirito del cristianesimo, la società».[15]

Molti preti abbandonarono l’abito talare; tra questi anche don Annibale Carletti, dopo una difficile fase di confronto con mons. Cazzani, vescovo di Cremona, e un fitto scambio con don Primo Mazzolari, suo conterraneo e amico fraterno, il quale riuscì invece a trovare una prospettiva diversa. Scrisse nel suo Diario: «Il prete-soldato fu nella trincea, all’assalto, nell’ospedale, nell’accantonamento; e nel suo cuore incandescente dovettero confluire le confidenze più tenere, i segreti più reconditi, le ambasce più nere, lo spasimo, l’angoscia, le lacerazioni di un’umanità vicina, ora, con la quale egli viveva, agiva, soffriva, si confondeva. E molti che per la prima volta s’affacciavano alla vita furono costretti a guardarla così, con gli occhi ancora lucidi d’innocenza e d’ingenuità; molti per la prima volta vedevano l’uomo… Ci sono delle virtù che non sono fatte per lunghe e pericolose traversate […]. I naufraghi furono numerosi. […] I pochi giunti in porto coi loro mezzi hanno un tale stordimento, provarono una tale impressione, sono così persuasi della fragilità del mezzo cui li si affidò… E a questi tali uomini voi dite: «Orsù, tornate alle tranquille occupazioni di ieri. Rappezzate le vele, pulite le carene; riparate le falle». […] Molti quello che già sentono è l’inquietudine dell’apostolo. Il piccolo mondo spirituale di ieri non basta al sacerdote che ritorna dalla guerra. Chi vede una volta soltanto il campo che sta oltre la minuscola cinta, non lo può scordare: è il campo dell’apostolo».[16]

Possiamo forse dire che una parte della sensibilità profetica cresciuta all’interno della Chiesa italiana nel corso del Novecento ha preso forma nella tragedia della Grande Guerra, quando migliaia di preti furono buttati a contatto con il bordo estremo della vita vissuta, quello che più assomiglia all’esperienza della croce: proprio nel profondo delle trincee, dove la paura, la disperazione e la speranza, l’odio e il sacrificio di sé rappresentarono aspetti di una stessa realtà e dove l’esperienza umana non aveva più né schermi né difese dietro le quali proteggersi.

Rovereto, 24 febbraio 2017


[1] M. Isnenghi, introduzione a G. Borella, D. Borgato, R. Marcato, Chiedo notizie di vita o di morte, Lettere a don Giovanni Rossi, cappellano militare della Grande Guerra, Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto 2004, pp. 12-13
[2] M. Isnenghi, Chiedo notizie di vita o di morte, pg. 9
[3] E. Cavaterra, Sacerdoti in grigioverde, Milano 1993, pg. 33
[4] B. Bignami, La chiesa in Trincea. I preti nella Grande guerra, ed. Salerno, 2014
[5] G. Borella, D. Borgato, R. Marcato, Chiedo notizie di vita o di morte, Lettere a don Giovanni Rossi, cappellano militare della Grande Guerra, Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto 2004, pg. 35
[6] C. Cortese, Diario di guerra (1916-1917), a cura di A. Pugliese, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998, in Bignami, op. cit.
[7] G. Borella, D. Borgato, R. Marcato, Chiedo notizie di vita o di morte, op. cit., pg. 36
[8] G. Borella, D. Borgato, R. Marcato, Chiedo notizie di vita o di morte, op. cit. pg. 61
[9] B. Bignami
[10] C. Cortese, Diario di guerra (1916-1917), a cura di A. Pugliese, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998
[11] C. Cortese, Diario di guerra (1916-1917), a cura di A. Pugliese, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998
[12] C. Cortese, Diario di guerra (1916-1917), a cura di A. Pugliese, Soveria Mannelli, Rubettino, 1998
[13] A. Carletti, Con quali sentimenti sono tornato dalla guerra, Bilychnis, Roma 1919
[14] G. Borella, D. Borgato, R. Marcato, Chiedo notizie di vita o di morte, op. cit., pg. 58
[15] A. Carletti, Con quali sentimenti sono tornato dalla guerra, Bilychnis, Roma 1919
[16] P. Mazzolari, Diario II (1916-1926), a cura di A. Bergamaschi, EDB, Bologna 1999

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