Se CL si mette in cerca dell’altro

di: Domenico Rosati

Tema: “Tu sei un bene per me”. Questo, nella mente dei promotori del Meeting di CL a Rimini, lo svolgimento di un percorso lineare che avrebbe avuto, sempre, nell’“arte dell’incontro”, la sua “spina dorsale”. Il condizionale è la conseguenza del diritto al dubbio che l’autore si permette di esercitare.

L’intenzione non è di svalutare il significato della scelta che quest’anno ha portato CL a cimentarsi con un test così impegnativo; e a farlo nella cornice suggestiva di una evocazione dei 70 anni della Repubblica come storia di popolo oltre le divisioni e i contrasti. L’accoglienza riservata al presidente Mattarella, che puntualmente ha insistito sul valore dell’unità del paese sulle opzioni essenziali, starebbe comunque a documentare che, qui ed ora, questo è il sentimento di Comunione e liberazione.

La gabbia della continuità

Si vorrebbe invece far risaltare il fatto che il valore della scelta compiuta non sarebbe affatto sminuito se, invece di inserirlo nel circuito della continuità, lo si fosse rappresentato come l’esito d’una evoluzione, di un tragitto da un punto A ad un punto B, compiuto nel tempo e rapportato allo sviluppo degli eventi sia sul piano politico che sul piano ecclesiale.

Aperta parentesi. Nella logica dei movimenti di massa – e non parlo per sentito dire – il criterio della continuità attribuisce al “soggetto” una funzione di centro dell’universo, che impedisce di considerare come fisiologica l’eventualità di una qualche variazione che avvenga o per riflessione autocritica o per influenza di fattori esterni, cioè di quegli “altri” al plurale con cui si stabiliscono relazioni.

Se non si includono nell’analisi tali eventualità, si finisce col presentare ogni scelta o come casuale o come provvidenziale, scarsa essendo comunque l’importanza che si attribuisce all’intervento o alla presenza degli “altri”.

La conseguenza di tali abitudini è quella di intrattenere un rapporto disagevole con la storia o, peggio, di dilatarne l’importanza fino a sottovalutare il ruolo e il peso che pure il “soggetto” può aver esercitato nelle diverse circostanze. E ciò diventa persino doloroso quando la narrazione chiama in causa il carisma dei fondatori e la gloria delle gesta compiute. Chiusa parentesi.

Una “svolta” da motivare

Confesso di essere stato attraversato da impressioni di questo genere quando ho ascoltato, su Radio radicale, il discorso introduttivo di Giorgio Vittadini, il patron riconosciuto del meeting e l’artefice laico dell’attuale linea di CL sotto il patrocinio ecclesiale di don Julián Carrón.

Così, mentre l’oratore ricostruiva in modo del tutto lineare il percorso ormai quarantennale di CL, a me tornavano in mente episodi che avrei gradito fossero evocati per dare ragione, anche sul piano storico, di quella che nell’opinione pubblica sarebbe stata accreditata come “la svolta di CL”.

Ora si nega ogni intento egemonico di CL nel mondo cattolico: “non siamo i puri contro gli impuri”. Ma sono stampate sul Sabato le accuse di… protestantesimo rivolte a Giuseppe Lazzati, così come non possono essere cancellate, sul terreno politico, le opzioni di sostegno alla formula e ai fautori del “pentapartito” degli anni Ottanta, compresi i molti che poi saranno falcidiati da Tangentopoli. E sono altrettanto vivi nella memoria i tentativi di accreditarsi nell’area cattolica come i più coerenti e fedeli assertori dei valori cristiani, atteggiamento che sarebbe stato solo presuntuoso se non fosse stato corredato da due corollari complementari: l’insofferenza verso il pensiero altrui (si pensi allo sbarramento verso la “scelta religiosa” di Vittorio Bachelet per l’Azione cattolica del post-concilio) e l’utilizzo disinvolto dell’amicizia con papa Woytila.

Per decenni di CL si è parlato come del “movimento integralista cattolico”. E non era solo una definizione ideologica. Era anche la presa d’atto di una capacità di presenza e di influenza (la lobby) che si traduceva in “opere” anche al di là degli ambiti della omonima Compagnia. Un giudizio severo che imponeva un dilemma: o confermarlo con argomenti aggiornati o respingerlo dimostrandone l’anacronismo, nel senso che, nel frattempo, a cambiare è stato il soggetto di riferimento.

Percezioni da vagliare

In mancanza di tutto questo, la percezione della svolta si affida, fondamentalmente, a un’affermazione interna di don Carrón e ad una valutazione esterna di autorevoli opinionisti. Dice Carrón (e il Corriere della Sera amplifica nel titolo) che «CL non ha bisogno di un nemico né vive per le briciole del potere». E aggiunge: «Abbiamo riportato al primo posto la pertinenza della fede alle esigenze della vita». E ancora: «Meglio la testimonianza che la militanza». Sono parole forti, nelle quali si può leggere una presa di distanza da quelle d’altri tempi. Ma in base a quale processo di verifica critica o anche solo di aggiornamento culturale? Forse ci si è resi conto, con Amartya Sen, che il superego di un’identità onnipotente è fonte incontenibile di violenza? O semplicemente ci si è uniformati, in “religioso ossequio”, al magistero di papa Francesco?

La valutazione esterna si regge a sua volta su due pilastri. Il primo è di carattere politico. Ha scritto in proposito Dario Di Vico, sempre sul Corriere che «Rimini 2016 sancisce la nascita di una CL tutt’altro che sovraesposta, meno portata all’ostentazione, e che soprattutto, per supportare le sue ragioni non ha bisogno di trovare ad ogni costo un avversario». Per cui «spostare l’accento dall’io al tu non è operazione da poco».

Il secondo pilastro è di carattere cattolico-antagonista, ed è compendiato nel rifiuto di ogni dialogo con l’islam che proviene da militanti un tempo organici a CL, come Antonio Socci, che riversano sul nuovo corso di CL accuse di tradimento che giungono fino all’imputazione di eresia alla quale è accomunato anche il quotidiano cattolico: «Il Dio di Avvenire e di CL è Allah»… L’insulto dei vecchi sodali può essere, a rovescio, un accredito per il nuovo pensiero.

Se l’altro è una risorsa

Quale conclusione che non sia la saggezza di una presa d’atto delle parole acquisite e un rinvio alle prove di collaudo che dovranno sostenere? Per intanto sarebbe auspicabile che venisse approfondito uno spunto che pure si è affacciato alla vigilia e nel corso del Meeting. Si è letta su Tracce, rivista autorizzata, la seguente domanda: «E se l’altro fosse la mia grande chance?». E si è sostenuto nelle giornate riminesi che «l’altro è una risorsa». Che vuol dire? Che l’altro, in quanto appartenente al genere umano, possiede dignità e validità che vanno in ogni modo rispettate ed accolte? O vuol dire che l’altro ha consistenza e spessore (solo) in quanto può servire al mio disegno?

A volte il linguaggio avvolge il pensiero; a volte lo tradisce. Ragione di più per non sospendere il discorso da qui al prossimo Meeting.

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