Il clero in Italia: sfide e riconoscimenti

di: Franco Garelli

Il prof. Franco Garelli, docente presso l’Università di Torino, ha tenuto questa relazione a Torreglia (Padova) in occasione del convegno del Centro di Orientamento Pastorale (COP). Dopo aver riportato e confrontato i dati aggiornati sulla presenza del clero nella nostra penisola (cf. SettimanaNews, 24 agosto 2019), il relatore, in questa seconda parte, si sofferma particolarmente sulla figura del prete e sulla funzione della parrocchia.

L’analisi della condizione del clero in Italia (con particolare riferimento al clero diocesano) non si esaurisce nella valutazione della sua presenza numerica e di come esso sia distribuito sul territorio nazionale, nelle varie regioni ecclesiastiche e numerose diocesi (cf. qui).

A questa prospettiva occorre affiancare altre riflessioni relative, da un lato, al consenso e alle attese che attorniano attualmente questa figura religiosa e, dall’altro, al modo in cui i diretti interessati interpretano questo ruolo nel tempo presente. Si tratta, in altri termini, di accennare alle sfide che interpellano le migliaia di sacerdoti impegnati oggi nell’azione pastorale in Italia, in uno scenario che si presenta ben diverso da quello del passato e ricco di ambivalenze.

Che cosa emerge, al riguardo, dalle indagini empiriche svolte in tempi a noi vicini sulla condizione del clero; o da quelle che, essendo incentrate sulla religiosità della popolazione, contengono anche alcune informazioni su questa figura religiosa?

Il vento anti-istituzionale

Si può anzitutto osservare che i sacerdoti sono “operai di una vigna del Signore” che non gode nell’Italia contemporanea di grande reputazione. È del tutto evidente, infatti, che oggi spira un vento anti-istituzione, anti-sistema, che coinvolge anche la Chiesa cattolica, che pur da noi è ancora assai radicata sul territorio e nelle dinamiche sociali. Molti prendono le distanze da una Chiesa che giudicano (facendo proprie immagini pubbliche negative) vecchia, stanca e malandata.

Tuttavia, quella che rifiutano è la Chiesa istituzione, descritta perlopiù come “lontana dai bisogni della gente”, “fonte soltanto di precetti”, “più giudice che madre”.

Mentre, per contro, si tende a rivalutare la Chiesa di base, i preti di strada e quelli che si spendono sul territorio, le figure religiose non conformiste (tra le quali, vari intervistati annoverano ad esempio don Ciotti e il compianto don Gallo).

preti italiani

Ma, oltre a queste figure carismatiche, il consenso va anche a quei preti che agiscono in modo costruttivo nelle realtà locali pur con uno stile più ordinario e feriale, occupandosi dei giovani, tenendo aperti gli oratori, mostrandosi prossimi alle vicende degli ultimi, tenendo viva la speranza in quartieri anonimi o dormitorio. Non mancano, dunque, dei riconoscimenti, pur in una situazione in cui cresce la disaffezione della gente nei confronti delle istituzioni religiose.

Parrocchia: si attraversa

Al di là dell’immagine controversa della Chiesa, qual è la domanda religiosa e sociale che gli italiani continuano a rivolgere agli ambienti ecclesiali, e che quindi grava (direttamente o indirettamente) sul clero che agisce a livello territoriale?

Anche nella società aperta – come ci confermano le indagini più recenti – le parrocchie, gli oratori e i centri religiosi cattolici continuano ad essere dei “luoghi” di presenza pubblica di rilievo. Non soltanto perché più del 20% della popolazione dichiara di accedervi con una certa regolarità per partecipare ai rituali religiosi, mentre sono assai di più i praticanti discontinui o irregolari; a fronte della maggioranza degli italiani che continua a rivolgersi alla Chiesa locale per celebrare i “riti di passaggio” (il battesimo dei figli, la prima comunione, il matrimonio, i funerali).

Ma anche perché la socializzazione dei “giovani” negli ambienti ecclesiali è ancora una prassi diffusa nel paese, coinvolge anche oggi una quota rilevante di bambini e di adolescenti (e delle loro famiglie), pur su livelli un po’ inferiori rispetto a quanto avveniva per le generazioni precedenti. Si tratta della frequentazione della parrocchia e dell’oratorio per i corsi di catechismo e la preparazione ai sacramenti; ma anche per momenti di svago e divertimento, di pratica sportiva, di interazione tra soggetti di pari età, di formazione umana e religiosa, di impegni associativi.

Certo, questa presenza è oggi più orientata al mordi e fuggi o è temporalmente più limitata e discontinua nel tempo; ma ciò non toglie che sia ancora consistente e che costituisca un campo di impegno ricorrente per chi opera (e svolge ruoli di responsabilità) in questi ambienti.

Memorie e tracce positive

Nel ripensare all’esperienza vissuta negli ambienti ecclesiali (perlopiù negli anni dell’adolescenza e della giovinezza), prevalgono di gran lunga nella popolazione i ricordi positivi o perlomeno neutri, rispetto a quelli foschi o da dimenticare. Ciò sembra valere anche per quanti oggi hanno un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, la maggioranza dei quali, riflettendo sui suoi trascorsi ecclesiali da bambino o da ragazzo, riporta un “amarcord” sostanzialmente favorevole.

Da miei recenti lavori emerge non solo che oltre il 60% degli attuali 18-29enni italiani ha frequentato gli ambienti ecclesiali per attività extra-catechismo, vivendo in essi dei momenti di svago e divertimento mescolati a impegni formativi, campi scuola estivi, ritiri spirituali; ma anche che la maggior parte di essi ammette di essere stato coinvolto a questo livello in esperienze umanamente e spiritualmente significative.

Preti in Italia

Maggioritaria è anche la quota di giovani che dichiara di aver conosciuto in queste circostanze e ambienti delle figure religiose (preti e suore) che li hanno colpiti positivamente, che hanno trasmesso loro delle cose che contano.

Non mancano, dunque, dei riconoscimenti anche per un clero che la pubblicistica diffusa ritiene sia in difficoltà a raccordarsi al linguaggio delle giovani generazioni e ai nuovi stili comunicativi.

Più bare che culle

Al di là di questi riconoscimenti, è del tutto evidente, però, che l’attività del clero ordinario è attualmente assai condizionata dai cambiamenti che hanno interessato – negli ultimi decenni – la domanda dei riti religiosi di passaggio da parte della popolazione. Per effetto sia del fenomeno delle “culle vuote” (e quindi della riduzione del numero dei giovani nella nostra società), sia per il diffondersi della quota dei “non credenti”, diminuisce negli ambienti ecclesiali l’erogazione dei servizi per preparare e celebrare l’unione in chiesa degli sposi, mentre si mantiene per varie ragioni elevato l’impegno per far fronte alla richiesta dei funerali religiosi.

In tutti i casi, si tratta di impegni che non si compensano, in quanto l’organizzazione ecclesiastica deve fare i conti da vari anni a questa parte con una progressiva riduzione del personale religioso in grado di svolgere tali funzioni (per la crisi delle vocazioni e un clero sempre più anziano).

Preti in ItaliaSi delinea così una situazione particolare, tipica di una Chiesa locale costretta a investire molte più risorse (di tempo, umane e organizzative) per celebrare la morte dei fedeli che per accogliere le nuove vite o per seguire la nascita di nuove famiglie. Si rompono dunque antichi equilibri.

La pastorale delle esequie e del lutto (insieme a quella della salute) è molto sollecitata, anche a scapito dell’azione a tutto campo che ha sempre caratterizzato la presenza delle parrocchie sul territorio: nella sfera educativa, nell’animazione dei giovani, nella pastorale del lavoro, nell’impegno socio-assistenziale ecc.

Appartenenze di territorio e di elezione

Altre tensioni per il clero possono derivare da alcuni scricchiolii che si stanno registrando nel modello parrocchia, sin qui ritenuta dalla Chiesa come la struttura di base più adeguata a favorire l’incontro tra la domanda religiosa della gente e la proposta evangelica.

Al di là delle riflessioni maturate al riguardo negli ambienti specializzati (tra i teologi e i pastoralisti), ciò che qui preme rilevare è il minor consenso di cui gode oggi la parrocchia nella considerazione pubblica, rispetto alla centralità sociale e religiosa attribuita a questa struttura nel passato (recente e remoto).

Cresce, nel tempo, l’insieme degli italiani che ritengono che l’eventuale soppressione della parrocchia nel proprio territorio non comporterebbe delle conseguenze negative (sia su versante sociale sia su quello religioso) nell’ambiente. E ciò per vari motivi: perché molte persone non àncorano più la loro esperienza ad un particolare territorio, caratterizzandosi per una mobilità diffusa che si manifesta nelle diverse sfere della vita; in quanto cresce nella società la quota di persone che si identificano in una visione laica e secolarizzata dell’esistenza, per cui si sentono estranei agli ambienti religiosi ed ecclesiali; e anche perché cresce tra i fedeli, soprattutto quelli più impegnati, la tendenza a convergere più verso una parrocchia di “elezione” che a riconoscersi in quella territoriale, in linea con quella propensione alla mobilità geografica che può manifestarsi anche in campo religioso.

Quest’ultima tendenza è ancora minoritaria, ma è comunque un segnale degno di nota e ricco di implicazioni per le dinamiche ecclesiali. Quanto l’idea che la parrocchia sia una formula datata rende più incerto l’impegno pastorale del clero medio e si ripercuote sul suo vissuto?

Dialoghi e vissuto

Dedico l’ultima considerazione (tra le molte che si possono avanzare) ad un dilemma che di tanto in tanto agita la coscienza di numerosi sacerdoti oggi impegnati in una pastorale ordinaria che risulta appesantita da molte altre incombenze.

Al di là dei servizi religiosi e sociali che una parte ancora consistente di popolazione chiede alla Chiesa locale e ai suoi ministri, quanto sono valorizzati i sacerdoti dal punto di vista umano e spirituale dall’insieme dei fedeli ed eventualmente da chi ha altri orientamenti?

Una risposta, almeno parziale, a questo interrogativo emerge dalla quota di popolazione che riconosce di parlare di tanto in tanto con un sacerdote (o con una figura religiosa) di questioni personali (di fede, umane e familiari), per un confronto o un discernimento cui attribuisce particolare importanza.

Circa il 25% della popolazione (stando alle indicazioni delle indagini anche recenti che hanno trattato questo tema) dichiara di essere coinvolto in questo tipo di esperienza; dunque, una quota minoritaria di popolazione, ma per nulla irrilevante.

Certo, non è detto che questi dialoghi avvengano perlopiù con il clero che opera nelle varie realtà di base, visto che nel nostro paese vi sono altre figure religiose che possono rappresentare dei referenti religiosi o umani significativi (figure che sono presenti nei monasteri, negli istituti religiosi, nel volontariato cattolico, nelle molte reti associative ecclesiali).

Tuttavia, per la numerosità del clero diocesano è indubbio che una parte consistente di questa domanda coinvolga proprio quei sacerdoti la cui vocazione li porta a non stare sul “monte”, ma a vivere a stretto contatto con la gente comune. Soprattutto quelli che riescono a essere una presenza spiritualmente feconda pur dentro il “rumore” della “città” e dei molti impegni cui devono far fronte.

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