I diaconi restino diaconi!

di: Eugenio Chiossi

Un vescovo può ordinare prete un diacono permanente, sfruttando l’apertura (Die Zeit, 8 marzo 2017) di papa Francesco sui viri probati? È facile sceglierli fra i diaconi, già preparati sul piano teologico e pastorale; facile, perché molti credono che i diaconi facciano la loro parte soprattutto in Chiesa.

Essi però hanno dei bisogni personali, un’identità e una missione diversi. I viri probati dovrebbero essere uomini scelti per le loro qualità personali, cristiane e ministeriali, per diventare sacerdoti, al fine di assicurare la presidenza eucaristica nelle comunità marginali delle Chiese della terra. I candidabili potrebbero essere sposati, celibi o vedovi; nel secondo e nel terzo caso si chiederebbe loro la promessa del celibato.

Un progetto da preparare con cura

Il progetto andrà comunque concepito e fatto nascere con una cura estrema, perché le incognite sono tante e perché, se sposati, i viri probati cambierebbero di molto la vita delle spose e dei figli, i quali non dovrebbero essere trattati come puri strumenti.

Come potranno venire accolti i viri probati, le mogli e i figli nel contesto sociale ed ecclesiale? Quale l’efficacia dell’eucaristia, se manca una relazione di Chiesa? E quale connessione con le comunità più grandi che contengono le più piccole? Che qualità avrebbe la predicazione?

Questi e altri passaggi delicati andranno preparati, comunque, perché vi è un fine più rilevante dei valori indicati, quello cioè di poter celebrare l’eucaristia in comunità che non l’hanno mai; un problema che in Europa non esiste o quasi.

Nel contesto ecclesiale europeo, almeno in quello italiano, l’eventuale scelta dei viri probati apparirebbe come un tamponare la percezione del cambiamento. È giusto mantenere la vocazione popolare della Chiesa e non incentivare un cristianesimo di élite, ma è sbagliato farlo assicurando a ogni località l’eucaristia e gli altri elementi di Chiesa.

Non solo la messa

In realtà, prima dell’eucaristia non siamo in grado di assicurare elementi importanti della vita ecclesiale e ce ne siamo fatti una ragione, mentre sull’eucaristia insistiamo. Meglio la carità e la preghiera, la relazione e il vangelo che non l’eucaristia…, invece si vuole sempre e solo quella… Ciò accade per la sua importanza ma anche per abitudine, perché l’eucaristia contiene molti elementi come la comunità, la parola e il rito, che fanno la Chiesa.

Occorre far di tutto per assicurare l’eucaristia, almeno domenicale, e di qualità. Occorre anche, però, notare che gli elementi ecclesiali portanti bisogna restituirli alla loro vocazione e non possono essere assorbiti dalla messa. La parola e la relazione comunitaria ci sono anche altrove; perfino i riti sono diversi. Quello che importa di più è la relazione con l’altro, a immagine delle Persone divine, per oggettività della rete esistente delle relazioni umane dei cristiani, e perché la testimonianza efficace passa dai contatti personali.

L’eucaristia bisogna celebrarla nelle comunità ecclesiali che abbiano l’interezza delle note ecclesiali. Se non c’è la comunione della Chiesa, non c’è l’eucaristia che fa la Chiesa. Dunque, in comunità piccole, ormai irraggiungibili dai presbiteri nonostante i loro sabati e le loro domeniche di rally, è bene salvare la comunione invece dell’eucaristia, e accompagnare le persone nei capoluoghi ad un’eucaristia degna di questo nome, con un prete non affannato, dei diaconi e dei ministri, dei giovani, delle attività caritative e pastorali che siano collegate con l’eucaristia. La proposta di viri probati in Italia ha tanto l’aria di una crisi di nervi.

La fede della Chiesa, in buona sostanza, passa al 90% attraverso i laici, i quali vivono queste relazioni nel quotidiano, sollecitati a ciò per altro dalla stessa messa.

Quanto all’eucaristia, il futuro si può immaginare con celebrazioni connesse con la vita di comunità che vivano tutti i segni della Chiesa, a servizio dei segni del regno di Dio, capaci di sollecitare metanoia e virtù cristiane nella storia comune. Per questo, occorre preparare un sistema diverso e più articolato, nonché più fedele alla Chiesa antica, che tenga al centro l’eucaristia ma nella prospettiva della testimonianza e del servizio negli ambiti della vita.

Occorre fede in Dio che, nella storia, ha sempre sollecitato delle riforme del modello ecclesiale e ha donato lo Spirito perché si attui il vangelo di Cristo. La dinamica dovrebbe essere quella della trasmissione della fede dalle generazione del passato a quella di oggi e da queste a quelle di domani, non un’ecclesiogenesi. Occorre una trasmissione viva, fiduciosa nel contributo che verrà da chi si impegna e che lasciamo crescere dopo di noi.

Identità diaconale

I ministri ordinati, essi pure, sono impegnati al 90% su dinamiche di relazione con le persone, non nel “tempio”, e garantiscono, per dono di Dio, che anche domani la fede della Chiesa sarà quella degli apostoli.

Fra i ministri ordinati, soprattutto i diaconi hanno identità e missione per accompagnare questa transizione verso Chiese diverse da quelle che oggi continuiamo a vedere, ma che in realtà sono già ora molto cambiate!

Per far questo occorre riconoscere i diaconi per quello che sono, e solo una costanza nel loro impiego fedele purificherà dall’uso troppo versatile che si è diffuso. Come hanno rilevato Castegnaro e Chilese in Uomini che servono (Messaggero, Padova 2015), essi vengono presi come coloro che portano avanti le situazioni come le trovano, aiutanti dei preti, operatori pastorali onnivori e figure rituali di decoro. Li si vuole con la dalmatica e si toglie loro il grembiule, perché prevalente nelle comunità è l’attitudine a trovarsi in Chiesa a incensare un Dio che salva dalla vita di tutti. Essi invece non sono dei mezzi preti o dei laici super, sono ministri di Dio nelle soglie contemporanee, ministri delle Persone divine fra le persone umane. Il loro dna è abilitare i laici a connettere le relazioni umane con quelle divine.

Nell’epoca d’oro dei diaconi, alcuni di loro potevano accedere al presbiterato o all’episcopato e – com’è noto – ciò accadeva anche a Roma. Tale precedente impedisce di ritenere che la caratteristica di definitività del diaconato sia insuperabile, ma l’accesso al presbiterato e all’episcopato nell’attuale situazione va considerata un’eccezione da approvare solo dietro motivazioni molto forti: una «rarissima eccezione» (Direttorio per la vita e il ministero dei diaconi permanenti n. 5). Le norme richiedono che, se il vescovo vuole ordinare prete un diacono, deve concordare con il Vaticano un nuovo itinerario formativo.

Ricordiamo solo di passaggio che il ministero diaconale che il Vaticano II ha ripristinato è permanente e che, a livello teologico e giuridico, questi decenni hanno chiarito a più riprese che la definitività attiene al diaconato in modo peculiare.

Inoltre, si è chiarito che proprio del ministero diaconale è la diaconia della carità che si esprime nella comunicazione della parola di Dio, si attua nel servizio nelle soglie ecclesiali e sociali e si finalizza nella liturgia (Lumen gentium 29).

Il Concilio distingue i ministri ordinati pastori dai diaconi e, al tempo stesso, afferma l’unità del ministero ordinato. L’unità sta nel garantire e nel testimoniare la radicazione apostolica della fede ecclesiale e nel servire la storia sollecitando la Chiesa alla missione.

La specificità dei diaconi – come abbiamo accennato – sta nel servire le membra più in difficoltà rispetto all’esperienza di Chiesa, nell’incentivare i germi di fede di chi è sulla soglia, nell’aiutare i laici cristiani a vivere da testimoni di Cristo e a condividere l’azione dello Spirito che chiama tutti, in particolare i lontani, a camminare verso il Padre.

Rispettare ministeri e ruoli

Ordinare presbiteri i diaconi permanenti significherebbe aumentare il loro triste cammino verso le sagrestie, diminuirebbe il loro felice cammino verso le periferie e sminuirebbe l’essenziale relazione fra vangelo e poveri e fra poveri ed eucaristia. Occorre utilizzare i diaconi per connettere meglio culto e vita, servizio di Dio nel servizio degli uomini e servizio del creato nella lode trinitaria.

I vescovi dovrebbero qualificare meglio il diaconato prevedendo per tempo l’impiego in settori diocesani o secolari, parrocchiali o ministeriali chiari, e migliorare la formazione relativa a tali impieghi. Occorrono atti giuridici d’incarico chiari. Occorre presentare almeno l’area della destinazione dei diaconi nel corso della loro ordinazione, anche per rispetto verso il can. 6 del concilio di Calcedonia, che vieta le ordinazioni senza missione.

Altro elemento essenziale della tutela dei diaconi da parte dei vescovi è che il loro mandato sia esercitato in un ambito idoneo non solo alle caratteristiche personali e familiari ma anche all’identità, dunque in ambiti di soglia.

Bisogna che i vescovi abbiano pazienza e, pur soffrendo per le necessità contingenti, non impieghino i diaconi nei ruoli lasciati sguarniti dalla diminuzione delle forze presbiterali. Vanno in questa direzione diverse sollecitazioni magisteriali. Il testo Orientamenti e norme della CEI ritiene che, anche nel contribuire alla pastorale, i diaconi debbano preferire «la cura di quegli ambiti che sono propri del ministero diaconale» (n. 44). Il motu proprio Omnium in mentem di papa Benedetto mette in guardia i diaconi da un esercizio della cura pastorale che ne faccia dei pastori e li distingue dai ministri sacerdoti che agiscono nella persona di Cristo.

In buona sostanza, la pastorale della Chiesa in uscita ha bisogno che i diaconi abbiano una delega chiara nel settore caritativo (Caritas) e in quello della missione negli ambiti della vita. Un buon investimento è pure il servizio nelle piccole comunità che si creano sul lavoro e nei caseggiati, per la condivisione della parola e della vita, oppure la disamina dei problemi umani nelle pastorali sociale e sanitaria. Altro settore idoneo ai diaconi sono i giovani e gli adulti che fanno cammini di preparazione ai sacramenti dell’iniziazione alla vita cristiana o al matrimonio. Infine, è buon mandato diaconale l’amministrazione dei beni delle chiese, con la riserva di una parte da destinare alla carità.

L’introduzione dei viri probati farà bene alle comunità che restano prive per lunghi mesi dell’eucaristia e potranno incarnare bene questo ruolo quei laici già riconosciuti dalle comunità periferiche e che agiscono già in qualche modo come loro “presidenti”. Se, invece, i viri probati verranno scelti fra i diaconi, si degenererà ulteriormente verso quel modello che oggi vorrebbe ancora prevalere ma che, fortunatamente, sta perdendo terreno! Le Chiese locali che impiegheranno bene i diaconi vivranno in modo diverso dalle attuali, riconosceranno i diaconi (i presbiteri e i vescovi) per quello che Dio li chiama a essere e come la Chiesa del Vaticano II li intende, e si aprirà alla pluriministerialità.

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