Focolari alla prova

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L’emergere degli abusi (di coscienza, di potere, di sesso) ha segnato in forme e intensità diverse molte realtà ecclesiali. Anche i movimenti post-conciliari, e fra questi i Focolari (cf. qui). Il movimento ha recentemente reso pubblico il risultato del rapporto di una autorità indipendente relativo al caso finora più clamoroso di un focolarino francese, Jean-Michel Merlin (cf. qui).

A ottobre 2021 è uscito il volume di Ferruccio Pinotti giornalista e saggista, La setta divina. Il movimento dei Focolari fra misticismo, abusi e potere. Quasi 500 pagine che concludono in un severo giudizio e in una richiesta di riforma che coinvolge l’intera impostazione del movimento e «la teologia stessa di Chiara Lubich» (p. 480). Per il vicepresidente del movimento, J. Moran, il volume non offre «una presentazione oggettiva e ponderata del carisma del movimento».

È un approccio di tipo giornalistico e di denuncia rispetto ad altre opere di più consistente spessore storico come il volume di Bernhard Callebaut  La nascita dei Focolari. Storia e sociologia di un carisma (1943-1965), Roma 2017 (cf. SettimanaNews, qui) o quella di Lucia Abignente – Donato Falmi (a cura), Oltre il Novecento, Roma 2022.

La ventina di testimonianze raccolte da F. Pinotti (alcune di coppia e di gruppi) danno voce alle vittime. I loro racconti, segnati da sofferta sincerità, sottolineano l’iniziale e potente coinvolgimento emotivo, la progressiva coscienza delle contraddizioni interne, l’esercizio di una autorità invadente, il richiamo onnipresente e spesso formalistico al carisma di Chiara, la difficoltà di rapporti autentici dentro l’esperienza comunitaria, i condizionamenti infantilizzanti nel vissuto quotidiano, la scarsa sapienza nei casi di omosessualità, la cintura di silenzio in presenza di eventi drammatici, l’isolamento al momento del distacco.

Le vittime raccontano

Ne cito alcuni. «Gli abusi morali e psicologici subiti, oltre a quanto mi è stato anche chiesto fisicamente durante i quindici anni in Pakistan, hanno lasciato un marchio nella mia psiche non indifferente e indelebile… Soffro di incubi ricorrenti, ma per fortuna gli attacchi di panico sono spariti» (M. Iarlori, p. 178).

«Una sera in un focolare, Guido assistette al suicidio di un focolarino; il gesto fu fatto passare per un incidente domestico. La comunità dei focolari non doveva sapere. Il silenzio e l’omertà che ne seguì ci convinse che non volevamo più essere complici di questo sistema» (M. Castagna e G. Licastro, p. 189).

«A forza di pregare e di meditare, come facevamo nel focolare, il mio rapporto con Dio si “deformava” sempre più. Mi sentivo sempre più colpevole, piccola e mediocre, mentre prima di entrare nel focolare, il mio rapporto con Dio era spontaneo, sereno, tranquillo, libero: mi sentivo amata» (L. Zanier p. 266). «Nel movimento si può ragionare con la propria testa fino a un certo punto, perché, quando denunci situazioni sbagliate, vieni semplicemente ignorato e messo in un angolo» (M.S., p. 287).

«La mia esperienza nel movimento dei focolari mi ha lasciato ferite profonde. Per curarle ci sono voluti molti anni e probabilmente non si sono ancora rimarginate. Ciò che ho imparato è che mai, per nessuna ragione al mondo, potrò considerare un altro essere umano come emissario, portavoce o profeta di nessun Dio, né come guru o maestro. È l’unica cosa di cui sia veramente e profondamente grata: Chiara Lubich mi ha fatto da vaccino. Mi spiace per quanti inorridiranno alle mie parole, ma sono profondamente convinta che ora tu, Silvia (nome di battesimo di Chiara, ndr.), saprai quanti errori sono stati fatti appigliandosi a una spiritualità che era solo tua. E quanto male si celi nella parola “bene”» (D. Lai, p.  354).

Le testimonianze più ampiamente citate sono quelle di Silvia Martinez, Gordon Urquhart, Renata Patti. Il giudizio teologico è per lo più affidato al gesuita belga Jean-Marie Hanneaux e al canonista francese Pierre Vignon.

Con quale compagnia?

L’autore colloca talora le vicende di Chiara e dei focolari in parallelo ad altri casi di autoritarismo (Opus Dei, Cammino neocatecumenale), di abusi (Legionari), di fenomeni di massa religiosi (dalla Chiesa dell’Unificazione di Moon alle veggenti mariane di Medjugorje).

Mi sembra difficile equiparare quanto si racconta dei focolari con le violenze personali, ripetute e forzatamente nascoste di fondatori come Maciel Marcial Degollado (Legionari di Cristo) o di Luis Figari (Sodalizio). Così come sarebbe improprio un parallelo fra teologie elaborate e coinvolte nella giustificazione degli abusi come quelle dei fratelli Philippe (Marie-Dominique e Thomas), fondatore il primo e ispiratore il secondo di diverse istituzioni di vita consacrata.

Una cosa è l’elaborazione teologica accademica con forti (e discusse) radici nella teologia tomista, altra cosa il richiamo ad un’esperienza mistica che, per sua natura, richiede uno spazio interpretativo meno cogente e meno imperioso, seppur fondante come quella esperita da Chiara. Ogni movimento di riforma corre il rischio di considerare il proprio gruppo come l’avanguardia, una compagnia di eletti, una “Chiesa” sopra il popolo dei “lapsi”, dei compromessi.

È un rischio anche per i focolari, ma non così evidente come per altre esperienze di comunità innovative come una fondazione di origine tedesca. La Katholische Integrierte Gemeinde, forte di intuizioni originali (la centralità della Scrittura, la consapevolezza post-secolarizzazione e la fondamentale radice ebraica) non ha accettato la verifica del magistero.

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I religiosi e il popolo di Dio

Dove trovare allora un ambito di riferimento più compatibile? Credo che la drammatica questione degli abusi tra i focolarini trovi un parallelo più pertinente con la vita religiosa delle fondazioni storiche. In tutti i casi, l’abuso si configura come negazione del carisma originario, come infedeltà grave alla propria testimonianza, come domanda di riforma istituzionale.

Le vittime e i loro drammi ricordano a tutti le responsabilità condivise e avviano le domande senza necessariamente formulare le risposte che gravano direttamente sulle famiglie religiose. Non credo sia casuale che, nel caso francese, già richiamato all’inizio, i focolari abbiano affidato alla commissione indipendente di riconoscimento e di riparazione, voluta e alimentata dalla Conferenza dei religiosi e religiose francesi (Corref), il compito di accompagnare le vittime che richiedono un processo di riparazione. Senza ignorare la dimensione complessiva di Chiesa che ogni abuso evidenzia.

Così si esprime papa Francesco nella Lettera al popolo di Dio del 20 agosto 2018: «Sono consapevole dello sforzo e del lavoro che si compie in diverse parti del mondo per garantire e realizzare le mediazioni necessarie, che diano sicurezza e proteggano l’integrità dei bambini e degli adulti in stato di vulnerabilità, come pure della diffusione della “tolleranza zero” e dei modi di rendere conto da parte di tutti coloro che compiono o coprono questi delitti. Abbiamo tardato ad applicare queste azioni e sanzioni così necessarie, ma sono fiducioso che esse aiuteranno a garantire una maggiore cultura della protezione nel presente e nel futuro. Unitamente a questi sforzi, è necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore».

L’indisciplina della mistica

Pinotti dà alle esperienze mistiche di Chiara, fissate in un testo di una decina di pagine dal titolo Paradiso ’49 – pubblicato nel 2008 su Nuova Umanità – non solo un rilievo di fondamento all’intuizione carismatica, ma anche di causalità diretta rispetto alle ambiguità e contraddizioni testimoniate dalle vittime. Per una sessantina di pagine analizza il documento «sconvolgente, fondamentale per comprendere la genesi, lo sviluppo e anche la patologia del movimento» (p. 120).

Riconosce in alcuni passaggi «l’ossessione della necessità di “sottomettersi a un’autorità quaggiù”, pena l’essere “schiavi per tutta l’eternità”» (p. 126). Ricorrono le accuse, registrate da altre voci critiche, di narcisismo, autoreferenzialità, autoglorificazione e nichilismo.

Anche nel caso positivo del singolare ruolo del femminile si commenta: «Peccato che nel caso del movimento dei focolari la filosofia dell’“essere nulla” e della “sottomissione” si sia tradotta in una peculiare forma di vessazione della donna, nella sua umiliazione costante e sistematica, nel suo sfruttamento lavorativo e intellettuale, in una compressione così profonda che ha indotto alcune focolarine al suicidio» (p. 132).

L’esperienza mistica non è facilmente narrabile. E quando è raccontata si inquadra con difficoltà nel linguaggio teologico sistematico. In particolare, come nel caso di Paradiso ’49, dove, in maniera originale rispetto alla corrente mistica maggioritaria, si illumina l’incontro con la Trinità. È assai delicato dedurre dal testo linee direttamente operative. Sia per chi l’interpreta da “fuori” sia per chi, dall’interno del movimento, si limitasse a citazioni e rimandi che si traducono in discutibili indirizzi autodistruttivi o svalutanti.

L’istituzione e la visione

Il punto critico a cui le testimonianze mi sembrano rimandare è piuttosto il funzionamento della struttura interna (formativa e di governo). Su due versanti, in particolare: l’esercizio dell’autorità e la sfida teologica e culturale di fondo.

Il libro di Pinotti attinge con ampiezza ad un testo critico interno, elaborato da cinque focolarini nel corso di un semestre e in vista dell’assemblea elettiva del 2020, da cui è uscita la nuova presidente, la palestinese Margaret Karram.

Fra le linee maggiori vi è l’insistenza sulla dialettica fra cura del carisma consegnato e necessario dinamismo interpretativo. Dagli anni ’90 vi sarebbe un progressivo stallo fra le due esigenze con l’inevitabile rafforzamento della dimensione gerarchia e le possibili deviazioni autoritarie. La dialettica fra custodia e innovazione è, in parte, interpretata dallo scontro generazionale e, in parte, dal “conflitto” fra femminile e maschile.

Il dispositivo istituzionale ereditato mal si adatta alle nuove esigenze e domanda, di fondo, il rinnovamento della dimensione carismatica nel suo radicamento ecclesiale. L’unità va declinata nella dialettica trinitaria più che nella compiacenza autocontemplativa. Per evitare l’autoritarismo, lo spiritualismo, la doppia vita e lo spegnersi dell’attrazione vanno riprese le dimensioni originarie della spiritualità, della teologia e della cultura. Esse sono capaci di alimentare una rinnovata attenzione alle emozioni e ai corpi.

La pretesa di una cosmovisione globale e della valenza culturale del carisma, del segno di uno stare assieme senza annullarsi, chiede il riconoscimento della piena storicità del dono spirituale di Chiara e la sua rinnovata formulazione nel contesto di un “cambiamento d’epoca” (Francesco).

Un volume come quello di Pinotti rafforza le decisioni interne di affrontare la questione degli abusi e soprattutto di “immaginare il futuro” per un’esperienza cristiana che alimenta la Chiesa.

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