Francesco e i pastori: 11 immagini

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È passato come l’invito a prendersi cura anche dei conviventi, delle unioni di fatto. Parlando a 300 parroci chiamati a un seminario di formazione sul nuovo processo matrimoniale (Roma, 22-25 febbraio 2017), papa Francesco li ha invitati ad accogliere «quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi». «Anche queste persone sono amate dal cuore di Cristo. Abbiate verso di loro uno sguardo di tenerezza e di compassione». In realtà, la questione riguardava l’applicazione delle nuove norme nel processo di riconoscimento della nullità matrimoniale, e più generalmente, del discernimento pastorale in ordine alla famiglia.

Come ha notato il card. C. Schönborn, il discernimento comincia con un attento sguardo sulla realtà. «Si tratta anzitutto di capire, prima di giudicare. Questo non vuol dire rinunciare alla dottrina. Dobbiamo presentare matrimonio e famiglia per quello che sono, non privare il mondo di un simile tesoro. Non è un ideale irraggiungibile, ma è necessario accogliere una famiglia al punto di cui si trova».

ministero presbiterale

Roma (San Giovanni in Laterano), 2 marzo 2017: Papa Francesco incontra i parroci di Roma
(Foto L’Osservatore Romano / SIR)

Chiamati al discernimento

Un più articolato discorso sul discernimento il papa l’ha fatto ai parroci di Roma, qualche giorno dopo (2 marzo), scandendo i temi della memoria della fede, della speranza e del discernimento. Su quest’ultimo punto, il primo grande passo da compiere è quello «di non lasciarsi ingannare dalle forze del male», di resistere alla tentazione del «pessimismo sterile».

Il secondo passo è discernere «come concretizzare l’amore nel bene possibile commisurato al bene dell’altro. Il primo bene dell’altro è poter crescere nella fede». La fede è a fondamento sia di chi opera il discernimento sia di colui che lo chiede. Essa cresce nel processo. «Può persino sembrare che, dove c’è fede, non dovrebbe esserci bisogno di discernimento: si crede e basta. Ma questo è pericoloso, soprattutto se si sostituiscono i rinnovati atti di fede in una persona – in Cristo nostro Signore –… con atti di fede meramente intellettuali». Il momento concettuale è necessario, ma la fede non è formulazione astratta. «Il proprio della fede e della carità è crescere e progredire aprendosi a una maggiore fiducia, a un bene comune più grande».

Alcuni passaggi evangelici che interessano la figura di Pietro diventano esemplificativi di cosa significa un discernimento: «Alcuni sono i pensieri che gli vengono dal suo stesso modo di essere; altri pensieri li provoca direttamente il demonio (dallo spirito malvagio); e un terzo tipo di pensieri sono quelli che vengono direttamente dal Signore o dal Padre (dello spirito buono)».

Esempio del primo modo è la richiesta di Pietro di camminare sulle acqua, e, più ancora, il doppio nome che lo riguarda Simone-Pietro (Gv 1,42): «Avere due nomi lo decentra. Non può centrarsi in nessuno di essi… Mantenersi Simone (pescatore e peccatore) e Pietro (Pietra e chiave per gli altri), lo obbligherà a decentrarsi costantemente per ruotare solo intorno a Cristo, l’unico centro».

Esempio dei secondi pensieri è la preghiera di Gesù su Pietro tentato. «La fede di Simone-Pietro è vagliata nella tensione tra il desiderio di essere leale, di difendere Gesù, e quello di essere il più grande, e il rinnegamento, la vigliaccheria e il sentirsi peggiore di tutti» (Lc 22,24-27).

I terzi pensieri sono l’invito all’amicizia personale (Gv 21,15-19): «Se è veramente amore di amicizia, non c’entra per niente alcun tipo di rimprovero o correzione in questo amore: l’amicizia è l’amicizia ed è il valore più alto che corregge e migliora tutto il resto». L’indicazione del discernimento si accompagna a diverse altre sottolineature in ordine al ministero presbiterale (cf. Siate preti, non funzionari, EDB, Bologna 2016).

Il centro è Cristo

Come sacerdoti «non possiamo vivere senza avere un rapporto vitale, personale, autentico e saldo con Cristo. Chi non si alimenta quotidianamente con quel Cibo diventerà un burocrate… La preghiera quotidiana, la partecipazione assidua ai sacramenti, in modo particolare all’eucaristia e alla riconciliazione, il contatto quotidiano con la parola di Dio e la spiritualità tradotta in carità vissuta sono l’alimento vitale per ciascuno di noi. Che sia chiaro a tutti noi che senza di lui non possiamo fare nulla» (discorso alla curia, 22 dicembre 2014).

Vicini alla gente

«La gente ama, desidera e ha bisogno dei suoi pastori! Il popolo fedele non ci lascia senza impegno diretto, salvo che uno si nasconda in un ufficio o vada per la città con i vetri oscurati. E questa stanchezza è buona, è una stanchezza sana. È la stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore… ma con il sorriso di un papà che contempla i suoi figli e i suoi nipotini… Se Gesù sta pascendo il gregge in mezzo a noi, non possiamo essere pastori con la faccia acida, lamentosi, né, ciò che è peggio, pastori annoiati» (messa crismale, aprile 2015).

Disponibili

«La disponibilità del sacerdote fa della chiesa la casa dalle porte aperte, rifugio per i peccatori, focolari per quanti vivono per la strada, casa di cura per i malati, campeggio per i giovani, aula di catechesi per i piccoli della prima comunione… Dove il popolo di Dio ha un desiderio o una necessità, là c’è il sacerdote che sa ascoltare e sente un mandato amoroso di Cristo che lo manda a soccorrere con misericordia quella necessità o a sostenere quei buoni desideri con carità creativa» (messa crismale, 17 aprile 2014).

Integri

«Dobbiamo situarci qui, nello spazio in cui convivono la nostra miseria e la nostra dignità più alta. Lo stesso spazio. Sporchi, impuri, meschini, vanitosi – è peccato di preti, la vanità –, egoisti, e nello stesso tempo, con i piedi lavati, chiamati ed eletti, intenti a distribuire i pani moltiplicati, benedetti dalla nostra gente, amati e curati. Solo la misericordia rende sopportabile questa posizione. Senza di essa o ci crediamo giusti come i farisei o ci allontaniamo come quelli che non si sentono degni… L’importante è che ciascuno si ponga nella tensione feconda in cui la misericordia del Signore ci colloca: non solamente di peccatori perdonati, ma di peccatori a cui è conferita dignità» (Giubileo dei sacerdoti, 2 giugno 2016).

Gioiosi

«La gioia di Gesù buon pastore non è una gioia per sé, ma una gioia con gli altri e per gli altri, la gioia vera dell’amore. Questa è anche la gioia del sacerdote. Egli viene trasformato dalla misericordia che gratuitamente dona… Cari sacerdoti, nella celebrazione eucaristica ritroviamo ogni giorno questa nostra identità di pastori. Ogni volta possiamo fare veramente nostre le sue parole: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”» (Festa del sacro Cuore, 3 giugno 2016). «Ci farà molto bene recitare spesso la preghiera di Thomas More… “Dammi Signore il senso del buon umore. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo per scoprire nella vita un po’ di gioia e farne parte anche agli altri”» (curia, 22 dicembre 2014).

Omileti

«Durante il tempo dell’omelia, i cuori dei credenti fanno silenzio e lascino che parli lui. Il Signore e il suo popolo si parlano in mille modi direttamente, senza intermediari. Tuttavia, nell’omelia, vogliono che qualcuno faccia da strumento ed esprima i sentimenti, in modo tale che in seguito ciascuno possa scegliere come continuare la conversazione» (EG, 143). Il predicatore deve anche porsi in ascolto del popolo, per scoprire quello che i fedeli hanno bisogno di sentirsi dire. Un predicatore è un contemplativo della Parola e anche un contemplativo del popolo» (EG, 154).

Tentati

Si possono ripercorre le tentazioni che papa Francesco ha riconosciuto per i suoi collaboratori (curia, 22 dicembre 2014).

  1. «La malattia del sentirsi immortale, immune o addirittura indispensabile, trascurando i necessari e abituali controlli».
  2. «La malattia del “martalismo” (che viene da Marta), dell’eccessiva operosità; ossia di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, la “parte migliore”: il sedersi ai piedi di Gesù».
  3. «C’è anche la malattia dell’ “impietrimento” mentale e spirituale: ossia di coloro che posseggono un cuore di pietra e una testa dura».
  4. «La malattia dell’eccessiva pianificazione e del funzionalismo».
  5. «La malattia del cattivo coordinamento: quando le membra perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità e la sua temperanza».
  6. «C’è la malattia dell’“Alzheimer spirituale”: ossia la dimenticanza della propria storia di salvezza, della storia personale con il Signore, del “primo amore”».
  7. «La malattia della rivalità e della vanagloria»; «essere uomini e donne falsi».
  8. «La malattia della schizofrenia esistenziale. È la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre».
  9. «La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi».
  10. «La malattia del divinizzare i capi. È la malattia di coloro che corteggiano i superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza».
  11. «La malattia dell’indifferenza verso gli altri».
  12. «La malattia della faccia funerea», sintomo «di paura e di insicurezza di sé».
  13. «La malattia dell’accumulare» beni materiali per «sentirsi al sicuro».
  14. «La malattia dei circoli chiusi, dove l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso».
  15. «La malattia del profitto mondano, degli esibizionismi».
Devoti

«Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione» (EG 126).

Misericordiosi

Lo sguardo sacerdotale consente «di vedere le persone nell’ottica della misericordia, è quello che si deve insegnare a coltivare a partire dal seminario e deve alimentare tutti i piani pastorali… bisogna lasciarsi commuovere dinanzi alla situazione della gente, che a volte è un miscuglio di cose, di malattia, di peccato, di condizionamenti impossibili da superare, come Gesù che si commuoveva vedendo la gente e i loro problemi… guariva, perdonava, dava sollievo, riposo, faceva respirare alla gente un alito dello Spirito consolatore» (giubileo dei sacerdoti, 2 giugno 2016).

Evangelizzatori

«Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia della fede e una fecondità evangelizzatrice. In realtà, il suo centro e la sua essenza è sempre lo stesso: il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto. Egli rende i suoi fedeli sempre nuovi, quantunque siano anziani, “riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31). Cristo è il “Vangelo eterno” (Ap 14,6), ed è “lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Eb 13,18), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili» (EG, 11).

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