I preti stranieri in Italia

di: Bruno Scapin
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Preti di etnia diversa

Quanti sono? Da dove vengono? Perché vengono? Chi li manda? Chi li accoglie? A questi interrogativi riguardanti i preti stranieri nel nostro paese risponde un aggiornato “dossier” di Popoli e Missione, febbraio 2016, a firma di Annarita Turi, di cui offriamo una sintesi.

Il loro numero ammonta a 1.690. Di essi, 1.045 svolgono servizi pastorali, mentre 645 sono ancora studenti nei seminari o nelle facoltà teologiche.

La percentuale maggiore proviene dall’Africa (dei sacerdoti in servizio pastorale, ben 148 vengono dalla Repubblica del Congo), quindi dall’Europa (molti i polacchi), poi dall’Asia (India in particolare). Un numero minore proviene dall’America Latina.

Preti stranieri in Italia

Grafico dei principali paesi di origine dei preti stranieri in Italia. Fonte: Popoli e Missione.

A prima vista non si può non gioire. Essi costituiscono – scrive la Turi – «un’enorme ricchezza culturale e spirituale per la nostra Chiesa», nonché «un dono della fede delle Chiese sparse nel mondo». Questi presbiteri sono il segno visibile della “reciprocità” e della “cooperazione tra Chiese” (sono presenti in 171 delle 224 diocesi italiane). E sono la conferma che si è entrati «in una nuova epoca delle missioni», in cui si parla sempre meno delle Chiese del Nord che inviano e delle Chiese del Sud che accolgono, mentre prende sempre più piede il binomio “comunione-missione”, nella logica di uno scambio di doni e di carismi in un mondo ormai globalizzato.

Se questa è la prospettiva di fondo nella quale leggere la presenza dei preti stranieri in Italia, l’amore per la verità vuole che non si nascondano i problemi, che non sono piccoli e pochi.

Le motivazioni

A cominciare dalle motivazioni: perché vengono in Italia? Varie sono le risposte. Per conoscenze tra vescovi italiani e presbiteri stranieri, per rapporti personali amichevoli, per richieste esplicite di vescovi delle giovani Chiese, per gemellaggi missionari tra diocesi… Ma «è innegabile – annota Annarita Turi – che agisca pure, come fattore motivante, un’idea di emancipazione individuale e sociale, più forte rispetto alla motivazione missionaria».

L’inserimento e la collaborazione di un prete straniero in una diocesi italiana dovrebbe «nascere da un attento discernimento e da un profondo coinvolgimento di tutta la realtà ecclesiale diocesana». Tutti gli operatori pastorali,dal vescovo al laico impegnato, dovrebbero perciò essere coinvolti «nel chiarire le motivazioni, il progetto, i percorsi formativi, gli impegni ecclesiali e le naturali aspirazioni di ogni soggetto pastorale proveniente da una Chiesa sorella».

Si potrebbe anche scoprire che le motivazioni di alcuni preti stranieri «non rispondono a criteri di cooperazione e di ecclesialità», ma sono frutto di situazioni personali problematiche che si vorrebbero sanare con lo stratagemma della mutatio loci. Così come non potrebbe essere estranea «l’aggravante della gratificazione economica o dell’accomodamento personale». A pagarne le conseguenze sarebbero le comunità parrocchiali o le precarie situazioni ecclesiali periferiche. In questi casi – scrive l’autrice del “dossier” – «non sarebbe male un po’ più di fermezza e rigore nell’operare alcune scelte da parte delle diocesi».

Per evitare scelte autonome e indipendenti, la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli ha emanato (2001) un’istruzione “sull’invio e la permanenza all’estero dei sacerdoti del clero diocesano dei territori di missione”. Anche la Chiesa italiana ha provveduto con apposite Convenzioni a regolamentare sia i rapporti tra la diocesi che invia e quella che accoglie, sia le modalità di presenza dei presbiteri stranieri in Italia. Questo accordo funziona, anche se – annota l’articolista – «non mancano casi in cui i vescovi, più che inviare o accogliere, cedono all’insistenza di un sacerdote desideroso di lasciare il paese d’origine o di sistemarsi in Italia».

Accompagnare

È necessaria una verifica costante. I sacerdoti stranieri sono preparati alle esperienze pastorali italiane? Non bisogna fermarsi alle prestazioni che essi possono offrire o alla quantità di celebrazioni liturgiche che sono in grado di assicurare. Bisogna anche monitorare la loro capacità di cooperazione ecclesiale e di fraternità presbiterale, nonché la loro testimonianza e qualità sacerdotale. Non basta assicurare loro garanzie economiche e normative. Vanno tenuti in conto, prima ancora, lo spirito sacerdotale, l’esperienza pastorale, l’accoglienza fraterna, lo scambio ecclesiale…

Questa vigilanza va esercitata per tutto il tempo in cui i preti stranieri risiedono in diocesi. E questo perché «non di rado – si legge nel “dossier” – i presbiteri abbandonano le diocesi per trasferirsi in altre, perché poco accolti e non valorizzati. In altri casi, invece, vengono loro affidati incarichi importanti che, per svariati motivi, non sempre trovano adeguata corrispondenza e gli Ordinari si ritrovano a doverli rimuovere o addirittura allontanare».

Realistica e preoccupata la sottolineatura di Annarita Turi: il mancato accompagnamento dei preti stranieri presenti in diocesi «determina oggi, nella maggior parte dei casi, un’esperienza che diventa esclusivamente personale, slegata dallo scambio di cooperazione tra le Chiese, inducendo spesso i presbiteri a decidere autonomamente sulle modalità della loro presenza in diocesi e soprattutto sulla loro durata nel tempo».

Come a dire: è molto positiva questa esperienza di cooperazione missionaria, a patto che essa si svolga nella chiarezza e nella saggezza di chi invia e di chi accoglie. E con motivazioni scevre da ambiguità.

 

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