L’indole secolare del prete /2: Il nervo “scoperto”?

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Quando la redazione mi ha riferito che l’articolo in assoluto più letto su Settimana News da fine agosto (con oltre 3.500 visualizzazioni) è stato «L’indole secolare del prete», mi sono meravigliato. Non pensavo che l’interesse per il tema dell’identità presbiterale fosse così vivo nelle lettrici e lettori di questo blog – cosa che, del resto, mi hanno confermato le decine di risonanze giuntemi per e-mail in questi mesi.

Dal momento che non sempre mi è stato possibile reagire in modo articolato alle singole lettere, sento il dovere di tornare ancora una volta sulla questione che sollevavo, e di farlo proprio prendendo le mosse dai due grandi fronti interpretativi emersi dal coro dei commentatori. Sì, perché questo breve scritto ha suscitato un vero e proprio “conflitto delle interpretazioni”, indicativo del problema che provavo a portare all’attenzione. Andiamo per gradi.

I due fronti dell’interpretazione

La maggioranza ha inteso la mia riflessione come un monito alla “ri-sacralizzazione”, seppure in chiave di esperienza mistica o più largamente di santità. Chi propende per questa interpretazione pone l’accento soprattutto sulla seconda parte dell’articolo e, nello specifico, sull’ultima frase, che, facendo il verso a una celebre sentenza di Karl Rahner, recitava: «Il prete (e il cristiano) del futuro o sarà mistico (santo), o non sarà».

C’è stato anche chi, a sostegno di questa linea, mi ha inviato il testo di una recente intervista rilasciata dal card. Robert Sarah alla rivista francese Valeurs actuelles, il quale affermava: «Il prete non è un uomo come gli altri»; pertanto «… non dobbiamo valutare il prete per quello che fa, ma per quello che è [rappresentante di Cristo]».

La seconda linea interpretativa, sebbene minoritaria, è stata invece unanime nel valorizzare soprattutto la prima parte dell’articolo, cogliendo nei diversi slittamenti (dalla “rappresentazione” al “ministero” ecc.) e nella stigmatizzazione di una certa retorica dell´“umanità in generale”, la radiografia di una crisi. Se quegli slittamenti sono veri (se cioè dalla “rappresentazione” si è passati al “ministero”, dal “sacerdote” al “pastore” ecc.), allora sarebbe più coerente riaprire un dibattito sull’obbligo del celibato sacerdotale. Perché, a rigor di termini, per una tale “funzionalizzazione del clero” non sarebbe affatto necessario il celibato e, viceversa, una giustificazione del celibato in chiave funzionale (“essere liberi da un vincolo familiare per meglio donarsi a tutti”) sarebbe una furfanteria.

«La verginità per il Regno – scrive una lettrice – è oggi possibile solo nella vita religiosa e monastica, tutto il resto è celibato». E un altro lettore: «Il celibato non è affatto l’unica forma per vivere la santità battesimale. Il primo papa non aveva forse una suocera?». Come si vede, mi pare di aver aperto il “vaso di Pandora”!

Il nodo della questione: “ontologia” e “funzione”

Non escludo che l’articolo, per come è stato scritto, si presti a suscitare doppie letture. L’elemento irritante che ha provocato così discordanti interpretazioni credo debba essere individuato nel rapporto fra “ontologia” e “funzione”.

La prima linea interpretativa accentua infatti l’essere sulla funzione (con la relativa enfatizzazione della natura “rappresentativa” ovvero ontologica che con l’ordinazione verrebbe prodotta); la seconda posizione accentua la funzione sull’essere (con la relativa sottolineatura di un “ministero” funzionale ai sacramenti e all’annuncio, e la relativa deontologia o “etica del lavoro”). In definitiva, se scaviamo più affondo, dietro lo scivolamento dalla “rappresentazione” al “ministero” troviamo la tensione tra “ontologia” e “funzione”.

Com’è noto, questa coppia semantica è stata decisiva nella storia della teologia per affrontare e risolvere numerose spinose questioni, non da ultimo proprio in odine al sacramento del sacerdozio. Ma come ogni concetto, anche questa polarità terminologica, accanto ai vantaggi esplicativi che essa comporta, non ci sottrae al rischio di semplificazioni. Senza dubbio “ontologia” e “funzione” descrivono due poli di una tensione, che la predicazione cristiana – tranne rari casi –, tende ad armonizzare troppo sbrigativamente, secondo il motto: «più si è preti, più si è servi». Lo stesso fa molta parte della riflessione teologica, che assume come criterio il principio tomista dell’agere sequitur esse (l’agire segue l’essere: sì, certo, ma quale “essere” è qui in questione? Dato che, dopo l’imposizione delle mani, il ministro ordinato conserva il suo vecchio “essere”-uomo).

Più caute nell’armonizzare a tavolino il rapporto ontologia e funzione, ovvero la tensione fra “essere” e “dover-essere”, sono invece la psicologia e la filosofia. Come ha rilevato, ad esempio, Giorgio Agamben nel saggio Altissima povertà, la regola dell´“ex opere operato” (ovvero della validità del sacramento a prescindere dalle disposizioni e dalla condotta del celebrante) tenta di porre rimedio proprio al conflitto fra “essere” e “dover-essere”, una tensione che verrebbe a suo avviso storicamente superata solo mediante la “forma di vita” monastica (da Pacomio in poi) e l’usus pauper delle cose di Francesco d’Assisi.

All’interno di questa cornice problematica ciò che è in discussione non è la grazia del sacramento eucaristico in sé, quanto la domanda se e in che misura il celebrante, scesi i tre gradini dell’altare, possa continuare ad appellarsi all’“ex opere operato”.

Un equilibrio fra Scilla e Cariddi

La prima linea interpretativa, da una parte, afferma «non dobbiamo valutare il prete per quello che fa, ma per quello che è». Egli sarebbe infatti ontologicamente un alter Christus. Ma subito dopo aver ribadito questo massimo di ontologizzazione, reclama un massimo di funzionalizzazione: servizio, rinuncia, sacrificio, martirio, assenza di ambizioni, di vita privata ecc. Pare che per coprire “l’assegno in bianco” della trasformazione ontologica, si avverta l’esigenza vitale di fare un credito immane all’etica dell’abnegazione.

Ma un massimo di “ontologizzazione” sovraccarica la coscienza del singolo, imponendo un alter ego, ovvero un “Super-io” mastodontico; e un “massimo di funzionalizzazione” devitalizza progressivamente il soggetto concreto, lo riduce a un “ruolo”, a un “personaggio”, sopprimendo ancora una volta la persona. Fra Scilla e Cariddi, ogni prete adulto deve allora trovare il suo baricentro, in alternativa il suo “arrangiamento”.

Molti dei lettori e delle lettrici, giunti a questo punto, penseranno forse che io, con queste precisazioni, piuttosto che semplificare la questione l’abbia complicata. Per quanto questa dialettica possa sembrare astratta, la sua validità nella prassi è assai concreta. Mi limito a fare un esempio, che mi è stato portato proprio da un lettore, ma che riformulo nel mio linguaggio: vi sono vescovi o “superiori” (sic) che possono vantare il merito di aver anticipato il principio pentastellato dell’«uno vale uno», ovvero dell’anti-meritocrazia, promuovendo l’idea deleteria dell’interscambiabilità dei preti (in nome della uguale dignità ontologica?), ma avvertendo al contempo con forza che «tutti sono utili, nessuno necessario» (in nome di quale funzionalismo?). Naturalmente questa arte di disciplina e governo viene motivata col ricorso a motivi di ordine spirituale, come segno di una vita celibe, povera, obbediente, di un «pastore con l’odore delle pecore», che sa vivere a equidistanza da tutti, che non predilige nessuno.

Il risultato – che osservo da più parti – non mi pare sia affatto qualcosa come la “sanità”, ma piuttosto la frustrazione del clero, il senso di inadeguatezza, la scontentezza. In definitiva, proprio ciò che nelle intenzioni vorrebbe incoraggiare la libertà interiore del prete e scoraggiare il “carrierismo”, in realtà veicola, da una parte, l’idea che celibe voglia dire in fondo in fondo “anaffettivo”, e che si deve lavorare per una comunità o un gruppo “a fondo perduto”; dall’altra, fa divampare paradossalmente il carrierismo, ovvero l’illusione che tutti i preti potrebbero – per uguaglianza ontologica e indistinzione nel merito (sic!) – potenzialmente essere nominati vescovi.

Passiamo ora a considerare la seconda linea interpretativa. Essa non pone minimamente in discussione la reciproca implicazione fra grazia e natura (altrimenti dovrebbe sostenere il sola gratia luterano), ma ribadisce che la teologia dell’alter Christus è preconciliare e portatrice di un’ecclesiologia incompatibile con quella di Lumen gentium, mentre la teologia attuale del “ministero ordinato” è funzionale all’amministrazione dei sacramenti e all’annuncio (con lo scivolamento funzionalistico di cui ho detto), e che – colpo di scena! – proprio tale teologia del ministero non sarebbe ancora sufficiente a giustificare l’obbligatorietà del celibato sacerdotale, non da ultimo perché tutti i battezzati, laici e ministri ordinati, sono chiamati alla santità. Ciò che viene contestato qui, non è il celibato sacerdotale (realtà preziosa e profetica!), ma la sua obbligatorietà.

La terza via

Mi pare che le risonanze dei lettori e delle lettrici mi abbiano aiutato a meglio delineare i due fronti della questione. Il punto è, in definitiva, il rapporto effettivo fra ontologia-funzione. L’effettività è qui il nervo scoperto. Ciò significa che, anche qualora si sostituisca la coppia terminologica “ontologia-funzione” con quella di “mistero-ministero”, si dovrebbe fare lo sforzo di individuare la differenza pratica, effettiva, e non solo teorica o teologica, con le precedenti categorie di “essere” (alter Christus) e “dover-essere” (funzione).

Di una cosa sono certo: in questo ripensamento del linguaggio e della “forma di vita” presbiterale si dovrà ripartire dal nucleo incandescente del Vangelo, dalla risposta corale della Chiesa alla voce che dice: Seguimi! Sei stata liberata, per essere libera.

Sul fondo del “vaso di Pandora” rimase Speranza. Amo pensare che una terza via ci sia e che questa teologia del sacerdozio si annunci in modo germinale già nei documenti del Concilio Vaticano II. Ma, come nel mio primo articolo, anche adesso non intendo avanzare soluzioni (perché non ne ho), ma solo contribuire a mettere a fuoco un problema. Perciò mi piace concludere, cedendo la parola al card. Jean-Claude Hollerich, il quale ha recentemente detto in una luminosa intervista rilasciata all’Osservatore romano:

«Tutti noi preti dobbiamo comprendere […] che non c’è un sacerdozio senza un sacerdozio universale dei cristiani, perché da questo origina. Mi rendo conto che la difficoltà di assimilazione di un concetto, in fondo così elementare, è osteggiato da una formazione presbiterale che ancora indugia su una “diversità ontologica” che non c’è. Su questo i teologi devono mettersi al lavoro e fornire definizioni più certe intorno al tema del carattere, e della grazia sacramentale».

Gianluca De Candia è professore di filosofia e dialogo con la cultura contemporanea presso l’Università Cattolica di Colonia (KHKT) e mediatore fra filosofia italiana e tedesca. L’ultima sua pubblicazione in lingua italiana: Il forse bifronte. L’emergenza della libertà nel pensiero di Dio, Mimesis 2021. Twitter: @CandiaGianluca.

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2 Commenti

  1. Marco Ansalone 4 novembre 2022
  2. Giuseppe Guglielmi 31 ottobre 2022

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